Here, somewhere, nowhere/1


 

"I’m still here" (Casey Affleck)

Adesso lo sappiamo: era tutta una mise en scene. Dall’annuncio di abbandono della carriera di attore all’alone di mistero con cui era stato presentato il film a Venezia: era tutto un fake. Persino la faccia seriosa di Casey Affleck alla proiezione in sala grande. E noi per un bel po’ ci siamo cascati, come polli di gregorettiana memoria. Eppure, eppure. Aver visto “I’m still here”, alla sua prima proiezione mondiale, a Venezia, ci ha posto in una condizione di meravigliosa sospensione della (in)credulità. Confrontandoci con  l’evidenza di non sapere se quello che stavamo guardando era un documentary o un mockumentary, abbiamo vissuto l’esperienza della visione di “I’m still here” nel migliore dei modi possibili: paralizzati dal peso di una ambiguità semantica totale, e dalla impossibilità di rintracciare (se non forse in qualche indizio) lo statuto ontologico dell’oggetto filmico che stavamo conoscendo. Verità? Finzione? Qualcosa di border-line che presidiasse l’intercapedine di celluloide che le mette in comunicazione? Il referente più immediato, quando ancora in qualche momento ingenui ci scandalizzavamo che qualcuno in sala avesse riso, era l’herzoghiano “Grizzly Man”: un sentiero ripido di autodistruzione, documentato da una cinepresa in pressing continuo sulla faccia della sua vittima designata. Lì Timothy Treadwell che esce (definitivamente) fuori campo inseguendo un ideale di vita impossibile e folle. Qui Joaquin Phoenix che getta la maschera (in realtà, abbiamo scoperto, ne indossa un’altra) e si trascina il peso di un ruolo impossibile da recitare sotto il livello dell’acqua. La sua, però, è stata un’assenza temporanea. E costruita. “I’m still here” si è da qualche ora rivelato come un’altra cosa: come una importante opera di destrutturazione interna dei “mondi” mass-mediologici americani. Ieri sera da Letterman Phoenix, tornato sul luogo del misfatto, ha fatto esplicito riferimento ai cosiddetti “Reality show”. “I’m still here” è probabilmente il primo “Reality movie”: un film che, pur nella sua costruzione fictionale, propone una assoluta “impressione di realtà” allo spettatore e sfrutta l’immagine e il nome di un personaggio famoso per fini eminentemente commerciali. C’è però anche qualcos’altro dentro “I’m still here”: c’è la manipolazione studiata a tavolino (e questa sì, reale fino in fondo) della televisione americana, letteralmente sfruttata, in modo inconsapevole, per la realizzazione del film. Il passaggio di Joaquin Phoenix da David Letterman non ne è che la vetta. Buona parte del film di Casey Affleck (a proposito: che esordio!) si costruisce sulle reazioni del mondo dello show business americano alla apparente deriva di Phoenix riportate dalla TV. E’ la meditata, mordace, vendetta del cinema sulla televisione. Della straordinaria miracolosa ambiguità del primo sulla ottusa inconcludente cieca ricerca di verità della seconda.

[**** 1/2]

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