“Quintet”

In un imprecisato futuro, su un pianeta sconvolto da imponenti glaciazioni, un’umanità sull’orlo del collasso trascorre i giorni che la separano dalla definitiva estinzione giocando ad uno strano gioco dalle regole oscure ed enigmatiche: Quintet. Cinque giocatori mediante lanci di dadi si rincorrono su una pedana di forma pentagonale, sterminandosi a vicenda. Il sopravvissuto dei cinque sfida un sesto uomo, estratto a sorte ad inizio partita, ed emblema della imponderabilità assoluta sotto la quale i giocatori accettano di porre le loro esistenze. Il tutto si svolge sotto gli occhi di un misterioso jus dicente, vero e proprio incontestabile arbiter del gioco. La partita si conclude sempre con un solo superstite, l’unico giocatore riuscito a sfuggire agli attacchi degli avversari nonchè l’unico riuscito ad eliminarli quando le regole del gioco lo avessero richiesto. In premio il brivido di sentirsi vivi, mai tanto intenso quanto nell’attimo immediatamente successivo ad una morte di poco sfiorata.  Pervaso dal riferimento continuo a complesse numerologie e astrazioni geometriche, e innestato su una struttura che lo avvicina a "La decima vittima" di Elio Petri, è forse uno dei film più oscuri, grevi e pessimisti di tutta la filmografia altmaniana. Se altrove il lucido disincanto di Robert Altman verso le magnifiche sorti  e progressive dell’umanità si stempera nell’acre ironia, in "Quintet" il pessimismo più cupo e radicale sembra costituire lo sfondo di un gioco di specchi e rifrazioni che non contempla tra le sue regole il ricorso al sorriso dissimulato. Pezzi di cinema, come tessere di un mosaico letteralmente mai visto, giocano la loro partita in Quintet, incorniciati all’interno di un impianto registico e scenografico (le strutture dismesse dell’esposizione internazionale di Montreal del 1967) di rara complessità. La visione periferica del caldo cine-occhio altmaniano, immersa nell’algido rigore del film, è appannata per tutta la sua durata, relegando le porzioni più esterne di ogni fotogramma al limbo di una percezione sfocata e distante. Al centro del fotogramma, dove la messa a fuoco vince la sua sfida contro la glaciale cristallizzazione altrove imperante, si gioca la partita di "Quintet". Se Paul Newman rappresenta in qualche modo l’alter ego stesso di Altman e del suo cinema, intorno a lui, in una intricata allegoria di citazioni e omicidi incrociati, si agitano spettri bergmaniani (Bibi Andersson), fantasmi bunueliani (Fernando Rey) e persino santi incarnati dentro maschere latine (Vittorio Gassman). Cinema che sopravvive ad altro cinema uccidendolo. E che assorbe nelle sue regole e nel suo distopico meccanismo di arbitraria fictionality chiunque prova a forzarne gli schemi di comprensione/partecipazione.

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