“Todo modo”

Todo modo para buscar la voluntad divina. E’ la sconvolgente esplosione di furore mistico di sant’Ignazio di Loyola, che trasfigurata dalla lente del cupo espressionismo di Elio Petri produce una delle ferite più “dolorose” del cinema italiano. Ulcera gangrenosa mai rimarginata. Camuffata, corretta, persino espunta. Costretta alla clandestinità per anni e sepolta nel buio dell’indifferenza. Quando non della aperta ostilità politica. O peggio censurata dalle forbici dell’amnesia collettiva. Era il 1976 quando Petri, reduce dei trionfi di “Indagine” e delle polemiche organiche della “Classe operaia”, nel bel mezzo di un periodo tesissimo della storia del nostro paese, realizzò “Todo modo”. Un folto gruppo di notabili di un partito politico di chiara ispirazione cattolica si riunisce in un misterioso e catacombale residence per calarsi in un’atmosfera di livida flagellazione durante infervorati esercizi spirituali di matrice ignaziana. Alla guida delle meditazioni un sacerdote (Marcello Mastroianni) furente e profetico, ambiguo e ineffabile. Tra i convenuti “il Presidente” (un grandissimo, straordinario Gian Maria Volontè), figura emblematica di sommo conciliatore. Una sorta di medium perennemente votato al compromesso, in cui sembrano convivere e confondersi tutti i reciproci opposti: destra e sinistra, luce ed ombra, grazia e peccato, innocenza e colpa, maschile e femminile. Al suo fianco una donna (Mariangela Melato) dalla personalità annullata, vissuta per anni nel mito del marito e accecata (anche lei, sebbene di riflesso) dal desiderio smanioso di potere. Un potere che consuma e uccide, che condanna all’esperienza di un tangibile inferno terreno. Figure di contorno (eppure marginalmente centrali) all’interno del film un commissario di polizia giovane ed inesperto (Renato Salvatori), una misteriosa primula del partito, senza nome occhialuto, protagonista di una fugace epifania e unico a salvarsi dall’ecatombe (Michel Piccoli), un disturbato asceta della politica, tormentato da sensi di colpa e violenti desideri di purificazione (un immenso Ciccio Ingrassia) e una sorta di mitico “giustiziere proletario” (emblematicamente impersonato dalle fattezze “di borgata” di Franco Citti) che ricoprirà un ruolo essenziale nel tragico e allucinato finale.

 

 

Rivedere o vedere per la prima volta questo film alla luce di quanto ha dichiarato Paolo Sorrentino circa il suo recente “Divo” può essere illuminante. “Todo modo” è forse il film che più di tutti può essere considerato “padre spirituale” del film di Sorrentino. Moltissimi i punti di contatto del film di Petri con il lavoro di “mimesi distorta” e allegoria del potere che Sorrentino ha realizzato lavorando sulla maschera di Giulio Andreotti. A cominciare dalle fondamenta, dalla strutturazione di un linguaggio espressivo che cerca sempre la piena e totale consonanza tra forma e significato. In ogni fotogramma, in ogni inquadratura, in ogni sequenza. In “Todo modo” persino pushing the limit verso i territori del grottesco estremo, quando non del blasfemo o dell’orrido. I primi e primissimi piani presenti nel “Divo” si ritrovano anche in “Todo modo”, a voler trasmettere, come ha dichiarato lo stesso Sorrentino, l’idea di personaggi che “occupano” pervasivamente ogni spazio dell’inquadratura così come tendono ad occupare, simili a materia gassosa, ogni recesso di “potere” a loro disposizione. Tantissime (ed evidenti) le vicinanze poi sul piano tematico tra i due film, posta comunque l’abissale distanza cronologica tra le due pellicole, figlie di momenti storici completamente diversi. In Petri Moro, in Sorrentino Andreotti sono presi come simboli di un potere che si perpetua nella immobilità del suo essere, maschere di una “commedia” finalizzata al mantenimento di uno status fondato sulla negazione. Immagine racchiusa in modo perfetto e inquietante nelle statue di gesso disseminate lungo il film di Petri, elemento scenografico “significante” partorito dal genio di Dante Ferretti. Sorrentino ha individuato due film che a suo dire potrebbero in qualche modo aver influenzato Petri nel momento in cui ha girato “Todo Modo”. Sono secondo lui “L’angelo sterminatore” e “L’anno scorso a Marienbad”. Non si può non essere d’accordo. Entrambi i film contengono seminalmente le tracce di quello spazio (in)finito che percorre, trappola e gabbia dorata, “Todo Modo”. Immagine sempre uguale a sé stessa, dolly estenuata, che torna alla memoria con la forza di un incubo e con la solennità di una condanna.

