“Pizzicata”

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Il fenomeno del cosiddetto "Tarantismo" rappresenta uno degli aspetti più affascinanti della cultura popolare salentina. Lontano dalle banalizzazioni del folklore musicale in cui per motivi commerciali e turistici è stato in qualche modo portato a semplificazione, il "Tarantismo" si è conservato per anni come elemento fondante di una comunità per lungo tempo ancorata a schemi di vita rurali e lontanissima da ogni idea di (presunto) "progresso" scientifico-tecnologico. Per molti anni le donne "tarantate" hanno rappresentato per antropologi, medici e sociologi una sfida. In preda a violenti stati di alterazione psichica e agitazione psico-motoria, moltissime donne sperimentavano una sorta di vero e proprio "annullamento della coscienza". Una crisi di "assenza", un disturbo psichico frutto di una condizione sociale duramente repressiva e fortemente limitante per ogni soggetto femminile, che la tradizione popolare tendeva a collegare con il morso di un ragno velenoso: la tarantola. Soltanto il potere taumaturgico della musica (violino, chitarra e tamburello, suonati secondo precisi canoni e procedure) era in grado di "risolvere" la crisi, riportando la donna ad uno stato di benessere psico-fisico. Il grande antropologo meridionalista Ernesto De Martino è stato uno dei massimi indagatori di questo interessantissimo fenomeno. Nel 1961 partendo dalle sue storiche indagini "sul campo" (in Puglia e Lucania) contenute nella sua opera più celebre "La terra del rimorso", il regista Gianfranco Mingozzi realizzò un famoso e importantissimo documentario etnografico intitolato "La Taranta". Documento visivo straordinariamente rilevante nonchè impreziosito dal commento poetico trasfigurato e allusivo di Salvatore Quasimodo (chiamato a collaborare, insieme pare anche a Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali del periodo, al progetto).

In epoca più recente (1996), un regista salentino, Edoardo Winspeare (a mio avviso un vero grande talento, spaventosamente ignorato e ancora lontanissimo da ogni forma di ribalta cine-televisiva) ha sentito la necessità quasi “di sangue” di riaffermare nel suo esordio cinematografico il legame con questi aspetti insieme arcaici e vitali di cultura popolare. Winspeare, andando a ricreare un “calco” di alcune celebri sequenze del documento demartiniano a cui abbiamo accennato, si è riappropriato di preziosi elementi identitari, li ha interiorizzati attraverso l’ottica di uno sguardo “moderno” ma che “non vuole dimenticare” e ne ha restituito la splendida immagine di una Puglia  da cui non si può fuggire. “Pizzicata”, sua quasi miracolosa opera prima, è appunto quanto di più interessante e riuscito ci si possa aspettare da una cinematografia “del territorio” ma in qualche misura già “autoriale” (nel senso meno deleterio del termine) come quella di Winspeare. Interamente girato senza ricorrere all’utilizzo di sorgenti luminose artificiali, interpretato da attori per la maggior parte non professionisti e in strettissimo dialetto leccese, splendidamente immerso nelle atmosfere quasi Kiarostamiane di uliveti secolari, vicoli ombrosi e masserie assolate. Grandissimo nella resa luministica (un alternarsi di luci e ombre, percorso da violenti contrasti caravaggeschi, timidi bagliori di luce e improvvise esplosioni di bianco), estremamente curato nell’aspetto musicale, di bellezza abbacinante nella scelta delle location. Un piccolo capolavoro praticamente “invisibile”, distribuito a stento solo nei circuiti locali. Forte e potente, semplice e arcaico. Come il richiamo di una danza. Visione consigliatissima.

 

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“Fitzcarraldo”

Periodo ricco di interessanti iniziative cinefile nel mondo dei cineblog questo. Dopo la bella "Wenders Week" curata egregiamente dagli amici di Movie’s-home e di Cineroom, qui a Cinedrome abbiamo deciso di omaggiare un altro grande, grandissimo esponente del cosiddetto "Nuovo Cinema tedesco": Werner Herzog. In 6 post che cercheranno di analizzare alcuni capisaldi della sua filmografia, il nostro amico cine-antropologo (sempre più cine) Okram ci condurrà per mano in un particolare percorso di riflessioni cine-etno-antropologiche ispirate dall’opera di questo immenso regista. Cominciamo in bellezza con uno dei film in assoluto più amati di sempre dal sottoscritto, lo straordinario "Fitzcarraldo": forse opera-summa di tutto il cinema herzoghiano.

