“Inception”

“Supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di Verità, ma un certo cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò che il cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò cosí bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch'egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.

Ma questo disegno è penoso e laborioso, ed una certa pigrizia mi riporta insensibilmente nel corso della mia vita ordinaria. E a quel modo che uno schiavo, il quale godeva in sogno d'una libertà immaginaria, quando comincia a sospettare che la sua libertà non è che un sogno, teme d'essere risvegliato, e cospira con quelle illusioni piacevoli, per esserne piú lungamente ingannato, cosí io ricado insensibilmente da me stesso nelle mie antiche opinioni, ed ho paura di risvegliarmi da quest'assopimento, per tema che le veglie laboriose che succederebbero alla tranquillità di questo riposo, invece di portarmi qualche luce e qualche rischiaramento nella conoscenza della Verità, non abbiano ad essere insufficienti per illuminare le tenebre delle difficoltà che sono state agitate testé.

È vero che ora mi sembra che non è con occhi addormentati che io guardo questa carta, che questa testa che io muovo non è punto assopita, che consapevolmente di deliberato proposito io stendo questa mano e la sento: ciò che accade nel sonno non sembra certo chiaro e distinto come tutto questo. Ma, pensandoci accuratamente, mi ricordo d'essere stato spesso ingannato, mentre dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero, vedo cosí manifestamente che non vi sono indizi concludenti, né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il mio stupore è tale da esser quasi capace di persuadermi che io dormo.” [Meditazioni metafisiche sulla filosofia prima, Cartesio]

 

 

Il cinema è l’arte del sogno: ce lo aveva ricordato anche Michel Gondry qualche tempo fa. E il film, ogni film, non è che un sogno collettivo, che connette ad un immaginario condiviso la psiche di ogni singolo spettatore. Ogni spettatore proietta in quello che vede e sente parte del suo vissuto, della sua interiorità e dei suoi ricordi. Cristopher Nolan, con “Inception”, ha esplicitato tutto questo come nessuno aveva fatto prima di lui, riconnettendosi ad altri importanti pezzi del cinema americano degli ultimi 15 anni che hanno esplorato la virtualità dello sguardo come “Matrix” e “Avatar”. Nel film di Nolan c’è  un decisivo elemento di differenza: non esistono sorgenti esogene da cui provengono le informazioni per configurare i mondi dell’altrove virtuale: in “Inception” l’origine è endogena, interna, puramente psichica. L’idea che si possa penetrare nei sogni, viverne parte della loro essenza, non è certo nuova. Basti citare in ordine di tempo l’ultimo film di un maestro come Jan Svankmajer, quel “Surviving Life” visto all’ultima mostra del cinema di Venezia. Un uomo pur di sopravvivere alla propria vita sceglie di estraniarsi dentro una dimensione di sogno che riesce a costruire grazie ad un preciso rituale. Nel sogno scopre parti della propria storia emozionale che aveva rimosso negli anni e nel sogno incontra figure fondamentali per la formazione della sua personalità di adulto. Peccato che il film di Svankmajer declini questa interessante situazione di partenza in modo pedante, ripetitivo, a tratti francamente noioso, appesantito anche dalla scelta di una messa in scena basata su un utilizzo “cheap” della tecnica di stop-motion. Il film di Cristopher Nolan, di contro, si espande per una durata di 2 ore e mezza, ma per tutto questo tempo (dimensione continuamente sottoposta a contraccolpi, dilatazioni e compressioni) non cede di un millimetro in termini di tenuta emozionale e ritmica. Sorretto da uno splendido montaggio e da un uso illuminato della computer grafica, Nolan fin dalla prima inquadratura svela la chiave di lettura di tutto il film: la moltiplicazione esponenziale. Di oggetti, spazi, sogni, tempi, ricordi. La costruzione del film sulla base di più “livelli” onirici che come orbitali energetici concentrici comunicanti si avvicinano al nucleo del subconscio, permette a Nolan di articolare “Inception” come il viaggio dentro il labirinto del sogno/cinema. La comunicazione interna tra più “sogni” non è che il collegamento istintuale con un film che può palesarsi mentre ne guardiamo un altro: Inception-Di Caprio-Doppio sogno/sdoppiamento/moltiplicazione-Di Caprio-Shutter Island. Lo sfasamento temporale del “tempo percepito” dentro il sogno/film non è che l’effetto che può farci il film stesso nella misura in cui sentiamo di gradirlo, diventandone parte integrante noi stessi: se un film ci resterà estraneo ne percepiremo una durata interminabile, al contrario un film che ci appassionerà e coinvolgerà renderà estremamente veloce la percezione del suo transito sensoriale. E le proiezioni della mente del protagonista non si sovrappongono forse alle nostre proiezioni dentro tutti i film che vediamo, e alle nostre schegge di memoria che vediamo proiettate sullo schermo? E’ il nostro sogno dentro un sogno, intrecciato nella ineludibile persistenza della memoria. E talmente bello che è impensabile uscirne.

 

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