“Lussuria”

Cina: anni del secondo conflitto bellico e dell’invasione giapponese. Una giovane donna, sospinta da un gruppo di ragazzi della resistenza suoi amici, accetta di compiere una pericolosa missione di spionaggio interno: infiltrarsi nella vita di un collaborazionista cinese, spietato persecutore di ribelli e reo traditore della sua patria, e favorirne l’eliminazione. Dopo una prima fase conclusasi con un fallimento, a distanza di tre anni la ragazza con l’aiuto di un suo giovane amico (innamorato di lei sin dall’inizio della loro relazione, sebbene non contraccambiato) ci riprova, scoprendosi però lei stessa “traditrice per amore” nei confronti della importante missione che le era stata assegnata, dei valori del suo popolo e della fiducia che riponeva in lei il suo innamorato. Finirà tutto nel sangue, come nei migliori melodrammi ottocenteschi.

 

Calligrafica, ineccepibile, perfettina ricostruzione di ambienti ed atmosfere d’epoca, in questo ritorno di Ang Lee dietro la macchina da presa. Tutto (dai magnifici costumi alle automobili, dal mobilio agli scenari cittadini) contribuisce sulle prime a dare l’idea di una splendida messa in scena. Peccato che il tutto si fermi qui, a questa oleografica immagine di una Cina quasi da cartolina. Dietro l’oleogramma il nulla, o quasi. Si salvano, per fortuna, quantomeno le performance degli attori: davvero bravi tutti, in primis l’ottimo Tony Leung. E tuttavia: molte, moltissime sono le note stonate. Ritmo totalmente assente: il film sopravvive a stento per tutta la sua durata barcollando su un andamento bradicardico e piatto, quasi catatonico, senza slanci, monocorde, in molti passaggi francamente noioso. Dialoghi privi di spessore e di forza, molto spesso ridotti ai minimi termini. Stile registico banale (per l’80% del girato) o ingenuamente effettistico nelle tanto citate scene di sesso: davvero poca cosa. Scene tra l’altro affette da certe vertiginose impennate di tono a dir poco grottesche nell’economia di un film che è quasi del tutto planus. Francamente non si sentiva la necessità di simili “menate” fuori luogo e fuori contesto, che paiono invece piazzate strategicamente e furbescamente nel film per cercare di portare a casa qualche risultato di bottega come attirare in sala qualche cine-vouyeurista a caccia di brividi erotici di cartapesta. O magari risvegliare coloro che in sala hanno deciso comunque di andarci dal torpore generale che ammorba la pellicola: obiettivo questo non nobile ma perlomeno pragmatico. A dare il colpo di grazia alle capacità di sopportazione dell’imbelle spettatore ci pensa la durata spropositata del film: quasi 3 ore (che per pesantezza sembrano 6). Si sarebbe potuto raccontare il tutto rinunciando tranquillamente ad un’ora di pellicola, eliminando le tante zone morte e i tanti passaggi interessati da evidenti cali di tensione narrativa. Si è preferito abbondare: ne è venuto fuori un polpettone difficilissimo da digerire e che può provocare sonnolenza.

Ideale rappresentazione di questa indigesta visione è, per usare una immagine filosofeggiante, un pendolo che, simile a quello schopenhaueriano, per la bellezza di tre ore si trova ad oscillare tra la noia ed il fastidio. La noia figlia di un melo-retro che tutto sommato racconta una storia bella ma scontata, inevitabilmente deja-vu, con qualche simpatica reminiscenza hitchcockiana e null’altro. E per giunta la racconta nel modo peggiore: lento, pachidermico, sonnacchioso, pesante. Il fastidio è invece conseguente, come ho già sottolineato, all’uso (a mio avviso) spurio di provocazioni (provocazioni?) erotiche volutamente contrabbandate dai media come una sorta di kamasutra per immagini (quando in realtà forse anche nelle fiction di raiuno si vedono cose parecchio più hard), giusto per creare il solito circo mediatico che tanti soldi porta ai botteghini dei cinema tricolore in crisi. E’ la misera realtà dei nostri tempi.

 

Film in definitiva perfetto per quella tipica fetta di pubblico in genere di sesso femminile, collocabile grossomodo in età peri-menopausale, occhialuta, ben vestita, dal biondo crine, dall’aria snob e dagli atteggiamenti para-intellettualoidi, insoddisfatta della propria grigia vita sessuale e probabilmente alla caccia disperata di sensazioni forti tra una partita di burraco e l’altra. Siffatta categoria di "befane" (reduci delle recenti festività: mi pare infatti di aver visto anche qualche scopa di saggina parcheggiata all’ingresso del cinema) formava la porzione più consistente di pubblico nella proiezione a cui ero presente. Molte di queste sfiorite baccanti erano venute in gruppo o in piccole gang, come fossero in gita scolastica, festanti e desiderose di ammirare il diamante da 10 carati e il sacco scrotale di Leung di cui tanto avevano sentito parlare dalle amiche. Spero per loro che almeno si siano divertite più del sottoscritto.

 

Un piccolo aneddoto per concludere. A circa 2 ore di film, appena dopo la scena “hard”, il mio vicino di poltrona, un signore anziano in abito grigio dall’aria distinta ed elegante, mi guarda, mi rivolge una specie di sorriso paterno, si alza e con soave nonchalance ci abbandona al nostro triste destino di spettatori (sado)masochisti. Aveva visto abbastanza. Ho invidiato quell’uomo e la sua risoluta capacità di fregarsene di tutto e andarsene nel bel mezzo della proiezione. E’ una cosa che noi spettatori più giovani magari non concepiremmo affatto, io per primo non penso lo farei mai (abbiamo pagato il biglietto, vediamocelo tutto: mi dico). Eppure, vi confesso: io quell’uomo l’ho ammirato. Con affetto gli dedico questo post.

 

Voto personale: 5

(e la triste dimostrazione che, troppo spesso, certi premi nei festival vengono assegnati in omaggio soltanto ai trend cinefili del momento)

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