“Le Armonie di Werckmeister”

In occasione della proiezione televisiva di “Turin Horse”, di cui a breve si parlerà in un nuovo post, la redazione di Cinedrome ripropone uno scritto di qualche tempo fa (4 Agosto 2008 per l’esattezza) dedicato ad un altro capolavoro di Bela Tarr. Curiosamente il post all’epoca si apriva con una citazione di Friederich Nietzsche. Chi ha visto “Turin Horse” proverà più di un brivido accorgendosi della cosa. Buona (ri)lettura.

<<Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “E’ forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?”. Gridavano e ridevano in una gran confusione.

Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! >> (F. Nietzsche, “La gaia scienza”)

“In cielo qualcosa si è rotto”. Prime avvisaglie di un’apocalisse vitrea. Di una esplosione silenziosa. Di una drammatica frantumazione di sistemi solari e teorie musicali. Il sonno delle coscienze partorisce mostri. E Principi. E balene. E filo spinato. E’ la fine del mondo secondo Bela Tarr, profeta che vive dentro questo film. Che questo film abita e percorre con la sua presenza gentile e con il suo sguardo totale, magneticamente attratto dai corpi (scrutati, illuminati, accarezzati) contenuti in ognuno dei piani-sequenza che (cifra, cardine, noema) compongono il film. Continuità nello spazio e nel tempo, riduzione al minimo indispensabile del raccordo di montaggio (cesura violenta “come un taglio”, esito sanguinoso “come una ferita”), tentativo disperato e definitivo di sutura della dieresi tra immagine e senso. Recupero di quanto si è perduto nel tragico regredire verso la barbarie di una (in)civiltà che ha scelto come suo unico sole il freddo monitor di un televisore: la capacità di com-prendere, unire, abbracciare. Virtù sepolte sotto pesanti lamiere di indifferenza, nei cuori induriti di uomini che non sono più in grado di (ri)conoscere ed amare la semplicità arcaica, lo stupore figlio del mistero inaccessibile, la spaventosa vertigine nascosta nel segreto dell’intimo di ogni creatura.

Un segreto piccolo come una balena, also sprach Bela TarrVerità impossibile da nascondere eppure ignorata (e schernita, assalita, calpestata) da molti. Sacra perchè umana, troppo umana. In risposta al disorientamento della violenza figlia dell’incomprensione un lento scandagliare in ricerca, peripatetico ed estremo come mai prima al cinema (e nel cinema). Ricerca testarda di una traccia, di uno spiraglio, di una infinitesima scintilla di luce in un quadro di indistinta e annichilente ombra. Eclissi di corpi, sottrazione di luce, ostacoli al movimento. Chiaroscuri di penetrante bellezza necessari per catturare nella loro perentoria fissità l’assenza/essenza metafisica del trascendente. Significazione estrema, percezione ontologica, chiave di volta che si agita nello spettro delle ombre riflesse sul muro della caverna. Pienezza e purezza di immagini e suoni: sinestesie dilatate a dismisura nella ipnotica persistenza dello sguardo di Bela Tarr. Cine-occhio in costante rotazione intorno al suo centro: un’armonia naturale che faccia a meno di compromessi e semitoni. E che come la più necessaria delle illusioni riesca ancora, per una volta a riscaldare il cuore degli uomini.

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“Le armonie di Werckmeister”

<<Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "E’ forse perduto?" disse uno. "Si è perduto come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?". Gridavano e ridevano in una gran confusione.

Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! >>

(F. Nietzsche, "La gaia scienza")

"In cielo qualcosa si è rotto". Prime avvisaglie di un’apocalisse vitrea. Di una esplosione silenziosa. Di una drammatica frantumazione di sistemi solari e teorie musicali. Il sonno delle coscienze partorisce mostri. E Principi. E balene. E filo spinato. E’ la fine del mondo secondo Bela Tarr, profeta che vive dentro questo film. Che questo film abita e percorre con la sua presenza gentile e con il suo sguardo totale, magneticamente attratto dai corpi (scrutati, illuminati, accarezzati) contenuti in ognuno dei piani-sequenza che (cifra, cardine, noema) compongono il film. Continuità nello spazio e nel tempo, riduzione al minimo indispensabile del raccordo di montaggio (cesura violenta "come un taglio", esito sanguinoso "come una ferita"), tentativo disperato e definitivo di sutura della dieresi tra immagine e senso. Recupero di quanto si è perduto nel tragico regredire verso la barbarie di una (in)civiltà che ha scelto come suo unico sole il freddo monitor di un televisore: la capacità di com-prendere, unire, abbracciare. Virtù sepolte sotto pesanti lamiere di indifferenza, nei cuori induriti di uomini che non sono più in grado di (ri)conoscere ed amare la semplicità arcaica, lo stupore figlio del mistero inaccessibile, la spaventosa vertigine nascosta nel segreto dell’intimo di ogni creatura.

Un segreto piccolo come una balena, also sprach Bela TarrVerità impossibile da nascondere eppure ignorata (e schernita, assalita, calpestata) da molti. Sacra perchè umana, troppo umana. In risposta al disorientamento della violenza figlia dell’incomprensione un lento scandagliare in ricerca, peripatetico ed estremo come mai prima al cinema (e nel cinema). Ricerca testarda di una traccia, di uno spiraglio, di una infinitesima scintilla di luce in un quadro di indistinta e annichilente ombra. Eclissi di corpi, sottrazione di luce, ostacoli al movimento. Chiaroscuri di penetrante bellezza necessari per catturare nella loro perentoria fissità l’assenza/essenza metafisica del trascendente. Significazione estrema, percezione ontologica, chiave di volta che si agita nello spettro delle ombre riflesse sul muro della caverna. Pienezza e purezza di immagini e suoni: sinestesie dilatate a dismisura nella ipnotica persistenza dello sguardo di Bela Tarr. Cine-occhio in costante rotazione intorno al suo centro: un’armonia naturale che faccia a meno di compromessi e semitoni. E che come la più necessaria delle illusioni riesca ancora, per una volta a riscaldare il cuore degli uomini.

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