“Duello a Berlino”

 

Credo che l’innamoramento vero e proprio sia scattato durante la scena del duello. Prima di quel film, di quella esotica accoppiata di nomi-registi, avevo visto solamente “L’occhio che uccide”. Cogliendo il bagliore bruciante dei mille risvolti “teorici” racchiusi in quel film e rimanendone inevitabilmente sedotto. E’ stato però con “Duello a Berlino” che ho percepito la chiara sensazione di trovarmi di fronte a due (uno?) degli autori più decisivi di tutta la storia del cinema. E’ vertigine pura il senso di libertà espressiva che si respira dentro i film di Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Ed è sconvolgente pensare che un cinema così, sempre un passo oltre, sia stato concepito e realizzato nella plumbea Inghilterra, nei lontani anni ’40 del secolo scorso, e pergiunta dalla simbiosi di due menti distinte. E’ dalla allucinazione della visione che discendono, come per il caso neurologico di “Scala al paradiso”, tutte le altre percezioni sensoriali, ben chiare e percepibili nel loro cinema: il tatto, il gusto, l’olfatto (“Black Narcissus”). Vedere per credere, quindi. A cominciare dai famosi, leggendari, incipit: dinamismo, tensione, spettatore catapultato in medias res. Uno stuolo di giovani rumorosi che irrompe in un teatro. Una comunicazione aerea cruciale, al bivio di una questione di vita o di morte. Una truppa militare che sfreccia a grande velocità lungo un sentiero di campagna. E poi il continuo senso di sorpresa che si prova guardando i loro film: letteralmente non sai mai cosa potrà accedere, quando (il tempo è uno dei loro campi da gioco preferiti) e come. Le invenzioni visive di Micheal Powell, in molti film sostenute dalla eccellente fotografia di Jack Cardiff, aprono lo sguardo a continui scorci di meraviglia, mentre Pressburger costruisce trame e dialoghi eccezionali, brillanti esempi di scrittura per il grande schermo. “Duello a Berlino” è probabilmente il film che sintetizza meglio questo cumulo di unicità artistiche in una sola opera. E’ un film che ne racchiude almeno altri 3, se non altri 1000. Mirabile esempio di come il cinema possa essere davvero “arte di scolpire il tempo” e magnifico gioco caleidoscopico, di rifrazioni e scomposizioni. E poi la scena del duello citata prima. Sublime. Un movimento di macchina che in una repentina plongèe allontana i nostri occhi da quella che ci aspettavamo essere la scena portante del film, attraversa il tetto della palestra dove si svolge il duello e va a posarsi, ophulsianamente, sul vetro appannato di una carrozza che attende all’esterno. Sotto la neve. Se avete un po’ di tempo provate a leggere qui quali e quanti sono stati i riconoscimenti che il mondo del cinema ha negli anni tributato a Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Vi basterà vedere anche uno solo dei loro film per capire che è tutta farina del loro sacco.

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