Fitzcarraldo è la distorsione linguistica (operata dai nativi amazzonici di Iquitos) di Brian Sweeny Fitzgerald, il nome del protagonista di questo film unico (in tutti i sensi) nella storia del cinema. E alla distorsione linguistica fa eco una distorsione mentale, una devianza che attanaglia la mente visionaria e idealista di Fitzcarraldo, un affarista sui generis, che considera il denaro non come un fine, ma come un mezzo per realizzare i propri desideri. Da molti è stato paragonato, a ragione, a Sisifo, il personaggio della mitologia greca che, come punizione per aver osato sfidare gli dei, venne costretto da Zeus a far rotolare un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo stava per raggiungere la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte, per cui Sisifo dovette per l’eternità ricominciare la sua scalata. E Fitzcarraldo ha tutte le carte in regola per personificare un moderno Sisifo. Non solo. La sua universalità lo rende un archetipo. L’archetipo dell’uomo che sfida la natura per poterla piegare ai suoi fini. È l’archetipo di tutti gli “sfidanti” dell’umanità. E non mi riferisco solo ai nomi noti e celebrati della nostra civiltà occidentale: da Ulisse a Cristoforo Colombo, da Alessandro Magno a Marco Polo passando per i vari Janszoon, Bruce e Livingstone fino a giungere ai moderni Peary e Amudsen. Ma mi riferisco alle imprese ancora più grandiose e anonime che hanno caratterizzato e favorito l’evoluzione del genere umano fin dai suoi albori: penso all’Homo erectus, per esempio, che fu il primo ominide a lasciare l’Africa per recarsi alla conquista del continente euro-asiatico. Ecco, c’è già Fitzcarraldo in quei primi, pochi Erectus che sfidando la sorte migrarono verso nord e verso est nella speranza di trovarvi un habitat più ricco e favorevole. Ma era un sfida verso l’ignoto e non tutti ebbero la determinazione, il coraggio e direi pure la follia di tentare una simile impresa.

Ci fu dunque già da allora una prima separazione nell’umanità nascente: da una parte quelli che oggi potremmo chiamare i “realisti”, gli “scettici”, i “razionalisti” che preferirono restare in Africa, e dall’altra i “visionari”, gli “idealisti”, gli “intrepidi” che nella loro cieca e caparbia passione (sfiorante la “follia” pura) intrapresero quel periglioso viaggio verso l’ignoto. È un leit motif questo che ritorna in tutta la storia dell’umanità, caratterizzata sempre e da sempre dal bivio, dalla possibilità di scelta, dal rischio imprevedibile. E a mio avviso è stata questa capacità di sfidare l’ignoto propria di alcuni “fitzcarraldi” che ha permesso l’evoluzione umana. Non ci sarebbe stata nessuna evoluzione se quei lontanissimi Homo erectus avessero continuato a vivere in Africa nelle stesse condizioni del passato. Certo l’ambiente muta, tutto muta e quindi anche l’uomo deve mutare se vuole continuare a sopravvivere. Secondo il celebre antropologo statunitense Marvin Harris, che ha dato vita ad un rinnovato determinismo che porta il nome di materialismo culturale, le diverse civiltà e culture locali si sono sviluppate e caratterizzate a seconda del loro modo di rispondere alle effettive disponibilità delle risorse. Quando la domanda nella popolazione in aumento era superiore a tale disponibilità, le culture intensificavano la produzione finché le risorse originali si approssimavano a un pericoloso esaurimento. Per sopravvivere era allora necessario agire sulla domanda, anche con mezzi radicali, e cercare altre risorse attraverso nuove tecnologie (l’agricoltura, ad esempio), dando inizio a un nuovo ciclo fatalmente portato a ripercorrere le tappe di quello precedente, nella perenne ricerca di un equilibrio possibile, in cui il rapporto costi-benefici fosse sopportabile. È appunto in questo incessante adattamento che le culture assunsero la loro forma peculiare e re e despoti, schiavi e padroni, padri e figli, madri e figlie svolsero il loro ruolo culturale. Sembra la riproposizione della storia mitologica di Sisifo. E forse l’intera umanità è assimilabile a Sisifo o a Fitzcarraldo. Ma quello che manca nell’analisi di Harris è appunto il prendere in considerazione la divisione che è da sempre presente nell’umanità tra “fitzcarraldiani” e “anti-fitzcarraldiani”, tra “idealisti” e “realisti” per stare fuor di metafora. Cioè il voler ridurre l’intera umanità o anche una semplice cultura a un mono-blocco più o meno deterministicamente orientato è una forzatura che, se serve a descrivere per sommi capi le diverse tappe evolutive, non rende conto della conflittualità insita in ogni evoluzione, in ogni cambiamento, in ogni sfida. Sembra non prendere in considerazione il fatto che, per esempio, sebbene è assolutamente certo che l’estinzione o la rarefazione delle prede animali seguita all’intensificazione della caccia e raccolta avvenuta verso la fine del Paleolitico abbia favorito e quasi costretto l’adozione di un’economia basata sull’agricoltura e l’allevamento, il passaggio a questo nuovo sistema economico abbia comportato delle lacerazioni e delle tensioni in questi gruppi. Non tutti erano pronti ad accettare la sfida di seminare delle graminacee selvatiche, investendo energie, tempo e fatica, nella speranza di ottenerne un raccolto in un posticipato momento futuro.

