“The Tree of Life”

"Vi era immobilità e silenzio nell’oscurità, nella notte. Unicamente il Creatore e il Modellatore si trovavano sulle acque circondati di chiarore. Allora giunse la sua Parola. Si riunì qui con il Sovrano Serpente Piumato, qui nell’oscurità, nella notte, e parlarono fra loro e meditarono; si misero d’accordo, congiunsero i loro vocaboli e i loro pensieri. Allora decisero la creazione. Questo è il racconto di come tutto era sospeso, tutto calmo, in silenzio; tutto immobile, tranquillo, e la distesa del cielo era vuota."  (Libro del Popol Vuh)

Dimentichiamo troppo spesso di alzare lo sguardo verso il cielo. Il cinema di Terrence Malick ci ricorda che quando non lo facciamo osserviamo solo uno spiraglio limitato del nostro orizzonte. E sperimentiamo solo una dimensione della nostra natura. Scrivere di un film come “The Tree of Life” è quasi un atto di profanazione. Posto che la migliore “recensione” per questo film sarebbe una pagina bianca, sulla quale sarebbe impossibile scrivere aggettivi adeguati semplicemente perché bisognerebbe coniarne di nuovi, si può tentare di raccogliere i cocci di alcune riflessioni innescate da una simile onda d’urto. “The Tree of Life” ha già scavato un solco profondissimo nella storia del cinema, segnando un netto scarto rispetto a tutto quello che lo ha preceduto. La distanza che separa il film di Malick da tutto il cinema nato prima di lui è la stessa sancita dalla profondità abissale (o vertiginosa altezza) di uno dei movimenti più caratteristici del suo cinema: lo sguardo della macchina da presa che dal basso della terra, dal livello del terreno osserva il cielo. Terra e cielo, natura e Dio, Madre e Padre. I poli dialettici di “The Tree of Life” innervano in profondità la struttura fluida, liquida del flusso estesico malickiano. Creazionismo ed evoluzionismo nella visione totale del capolavoro di Malick vengono  condotti verso la più alta delle sintesi possibili. L’eccelsa sequenza della nascita dell’universo sembra concepita e strutturata nel segno del pensiero di Teilhard de Chardin, con il quale la poderosa impalcatura filosofica e teologica del film potrebbe allacciare più di un rapporto. Nel suo “In che modo io credo” il paleontologo gesuita francese afferma: «Credo che l'Universo è un' Evoluzione. Credo che l'Evoluzione va verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compie in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo è il Cristo-Universale». Ed in “Inno alla materia”: «Benedetta sii Tu, universale Materia, Durata senza fine, Etere senza sponde, triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni, Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste miserie ci riveli le dimensioni di Dio». Come per Spinoza, per Malick deus sive natura. Il tabernacolo di luce attraverso cui si apre l’accesso alla divinità è nella natura stessa, ed è attraverso il suo linguaggio e le sue irrefutabili leggi che si può cercare di cogliere il senso profondo dell’esistenza umana. Nella “Sottile linea rossa” Malick ha raccontato l’errore più grande che l’uomo possa commettere collocandolo dentro lo scenario di una natura magnifica ed oltraggiata. In “The Tree of Life” il nucleo di una famiglia americana composta da Padre (un inventore, un “Dio” domestico vetero-testamentario, severo ed estremamente esigente con i suoi figli), Madre (una creatura di luce, incarnazione obbediente di una Natura serena e giocosa, portatrice radiosa dell’euangelion dell’amore), Figlio (vittima sacrificale/Cristo, ultimo tassello di un definitivo disegno di redenzione familiare/umana) e fratelli (i figli superstiti, smarriti tra grattacieli che tentano di imitare la forma delle nuvole e incapaci di ricordare), torna a situarsi nell’America profonda e solitaria del primissimo Malick. Gli scenari, dominati dallo stesso gravido senso di oppressione, sono gli stessi che furono abitati dalla gioventù sbagliata e inquieta di “Badlands”. E’ una America laterale, periferica, sospesa, su cui si proietta l’ombra/lutto di una guerra lontana combattuta in nome dei falsi ideali di quello che era stato, una volta, il nuovo mondo. La storia degli uomini confluisce dentro la storia universale in un percorso a ritroso, opposto rispetto a quello che Stanley Kubrick aveva compiuto in “2001”, fino al punto in cui tutto ha avuto origine. Pochissimi prima di Malick si sono spinti così oltre nella ricerca escatologica del senso ultimo delle cose, e nella rappresentazione dell’origine del creato. Bruno Bozzetto più di 30 anni fa ci aveva suggerito una possibilità: sulle note del Bolero di Ravel in un memorabile segmento animato di “Allegro non troppo” la vita arrivava sulla terra grazie ad una bottiglietta di Coca-Cola gettata da un alieno distratto. Il primum movens, la causa incausata, la ragion d’essere di tutto ciò che esiste per Terrence Malick non poteva essere che un segno di luce. Ancora una rosy fingered dawn: la prima, e la madre di tutte le altre.
 
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Pubblicato anche su Paper Street