“Australia”

Analizzare “Australia” con freddo rigore anatomo-patologico, biopsizzarne il tessuto iperplastico, sancirne l’evidenza (palese) di filmone-romanzone-fumettone sproporzionato, eccessivo, forse melenso sulla base di assunti puramente teorici o razionali (insomma “adulti”) sarebbe ridicolo. Sarebbe non aver compreso che il film, questo film, richiede a chi gli si avvicina soltanto una cosa, e una sola: la metempsicosi dell’anima dello spettatore dentro gli occhi di un bambino. Nel momento in cui si fa buio in sala (perché è rigorosamente in sala che un film così va visto). Accanirsi con cieca brutalità e algido razionalismo su un film come questo sarebbe come dare ragione a John Steinbeck quando affermava che “i critici sono i peggiori nemici dell’arte”. Cinema dello stupore, della meraviglia, della sfrenatezza visiva, della esagerazione, quello di Baz Luhrmann. Cinema luna-park di (a mio avviso) straordinaria fattura, che trabocca entusiasmo, che trasuda passione, che parla la lingua universale del cuore (e che non mette mai da parte il potere taumaturgico della musica). E alla fine poco importa che questa volta la storia non si svolga nell’epoca dei gloriosi cafe-chantant parigini. Il glamour, il brio e il gusto post-radical-kitsch della messa in scena Luhrmanniana sono assolutamente gli stessi. Ennesimo capitolo di una poetica coerente, che va dritta dritta nella sua direzione. Dal bardo di Avon alla Terra dei Canguri, passando per i cromatismi fiammeggianti degli schizzi di Toulouse Lautrec. Nel segno del daltonismo di chi riesce a vedere un fiume rosso persino nel paese dove sognano le formiche verdi. A fondere nel 2009 “Il mago di Oz” con atmosfere avventurose alla “Mogambo”, cacce grosse in pieno stile “Hatari!” e cappellacci sghembi da texani con gli occhi di ghiaccio. Il tutto a sostenere la bellezza di quasi tre ore di film (con annessi almeno quattro validi "happy ending") e a riuscire nella (questa sì) titanica impresa di non cedere praticamente mai a cali di ritmo. E poi, se tutto questo ancora non dovesse bastare a convincere gli scettici, c’è una Nicole Kidman che canta, balla sulle note di “Begin the Beguine”, contamina il suo virginale candore con la polvere rossastra dell’outback, va a cavallo con piglio da amazzone al servizio di sua maestà, raduna mandrie, piange, sorride. Splendida. Di più non potevamo chiedere.

 

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