È interessante da questo punto di vista, ritornando al film, il paragone con gli altri affaristi della città, i quali rifiutano di sovvenzionare a Fitzcarraldo l’impresa. Questi infatti tengono a mostrare il loro disprezzo per i soldi bruciandoli o dandoli in pasto ai pesci, sì da far capire a Fitzcarraldo che non è per soldi che non l’aiutano ma semplicemente perché non credono nella sua idea. Inizialmente anche l’agricoltura doveva apparire agli “anti-fitzcarraldiani” una fatica di Sisifo, un’operosità vana, un lavoro che avrebbe comportato una grande fatica e scarsi risultati. E invece non è andata così almeno finché il rapporto risorse/popolazione si è mantenuto in equilibrio con questo nuovo sistema economico. Infatti nulla è perenne ed eterno, tutto muta e anche l’insuccesso è parte di un ciclo, di un cambiamento, che poi potrebbe avere effetti positivi in futuro. L’opera epica del trasporto della barca dall’altra parte della collina, pur trasformandosi momentaneamente in un insuccesso perché gli Indios slegando l’imbarcazione fanno sì che sia costretta ad affrontare, assieme a tutto l’equipaggio, le rapide nelle “pongo das mortes” (le “rapide della morte”), si trasforma nel finale in un inaspettato e magico successo: Fitzcarraldo riesce, in una maniera totalmente diversa dal previsto, nell’impresa di costruire un grande Teatro dell’Opera a Iquitos, piccolo villaggio dell’Amazzonia peruviana ove vive, per farvi esibire i nomi più grandi della lirica, uno su tutti il famoso cantante italiano Enrico Caruso, che aveva visto cantare nel teatro brasiliano di Manaus. Il teatro che costruisce non è "fisso" e "terrestre", bensì "mobile" ed "acquatico" e non è altro che la trasformazione della sua barca in un palco d’Opera dove nel finale riesce ad esibirsi il grande cantante lirico Caruso assieme al resto della sua compagnia. È una metafora questa della grande capacità di adattamento della specie umana; sembra quasi un’inno all’umanità adattativa, vincente anche nell’apparente insuccesso: chi avrebbe mai detto che degli alchimisti cinesi, alla ricerca dell’elisir di lunga vita, mescolando salnitro, carbone e zolfo giungessero alla scoperta della polvere da sparo che sarebbe servita poi, una volta introdotta in Occidente e qui evolutasi, agli europei per la conquista della stessa Cina! L’umanità è anche tutto questo e un film come “Fitzcarraldo”, del visionario, sognatore e "fitzcarraldiano" Werner Herzog, ci aiuta meglio a comprenderla. [Okram20]

Voto personale di Okram20: 8

Voto personale di Pickpocket: 9,5

Balafon Film Festival/2

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SI LE VENT SOULEVE LES SABLES

di Marion Hänsel (Belgio, 2006)

 

