“I mostri”

Mostri_(1963)C’è stato un periodo in cui anche in Italia si sapeva satireggiare alla grande (e con stile) sull’Italia e sugli Italiani, è bene ricordarselo. Era quella una satira con la S maiuscola, capace di guardare con disincanto e senza limitanti faziosità di parte le cose. Si trattava a ben vedere di una sorta di "castigat ridendo mores", di ispirazione luciliana nemmeno troppo velata. Si prendevano in giro il carattere, le abitudini, i "costumi" e le degenerazioni dell’italianità in tutte le sue declinazioni. Oggi quel tipo di satira sembra definitivamente e amaramente morta e sepolta: ogni ironia, ogni sarcasmo, è sempre asfitticamente indirizzato verso un leader politico, un singolo partito, una squadra di calcio. Mi pare si sia persa, salvo scarsissime eccezioni (Verdone su tutti), la visione d’insieme e la capacità di ampliare lo sguardo a tutta la società, finendo per perdersi drammaticamente in un particolarismo figlio quasi sempre di beceri intenti propagandistici sempre "di parte" e mai "super partes", sempre troppo schierato e militante. Quindi inevitabilmente prevedibile, precotto, predigerito. Quella di allora invece era senza dubbio una violenta ed efficace satira di costume, una satira della società italiana svilita/avvilita/fatta a pezzi nell’Italia del boom economico. Forse la più crudele e atroce rappresentazione dei vizi capitali dell’italiano medio che si sia mai vista al cinema la si trova proprio nei 20 episodi, alcuni brevissimi, che compongono il puzzle de "I mostri". Dall’arrivismo sfrenato alla maleducazione stradale, dalla tele-dipendenza patologica alla politicizzazione dilagante. La regia è del più corrosivo dei registi della commedia all’italiana, il mai troppo lodato Dino Risi. Il film è scritto da un team di sceneggiatori che fecero scuola: Age, Scarpelli, Ruggero Maccari ed Ettore Scola. La rappresentazione on-stage è affidata a due mattatori inimitabili come Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi (sempre ingiustamente sottovalutato), in questo film al massimo del loro camaleontico mimetismo nei panni di almeno 15 ruoli diversi ognuno. Colonna sonora, frizzante e godibile, del maestro Armando Trovajoli. Ridere di gusto riconoscendo/riconoscendosi in questo film è possibilissimo ancora oggi, a più di 40 anni di distanza. A dimostrazione che certamente da allora l’italia è cambiata (e parecchio), ma gli Italiani, forse, non sono poi cambiati così tanto.

Voto personale: 8 e 1/2