Annunci

“La decima vittima”

Un domani, forse non troppo lontano, forse neanche troppo vicino. Lo sport preferito dall’uomo? L’omicidio. Trattasi di omicidio legalizzato e rigidamente regolamentato. Un organismo sovranazionale, il "Ministero della Grande Caccia" organizza su scala mondiale dei mastodontici giochi al massacro. Tutto si articola su poche, semplicissime regole. Chi si iscrive (volontariamente) alla partita può scegliersi il ruolo preferenziale di "cacciatore" o di "vittima". Un mega-elaboratore elettronico sito nella neutrale Ginevra provvede a creare degli accoppiamenti casuali tra una vittima e un cacciatore. Il cacciatore possiede sempre ampie e dettagliate informazioni sulla vittima da sopprimere: vince la caccia se riesce a compiere con sufficiente precisione l’omicidio. La vittima non sa chi è il "suo" cacciatore, ed è quindi costretta a tenere sempre alta la guardia: vince la caccia se riesce ad individuare il suo cacciatore e farlo fuori. Ogni caccia vinta (sempre sulla pelle di qualche altro affiliato) porta un premio in denaro. Il grande obiettivo di questo truculento "gioco di società" è collezionare 10 vittime, sopravvivendo quindi a 10 cacce. Chi ci riesce si conquista l’ambito titolo di "Decathon" insieme al jackpot di un milione di dollari. Quale migliore valvola di sfogo per le inestinguibili pulsioni alla violenza insite nell’animo umano? Sulle carcasse di questo mega-campionato dell’omicidio si gettano come avvoltoi televisioni e sponsor, pronti a lucrare anche sfruttando gli ultimi istanti di vita di un malcapitato qualsiasi. Basta coreografare un ballettino sculettante, mettere su una bella insegna al neon e provvedere ad uno slogan efficace e ben scandito :ed il gioco è fatto. In questo gustoso quadretto di società futuribile ci sono anche altre simpatiche novità. Per esempio è stato istituito un provvidenziale “Centro Raccolta Vecchi” , sistemazione ideale per ottuagenari indesiderati da rottamare. Oppure lungo le autostrade si può sostare in superaccessoriati bordelli, discretamente pubblicizzati come “Relaxing Service Station”: in queste alcove post-moderne si può pure scegliere tra musica “pesante, leggera o leggerissima”, come dire il massimo del comfort. E poi: si può passeggiare per Roma sul lungotevere “Fellini”, al soglio pontificio è giunto un Papa americano e leggere un numero dell’Uomo Mascherato o di Nembokid significa accostarsi ad un classico della letteratura…

Ursula Andress, newyorkese di bella presenza e dal grilletto facile: cacciatrice. Marcello Matroianni, maschio italico angariato dalla Sacra Rota e con genitori a carico: vittima. Tra di loro l’instaurarsi di una divertente liason tra tatticismi e vero sentimento, tra sadomasochismo e fellinismi assortiti. Girato mescolando gli stilemi propri di vari generi cinematografici (la fantascienza, la spy story, il western, la commedia) e coloratissime influenze pop (l’estetica del fumetto, l’arte moderna, il linguaggio televisivo, il design spaziale e sgargiante dell’epoca), è un divertentissimo, funambolico, stravagante atto d’accusa (in forma di satira) contro la società dei consumi e contro l’imbarbarimento "post-televisivo" della nostra civiltà. Comparto tecnico, sotto l’ottima regia di Elio Petri, curatissimo. La sceneggiatura, ispirata dal racconto di fantascienza “The seventh victim” dello statunitense Robert Sheckley, fu stesa grazie anche all’apporto (fondamentale, sebbene a fasi alterne) di gente come Tonino Guerra, Giorgio Salvioni e soprattutto Ennio Flaiano (la cui mano, in certe zampate satiriche è ben evidente). Montaggio (serrato, incalzante) di Ruggero Mastroianni. Fotografia (variegatissima e magistrale) del grande Gianni Di Venanzo. Tema musicale (il divertente “Spiral Waltz”) composto da Piero Piccioni ed interpretato da Mina. Nel cast anche Salvo Randone ed Elsa Martinelli. Prodotto da Carlo Ponti, che con la sua personalità ipertrofica complicò non poco la gestazione del film. Accolto all’epoca dal gelo della critica ufficiale ed “impegnata” è diventato con il passare degli anni un cult assoluto. Una visione obbligatoria. Ludibrio assicurato, credetemi…film straconsigliato.

"Per fare un film bisogna avere molta follia e molto amore per il cinema. E questo è, probabilmente, l’unico aspetto positivo della vicenda" (Elio Petri)