Desertificazione, siccità, instabilità politica e militare dilagante…sono questi i temi affrontati in quest’ultimo film della regista belga (bianca) Marion Hänsel, che intende anzitutto sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della desertificazione in Africa. Interamente girato nel Gibuti, il film in realtà si ambienta in un imprecisato paese africano del Sahel, ai giorni nostri, proprio per aumentarne la sua valenza “universale”. Si narra la vicenda di una famiglia di allevatori nomadi di capre e cammelli (uno degli ultimi gruppi nomadi che si trovano ancora oggi in Africa e in Arabia) il cui capofamiglia, Rahne, nonostante la siccità e la scarsità di mezzi a disposizione, decide di tenere l’ultima figlia che gli è nata, Shasha. Passano gli anni e la situazione nel villaggio precipita, a causa della perdurante siccità che ha prosciugato tutti i pozzi. Non resta altra strada che l’emigrazione verso una terra più fertile, ma mentre tutti si dirigono a sud, Rahne e l’amico Dukka decidono di fare rotta verso oriente, portandosi dietro le famiglie e quel poco che hanno: per Rahne, la moglie Mouna, i tre figli, qualche capra, e il dromedario Chamelle. Attraversano terre desolate e paesaggi lunari accompagnati da un sole implacabile, una terra di nessuno in balia di una guerra civile feroce, fra governativi che presidiano i pochi pozzi rimasti pretendendo soldi per la loro protezione, e ribelli esaltati a caccia di bambini da arruolare. Il loro diventa un calvario epico, un viaggio senza carte verso una salvezza che a tratti sembra irraggiungibile. Le dolorose prove che li aspettano metteranno l’uno di fronte all’altra padre e figlia, gli unici sopravvissuti del viaggio, e sarà solo la serena determinazione della piccola Shasha a rendere possibile questa lotta impari contro una natura ostile. Come sostiene Leonardo De Franceschi (della redazione di “Cinemafrica”): «“Si le vent soulève les sables” è un dolente apologo sulla lotta per la sopravvivenza in un paesaggio che la siccità e la desertificazione hanno trasformato in un non-luogo attraversato da presenze spettrali e costellato da menhir erosi dal vento. Il racconto segue le crepe del terreno, assecondato da un tournage organizzato in sequenza, così da trasmettere a tutti, cast e troupe, il logorio di un viaggio senza ritorno. Lo sguardo pudico della Hänsel si posa con tenerezza su uomini, animali e pietre, testimoni di una natura che l’azione dell’uomo ha reso un teatro di mortuaria bellezza. La lancinante fascinazione del landscape rende ancora più atroce il lento camminare dei corpi senz’ombra che lo attraversano, mentre il lirico commento musicale di René-Marc Bini, più che produrre un effetto di ridondanza drammatica, sostiene la proiezione in avanti, di spettatori, e personaggi, verso un’oasi che non può non arrivare». Resta, comunque, da sottolineare la non (almeno totale) “africanità” del film visto che essendo fatto da una regista belga, risente molto dell’approccio occidentale alle problematiche africane (viste dall’esterno) che vengono risolte con il ricorso (direi semplicistico) agli aiuti umanitari (occidentali) e non con un tentativo di soluzione politica più radicale e profonda. In fondo il film si limita a descrivere una situazione di fatto, non pone delle soluzioni. È giusto che un film si limiti a descrivere?  [Okram]

Voto di Okram: 8

Voto di Pickpocket: 9

 

EZRA

di Newton Aduaka (Nigeria, 2007)

 

