“Control”

CONTROL

Shadows and smoke nella periferia metallurgica dell’impero britannico di Manchester. Vestigia fumanti di rivoluzione industriale. Cattedrali di ferro e cemento. Uffici di collocamento per trovare il proprio posto nel mondo. Il fare musica come via di fuga dalla grigia lattescenza di un’esistenza inerte e priva di colore. Innestata sul terreno di coltura della contro-cultura musicale di Sex Pistols, Duchi Bianchi e Veneri in Pelliccia la dolorosa parabola musicale-esistenziale degli Joy Division, stella cadente del punk britannico incarnata nel grande male carbamazepinico del suo leader e simbolo: Ian Curtis. Condannato al più inevitabile dei martirologi e amorevolmente confinato fuori campo proprio quando cade fuori controllo, lo sguardo di Ian Curtis travolge le logiche spazio-temporali e viene immortalato ora nel solco/tumulo di un profetico vinile di Iggy Pop. Sogno americano che svanisce all’alba, sotto la luce virata in verde di un drive-in al neon. Cuori di tenebra in frantumi. Nell’allucinata apocalisse acida di una ballata di morte. Luna-park herzoghiano per polli da allevamento elettrificati col cappio al collo. Rock and roll suicide. Dentro la scissione operata da opposte tensioni e in un bianco e nero straordinariamente efficace il definitivo affermarsi della leggenda. L’apologetica consacrazione del mito sull’altare dell’immortalità. Come in un western di John Ford. Come davanti alla cassa da morto di legno d’acero di Liberty Valance.

 

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