La rovinosa caduta / dalla terra al cielo

Se la caduta è l’inderogabile presupposto di tutto il cinema di Werner Herzog, la tensione ascensionale verso il volo ne rappresenta in qualche modo il contrappeso teorico. Dal dualismo caduta/ascensione germina anche il fragoroso contrasto tra glaciale immobilità e febbricitante, ossessiva, inerziale vocazione al movimento perpetuo. Percepibile come una rima di frattura lungo tutto il sentiero dell’andare herzoghiano, è forse il cuore incandescente della sua poetica e si cristallizza dentro alcuni straordinari frammenti del suo cinema. Nei mulini a vento di “Segni di vita” , sogno in grado di risvegliare la follia e i fuochi del giovane Stroszek. Nelle pale eoliche di “The Wild Blue Yonder”, contro cui Brad Dourif proietta la sua figura di alieno alienato e perdente. Nella fondamentale ultima crepuscolare inquadratura di “My Son, My Son, What Have Ye Done”, stratificazione perfetta di una intera filmografia: la placida stillness di una palla da basket imbrigliata sul ramo di un albero (come la barca di Aguirre, come la nave di Fitzcarraldo) che stride con l’intenso fluire del traffico di San Diego lungo una arteria a scorrimento veloce sullo sfondo. Un canto mariachi a segnalare l’avvenuto attraversamento della frontiera. E’ lungo questo confine che si inscrivono anche tutte le altre opere della elevazione disseminate lungo il cammino del regista monacense. In “Dove sognano le formiche verdi” il doloroso distacco degli aborigeni australiani dal loro patrimonio identitario passa attraverso il volo senza ritorno di una grande formica verde con le ali. Il dittico di documentari “Little Dieter needs to fly” – “Wings of hope” racconta le vicende umane di un uomo e una donna segnati da drammatiche esperienze di volo, e che il volo ha miracolosamente riportato alla vita. L’ascesa torna al centro delle riflessioni di Werner Herzog con “Il Diamante Bianco” nel 2004. L’idea di osservare attraverso la levitazione di una cinepresa i miasmi della catastrofe ultima del Creato aveva infiammato lo sguardo di “Apocalisse nel deserto”. Con “White diamond” Herzog muovendosi in direzione opposta ha cercato di catturare su celluloide (“In celluloid we trust”) il silenzio e l’immagine vergine della foresta pluviale in Guyana, sorvolata a bordo di uno speciale pallone aerostatico. Lasciando impressionare la sua pellicola dalla luce dell’ultimo bagliore della creazione sfuggito alla percezione umana. Senza tuttavia che alla cinepresa sia concesso di penetrare nel luogo sacro dei rondoni, dove al riparo da ogni rivelazione si nasconde il segno ultimo della natura. Rondoni, galline, merli, pinguini, pappagalli, struzzi, fenicotteri. Presenze sospese tra cielo e terraGalleggianti dentro lo sconfinato perdersi di un wild blue yonder lontanissimo. Sopravvissute a una rovinosa caduta e protese verso la conquista di una inutile verità.

 «Sono andato dalla Eisner, era ancora spossata e segnata dalla malattia. Qualcuno doveva averle detto per telefono che io ero arrivato a piedi; io non volevo dirlo. Ero imbarazzato e ho steso le gambe dolenti su una seconda sedia che lei mi ha spinto davanti. Nell’imbarazzo mi è passata per la testa una cosa e dato che la situazione era comunque strana, gliel’ho detta. Insieme, ho detto, faremo un fuoco e arrostiremo i pesci. Allora lei mi ha guardato con un lieve sorriso e poiché sapeva che ero uno che andava a piedi e perciò un indifeso, mi ha compreso. Per un solo istante, senza peso, per il mio corpo esausto è passato come un soffio di dolcezza. Ho detto: apra la finestra, da qualche giorno io so volare.»

(W. Herzog, "Sentieri nel ghiaccio" – Guanda ed.)