Ezra è la storia di un bambino-soldato. È una storia drammatica ma non patetica. In un paese dell’Africa occidentale (probabilmente in Nigeria), è il 13 luglio 1992. Ezra, sui 7 anni, si affaccia sul cortile della scuola elementare frequentata dalla sorella di poco maggiore Onitcha, appena in tempo per essere rapito, come lei e altri bambini, da un commando di ribelli della Blood Brotherhood, un movimento di ispirazione radicale, e arruolato a forza. Sotto la guida dell’inflessibile Rufus (che prende a pretesto la causa del movimento per sete di potere e ricchezza, abbagliato dai diamanti di cui abbonda il sottosuolo) e la minaccia dello squilibrato Terminator, Ezra impara in fretta, diventando capo di un’unità d’assalto. Finché il 6 gennaio 1999 non succede un fatto che cambierà per sempre la sua vita: imbottito di anfetamine come gli altri, il ragazzo partecipa a una feroce incursione notturna in tre villaggi vicini, fatta a scopo intimidatorio per dissuadere la popolazione dal partecipare alle imminenti elezioni politiche. In preda agli allucinogeni, incattivito dalla stanchezza e dalla mancanza di cibo, Ezra non si rende conto che si trova nel villaggio dov’è nato e finisce per uccidere i propri genitori sotto gli occhi della sorella. Come sostiene acutamente Alice Canalini (della redazione di “CinemAvvenire”): «Aduaka intreccia intelligentemente la storia di Erza e quella, poco chiara e artificiale, delle Commissioni che dovrebbero aiutare la popolazione a riconciliarsi: una velata critica ai meccanismi che s’innescano all’interno di queste commissioni e sulla effettiva efficacia. Allo stesso tempo questa sottotrama è utile a limare i tratti di un personaggio complesso come quello di Ezra: Aduaka è abile nel portare sullo schermo l’anima mutante di questi ragazzi-guerrieri; folli portatori di morte e allo stesso tempo fragili figure in cerca di amore ed Ezra compensa il suo mondo di violenza con la sua storia d’amore con Miriam, altra ragazza soldato. (…) “Ezra” è un film duro, che prende di petto, senza false lacrime, un tema difficile e aperto, ma non si lascia andare a sensazionalismi né a sentimentalismi superflui, ma tutta questa misura alla fine l’ha premiato dal momento che è riuscito ad avere un impatto comunicativo forte e diretto con il pubblico». Degno di nota è che nel cast è presente un ex bambino-soldato, Yao Yankey Yankson, che è stato utilizzato anche come consulente militare. La vita continua… [Okram]

Voto di Okram: 8+

Voto di Pickpocket: 8

 

LES SAIGNANTES

di Jean-Pierre Békolo (Camerun, 2005)

 

Spiazzante e non perfettamente riuscita (gran parte del pubblico non l’ha apprezzata) anche perché censurata in patria, è questa nuova opera del regista e insegnante di cinema (anche in U.S.A.) camerunese Jean-Pierre Békolo che ambienta in un Camerun del futuro (siamo nel 2025) una storia confusa e fumosa di intrighi per il potere da parte di due belle ragazze, Majolie e Chouchou,  disposte anche a vendere il proprio corpo pur di avanzare nella scalata verso il successo. Il loro obiettivo iniziale è di disfarsi del cadavere di un alto funzionario di stato, morto accidentalmente mentre era “al lavoro” con Majolie. La storia della pellicola è racchiusa nella Donna (che “sanguina” a causa delle mestruazioni: da qui “les sanguinantes”, “le sanguinanti”, che nella tradizione popolare africana sono associate alla stregoneria e quindi al potere di provocare la morte, oltre che la vita): il suo potere fascinatorio sull’uomo porta le suddette due eroine a vendersi e a uccidere, come le mantidi, i propri uomini. Consce del loro immenso dono naturale le due saranno al centro di un intrigo fantapolitico che vorrebbe rovesciare il potere e consegnarlo nelle mani di una fantomatica congrega tutta al femminile. Alla fine troveranno insieme una strada per uscire dall’inferno dove la morte e la corruzione incombono. Come afferma, un po’ troppo severamente a mio giudizio, Lorenzo Leone (della redazione di “CinemAvvenire”):  «dal film si evince un certo malessere che nutre il popolo camerunense verso la propria classe dirigente (e le recenti notizie di presunte corruzioni confermano questa tesi): ma è tutto così fumoso e pasticciato che potrebbe anche darsi che Békolo volesse fare un film demenziale». Secondo me Békolo non voleva fare un film “demenziale”, anzi. Concordo, invece, con quanto sostiene la critica cinematografica Sarah Mersch: «“Les Saignantes” è un film giovane, hip hop, coraggioso, sexy, ritmato e a volte bizzarro – ma non rimane affatto sulla superficie, come si potrebbe pensare a prima vista. “Les Saignantes” è molto di più di un semplice film-videoclip su due prostitute di lusso: è un film sul futuro, che si domanda – in maniera assolutamente non didascalica – quale futuro sia possibile per i giovani del Camerun e, insieme, cerca di stabilire nuovi modi di espressione cinematografica. “Come fare un film sull’amore dove l’amore è impossibile?”, “Come fare un thriller poliziesco in un paese in cui non si può condurre un’indagine?”, “Come fare un film utopico in un paese senza futuro?”. Queste sono alcune delle domande che il film pone allo spettatore, attraverso cartelli e scritte che interrompono in maniera straniante il flusso del racconto. “Come vivere in un paese in cui sognare sembra essere divenuto impossibile e in cui i politici sono corrotti, non solo moralmente?”. “Nel 2025 non c’era posto per la disperazione”, come annuncia il film. Ma cosa potrebbe diventare realmente la speranza, tra una ventina d’anni? A questa domanda non deve rispondere il film, ma lo spettatore, interpellato da un’ultima domanda, alla fine: “Come guardare un film come questo e non fare qualcosa, dopo?”». Bella domanda, certo, ma è difficile oggi per i camerunesi “fare qualcosa”… [Okram]

