“Pizzicata”

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Il fenomeno del cosiddetto "Tarantismo" rappresenta uno degli aspetti più affascinanti della cultura popolare salentina. Lontano dalle banalizzazioni del folklore musicale in cui per motivi commerciali e turistici è stato in qualche modo portato a semplificazione, il "Tarantismo" si è conservato per anni come elemento fondante di una comunità per lungo tempo ancorata a schemi di vita rurali e lontanissima da ogni idea di (presunto) "progresso" scientifico-tecnologico. Per molti anni le donne "tarantate" hanno rappresentato per antropologi, medici e sociologi una sfida. In preda a violenti stati di alterazione psichica e agitazione psico-motoria, moltissime donne sperimentavano una sorta di vero e proprio "annullamento della coscienza". Una crisi di "assenza", un disturbo psichico frutto di una condizione sociale duramente repressiva e fortemente limitante per ogni soggetto femminile, che la tradizione popolare tendeva a collegare con il morso di un ragno velenoso: la tarantola. Soltanto il potere taumaturgico della musica (violino, chitarra e tamburello, suonati secondo precisi canoni e procedure) era in grado di "risolvere" la crisi, riportando la donna ad uno stato di benessere psico-fisico. Il grande antropologo meridionalista Ernesto De Martino è stato uno dei massimi indagatori di questo interessantissimo fenomeno. Nel 1961 partendo dalle sue storiche indagini "sul campo" (in Puglia e Lucania) contenute nella sua opera più celebre "La terra del rimorso", il regista Gianfranco Mingozzi realizzò un famoso e importantissimo documentario etnografico intitolato "La Taranta". Documento visivo straordinariamente rilevante nonchè impreziosito dal commento poetico trasfigurato e allusivo di Salvatore Quasimodo (chiamato a collaborare, insieme pare anche a Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali del periodo, al progetto).

In epoca più recente (1996), un regista salentino, Edoardo Winspeare (a mio avviso un vero grande talento, spaventosamente ignorato e ancora lontanissimo da ogni forma di ribalta cine-televisiva) ha sentito la necessità quasi “di sangue” di riaffermare nel suo esordio cinematografico il legame con questi aspetti insieme arcaici e vitali di cultura popolare. Winspeare, andando a ricreare un “calco” di alcune celebri sequenze del documento demartiniano a cui abbiamo accennato, si è riappropriato di preziosi elementi identitari, li ha interiorizzati attraverso l’ottica di uno sguardo “moderno” ma che “non vuole dimenticare” e ne ha restituito la splendida immagine di una Puglia  da cui non si può fuggire. “Pizzicata”, sua quasi miracolosa opera prima, è appunto quanto di più interessante e riuscito ci si possa aspettare da una cinematografia “del territorio” ma in qualche misura già “autoriale” (nel senso meno deleterio del termine) come quella di Winspeare. Interamente girato senza ricorrere all’utilizzo di sorgenti luminose artificiali, interpretato da attori per la maggior parte non professionisti e in strettissimo dialetto leccese, splendidamente immerso nelle atmosfere quasi Kiarostamiane di uliveti secolari, vicoli ombrosi e masserie assolate. Grandissimo nella resa luministica (un alternarsi di luci e ombre, percorso da violenti contrasti caravaggeschi, timidi bagliori di luce e improvvise esplosioni di bianco), estremamente curato nell’aspetto musicale, di bellezza abbacinante nella scelta delle location. Un piccolo capolavoro praticamente “invisibile”, distribuito a stento solo nei circuiti locali. Forte e potente, semplice e arcaico. Come il richiamo di una danza. Visione consigliatissima.

 

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