Voto di Okram: 7

Voto di Pickpocket: 4 (su questo film i criteri di valutazione mio e di Okram si palesano in tutta la loro profonda e drammatica diversità!)

Balafon Film Festival/1

Si è svolta questa settimana a Bari la XVI edizione del "Balafon Film Festival – Festival di arte e cultura africana e della diaspora nera", preziosa manifestazione che ogni anno nel capoluogo pugliese tenta di costruire un dialogo di fratellanza tra i popoli del "sud del mondo" attraverso il mezzo cinematografico. Il sottoscritto ed il grande Okram , insostituibile collaboratore con il suo antropological look , hanno seguito gran parte della rassegna per voi. Attraverso una ricca selezione di titoli, abbiamo avuto la possibilità di gettare uno sguardo su una cinematografia completamente "vergine" dalle nostre parti come quella africana. Una cinematografia ancora lontana anni luce dai riflettori dei festival e dalle pagine dei dizionari del cinema.  Si tratta per gran parte di film girati in totale economia di mezzi (e sarebbe difficile aspettarsi il contrario in paesi dove si continua a morire di fame e di sete), eppure nella loro semplicità capaci di comunicare molto e di mettere in luce tanti aspetti straordinariamente interessanti della cultura e della storia africana. A seguire (in questo post ed in altri due post che verranno) troverete delle brevi recensioni dei film visti. Le recensioni riporteranno la firma dell”autore e saranno corredate da una doppia valutazione in termini numerici (la mia, un po’ più sbilanciata sulla valutazione tecnico-cinematografica, e quella di Okram, più attenta a valutare i contenuti storico-sociali ed antropologici di ogni film). Buona lettura…

balafon

AFRICA PARADIS

di Sylvestre Amoussou (Benin, 2007)

 

Rovescio, inversione, proiezione esterna, penetrante sarcasmo: sono questi i temi trattati dal regista beninese Sylvestre Amoussou, emigrato 20 anni fa in Francia, in questo suo primo lungometraggio (prima aveva intrapreso la carriera di attore e successivamente quella di regista di corti), dove immagina che nel 2033 gli Stati Uniti d’Africa siano i nuovi padroni del mondo e si trovino a dover affrontare un’immigrazione irrefrenabile dai paesi poveri di un’Europa al collasso. È un’idea non del tutto nuova visto che già nel 1995 il regista di origini nipponiche Desmond Nakano scrive e dirige un film con una simile inversione in chiave sarcastica: “White Man’s Burden” (“Il rovescio della medaglia”, nella versione italiana), nel quale descrive una città immaginaria degli USA dove comandano i neri (ricchi e proprietari dei mezzi di produzione), mentre spacciatori, prostitute e barboni sono bianchi relegati nel ghetto. Inoltre nel 2006 è uscito in Francia “Aux Etats-Unis d’Afrique” (in traduzione italiana, “Gli Stati Uniti d’Africa”), dello scrittore gibutiano Waberi Abdourahman A., che inventa una geografia del dominio in cui Nord e Sud si sono scambiati di posto. Ma secondo quanto ha dichiarato lo stesso Sylvestre Amoussou, l’idea del suo film sarebbe nata indipendentemente dal libro di Waberi di cui originariamente ignorava l’esistenza. Occorre comunque precisare che, nonostante lo straniamento in cui si ritrova lo spettatore bianco, “Africa Paradis” è un film profondamente anti-razzista che grazie alla sua distorsione fa riflettere sia i “neri” che i “bianchi”. I “neri” sono invitati ad una maggiore unione (sia sul piano politico che su quello etnico), mentre i “bianchi” vedono proiettati in chiave speculare tutti i loro difetti nella gestione razzista e xenofoba degli extra-comunitari. Film estremamente didattico sul piano dei messaggi che veicola ma carente e “televisivo” nella realizzazione stilistica (a parziale giustifica di ciò c’è da ricordare che il regista è stato fortemente ostacolato nella realizzazione della sua commedia fantapolitica e ha potuto disporre solo di un budget limitato). Consigliato agli eurocentristi xenofobi, e non solo. [Okram]

Voto di Okram: 8 ½

Voto di Pickpocket: : 7 ½

 

BILLO, IL GRAND DAKHAAR

di Laura Muscardin (Italia-Senegal, 2006)

 

Una storia d’immigrazione (clandestina) africana come tante che ci scorrono sotto gli occhi in Italia senza nemmeno accorgercene. E invece in questo film (s)drammatizzato della regista romana Laura Muscardin ci viene descritta la storia di Billo alias Thierno Thiam (che tra l’altro interpreta sé stesso nel film), un aspirante sarto senegalese che sogna di recarsi nel Paese di “santi e navigatori”, perché lì, dice, “c’è la moda”. Giunto a Roma le cose non sono facili (finisce in galera per un errore di omonimia, ha difficoltà a trovare lavoro, subisce “abusi” sessuali), ma nonostante tutto, si integra con la comunità senegalese e quella italiana, si innamora (e ha un figlio) con Laura, una ragazza bianca e inizia a disegnare tute sportive. Intanto in Senegal la madre di Billo, con i soldi che lui è riuscito ad inviarle, ha organizzato il matrimonio con Fatou, la cugina appartenente ad una casta superiore, suo primo amore. Si sposerà e avrà anche da lei un figlio. La storia si chiude con un altro matrimonio, questa volta non islamico e tradizionale (come quello senegalese) ma tradizionalissimo e cattolico tra Billo e Laura in Italia che tuttavia lascia il protagonista in bilico tra due donne (e due figli) ugualmente amate. Come sostiene giustamente Antonella Barone (della redazione di “CinemAvvenire”): «A un viaggio che contempla spostamenti geografici, come quello compiuto da Thierno dal Senegal all’Italia, ne corrisponde un altro che percorre incessantemente il filo dei ricordi: l’infanzia e la giovinezza in Africa, le aspirazioni, i primi amori, il rapporto con la madre, la decisione di venire in Italia per inseguire il sogno della moda. Accanto a questi accorgimenti narrativi – che poi a dire il vero riservano anche qualche ingenuità e caduta di stile nel tentativo di fare qualche ammiccatina di troppo al pubblico – risiedono senz’altro anche delle buone idee di regia, che riescono quasi del tutto a sopperire con l’inventiva alla scarsità di mezzi». Ambientato a Roma e in Senegal, “Billo” è la prima co-produzione mai realizzata fra il nostro paese e la nazione africana (tra i coproduttori c’è anche e soprattutto Youssou N’Dour, famoso musicista senegalese, che ha curato anche la colonna sonora del film). [Okram]

Voto di Okram: 6

Voto di Pickpocket: 5,5

 

MENGED

di Daniel Taye Workou (Etiopia, 2006)

 

Semplice ma profondamente intenso cortometraggio del regista tedesco ma di genitori etiopi, Daniel Taye Workou che ispirandosi ad un racconto tradizionale etiope riesce a fare un quadro tagliente della situazione in cui versa oggi l’Etiopia. Sulla lunga strada che li separa dal villaggio al mercato, un padre e un figlio con il loro asino seguono tutti i buoni consigli della gente che incontrano, anche quelli senza senso, per poi realizzare che sarebbe stato molto meglio fare di testa loro. Un racconto quasi identico a questo si trova nella saga araba di Giuha (oltre che in quella derivata siciliana di Giufà), un personaggio assolutamente privo di ogni malizia e furberia, credulone, facile preda di malandrini e truffatori di ogni genere. Perché “Menged” sarebbe una metafora dell’Etiopia di oggi? Perché con questa “finzione” sarcastica il regista, a mio avviso, vorrebbe invogliare gli etiopi (e per estensione tutti gli africani) a cominciare a pensare con la propria testa, a non dover subire passivamente i consigli degli altri (in particolare degli occidentali: vedi la scena surreale e fortemente simbolica in cui alcune signore italiane, facenti parte di un’organizzazione umanitaria, pur di non vedere soffrire l’asino, consigliano al povero e ingenuo padre di famiglia etiope di trasportare sulle spalle il riluttante equino!) che, oltre a non aiutarli concretamente, spesso li portano a non migliorare in profondità e stabilmente la loro situazione di cronica subalternità (politica ed economica). [Okram]

Voto di Okram: 9

Voto di Pickpocket: 8+

“Dieci Canoe”

Oggi si cambia aria. Oggi "Cinedrome" ,in strettissima collaborazione con l’amico blogger (nonchè valentissimo antropologo non antropofago) Okram20, allarga il suo cineocchio e partorisce un cine-antropost. Perchè fermare il nostro sguardo fino alle cinematografie europee o orientali? per una volta andiamo oltre: largo alle cinematografie "altre", spazio al cinema degli antipodi. Trasferiamoci pertanto nella lontana  Australia. Terra abitata da popolazioni antichissime, forse le prime ad essere apparse sulla faccia della terra. Gli aborigeni racchiudono nel loro stesso nome il loro essere popolo atavico, primordiale, tellurico. E da una comunità aborigena è nato un film delicato e solenne: si chiama "Dieci Canoe". Come si fa nel più classico dei cerimoniali di "scambio di doni"  vi linko al materiale (ricchissimo e curatissimo) messo cortesemente a disposizione dal mitico Okram20: qui trovate una recensione e vari approfondimenti sul film, mentre qui se siete interessati potete scoprire molto altro sulle popolazioni aborigene protagoniste di "Dieci Canoe".

Trattasi di una pellicola con una storia particolarissima alle spalle. E’ innanzitutto un film interamente interpretato da esponenti in carne ed ossa della comunità aborigena della località di Ramingining, terra di Arnhem, Australia del Nord. Attori non professionisti quindi, a dir poco. Di più: trattasi di persone che vivono un’esistenza ancora molto poco intaccata dagli influssi della cosiddetta civiltà occidentale, gente che (per dirne una) sa ancora costruire canoe scuoiando la corteccia di un albero. Altro motivo di interesse: "Dieci Canoe" non può essere definito un documentario, è piuttosto un film partorito (e qui sta la vera peculiarità del film) da una comunità indigena. Si tratta di una sorta di rievocazione (un re-enactment come dicono gli anglosassoni) di miti antichissimi, di storie passate e ancora vive, di un epos arcaico e remoto. Il piano del ricordo, della narrazione (interamente orale, mai scritta) qui fondamentale, si muove poi su un doppio binario temporale. Il film rievoca gli avvenimenti accaduti durante gli anni ’30 del secolo scorso, quando l’antropologo Donald Thomson costruì un intenso rapporto con questa comunità aborigena restando per lungo tempo sul posto. Thomson scattò delle fotografie e nel 2006, traendo spunto proprio da quelle fotografie, il regista cosmopolita Rolf De Heer ha dato il via al progetto del film, spinto nell’impresa da David Gulpilil, attore aborigeno e alfiere di importanti cause di rivendicazione sociale per il suo popolo. Quelle fotografie sarebbero state in qualche modo "reincarnate" da esponenti della comunità aborigena del 2006. E cosa ancora più interessante: ogni individuo presente nelle foto sarebbe stato interpretato nel film da un suo parente, perquanto lontano. Il casting del film è stato quindi del tutto affidato alla comunità stessa. Il film narra dicevamo di un racconto che a sua volta genera un’altro racconto, questa volta ancora più primordiale, spinto fin dove la storia si confonde col mito. Un doppio salto nel passato, quindi. Cromaticamente scandito dal bianco e nero (il passato storico) e dal colore (il passato mitico).

Un apologo naif e spiazzante sul valore dell’attesa. Una riflessione sul senso "mitico" dell’esistenza e sull’importanza delle "radici", nutrimento per psiche e soma. Ed un esempio più unico che raro di film "fatto" da una comunità indigena. Per chi è interessato a scoprire la straordinaria bellezza delle culture e dei popoli. Distribuito in Italia da Domenico Procacci, ha vinto nel 2006 il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes.