Sight & Sound

“Quando pensi ai più grandi momenti di un film, credo che quasi sempre sceglierai quelli che hanno a che fare con le immagini piuttosto che con le scene, e di certo mai quelli incentrati sulle parole. Ciò che un film fa meglio è utilizzare le immagini con la musica, e credo che questi siano i momenti che si ricorderanno.” Stanley Kubrick

N.B. Quella che segue non è una top10. E’ da considerarsi il frutto di una raccolta: una collezione di frammenti audiovisivi. I primi 10 che consapevolmente affiorano alla memoria e si offrono alla catalogazione. Scelti quindi in base a criteri di pura persistenza. E se a resistere è sempre e solo quello che si ama di più probabilmente si tratta di 10 frammenti d’amore.

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“Segreti di famiglia”


La famiglia, per Francis Coppola, ha sempre significato molto. A cominciare da Agostino Coppola, il nonno di Francis, emigrato ad inizio Novecento negli States da Bernalda, terra lucana, sud del sud dei santi. Suo padre Carmine, flautista per anni nella NBC Simphony, l’orchestra di Toscanini, e arrangiatore, direttore, interprete, non è mai riuscito ad emergere come compositore, portandosi dentro questo grande cruccio e trasmettendolo ai figli. La madre Italia, figlia del gestore di un cinema di Brooklyn, e la sorella Talia Shire, entrambe attrici. Presto sottratte al mero vincolo di sangue dal potenziamento/investitura offerto della famiglia-cinema. Il fratello maggiore August, professore di letteratura contemporanea, scrittore di racconti. «Volevo più di ogni cosa essere uno scrittore», si lascerà sfuggire il giovane Francis in alcune interviste. Padre e fratello, quindi. Musica e scrittura. Fino ad arrivare alla terza generazione dei Coppola. Quella di Giancarlo, Roman e Sofia. Tutti ancora a vario titolo committed all’interno della famiglia-cinema. Famiglia e cinema per Francis Ford Coppola sono realtà sovrapponibili. I legami di sangue, nella carriera di Coppola, si sono sempre intrecciati e sovrapposti ai legami costruiti dentro il cinema e dietro la macchina da presa. Il suo padre cinematografico (Roger Corman) e i suoi fratelli (Peter Bogdanovich, George Lucas, John Milius) hanno avuto un ruolo ugualmente decisivo nella formazione di un personaggio assolutamente unico all’interno del cinema americano contemporaneo, e determinante per la storia dei suoi ultimi 40 anni. Uomo di cinema a tutto tondo, capace di sintetizzare nell’arco di 40 anni di carriera esigenze artistiche e profitti milionari, apocalittiche sconfitte e clamorose vittorie, successo di pubblico e benevolenza dei critici, tensione “autoriale” e imprenditorialità da consumato business-man.

 
Con “Youth without youth” Francis Coppola ha inaugurato davvero una seconda giovinezza all’interno della sua carriera. Finalmente libero dalla dittatura finanziaria delle grandi majors, ha potuto realizzare il progetto coltivato per una vita: un film sul linguaggio (del cinema, anche) realizzato senza condizionamenti produttivi o espressivi, in totale libertà stilistica. Con “Tetro”, scritto durante il montaggio di “Youth without youth” e frutto della collaborazione con la stessa equipe tecnica (Mihai Milaimare Jr. alla fotografia, Walter Murch al montaggio, Osvaldo Golijov alla composizione della colonna sonora) Coppola compie l’ulteriore passo mancante e mette in scena una sua sceneggiatura. Come ha ricordato lo stesso Francis “Tetro” è il primo film dai tempi della “Conversazione” scritto, diretto e prodotto interamente da lui. Personale e “biografico” come nessuno dei suoi film precedenti. Rispetto al suo immediato predecessore (che rifletteva su questioni alte e universali) molto più marcatamente particulare, familistico, pregno di melodrammatismo meridionale, di affettuosa e nostalgica cinefagia (l’omaggio a Powell e Pressburger), di turgore e sentimentalismo operistico un po’ guascone (il film è girato in Argentina, e secondo Coppola «Gli italiani sono i piu’ imbroglioni al mondo, ma i secondi sono gli argentini, che comunque sono italiani»). Oltre a tutto questo nella storia di Tetro-Coppola e nel zootropio da lui costruito si può leggere il manifesto del cinema come arte di scrivere con la luce. Come fragilissimo momento di sintesi in cui regia e scrittura, frutto della stessa intelligenza creativa e guidate dalla mano dello stesso direttore d’orchestra, diventano una cosa sola. Un unico prodotto d’arte (ossimoro coppoliano per eccellenza) in cui l’inscindibile dicotomia tra parola scritta e immagine filmata è utopicamente, coppolianamente superata.
 
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“Un’altra giovinezza”

Coppola is back. Lo aspettavo con ansia da 10 anni e passa. E’ tornato alla ribalta con un film coraggiosissimo, ardimentoso, difficile. Degno di un baldanzoso e velleitario esordiente, si potrebbe dire. Dietro la macchina da presa c’è invece l’uomo che ha regalato al cinema capolavori assoluti (irraggiungibili, dallo stesso Coppola in primis) come “Il Padrino” ed “Apocalypse Now”. Il desiderio di avventurarsi lungo territori filmici irti e perigliosi (a costo di rischiare lo smottamento), il gusto di provare nuove vie (a costo di sbagliare strada), la voglia di ridiscutere la propria cinematografia ad una età non più giovanissima: basterebbero queste motivazioni per render(mi) l’operazione “Un’altra giovinezza” quantomeno simpatica. Ce ne sono molte altre in realtà…

 

Semeion e logos. La parola, intesa come parola scritta (grafema) e come parola “parlata” (fonema), racchiude nella sua più ancestrale significazione un substrato mistico e sapienziale. La parola non è che il segno di un arcaico, primordiale, profondissimo legame tra l’uomo e la divinità. Tale legame, col progredire della storia dell’uomo, pare essersi progressivamente sfilacciato, minacciato dalla deriva nichilista (che genera svastiche) e dall’oscuro avanzare delle guerre atomiche. Tim Roth è un linguista affascinato dallo studio delle religioni antiche. La sua attività di ricerca ed il suo ambizioso progetto di scrivere una enciclopedica “storia del linguaggio”, lo sottraggono alla vita, all’amore, agli affetti. Un fulmine (un fuoco, qualcosa di molto vicino ad un battesimo) si abbatte sulle sue ricerche e sulla sua esistenza, la mattina del giorno di Pasqua (resurrezione/redenzione) nella uggiosa Bucarest del 1938. Dopo l’evento, il professor Matei sperimenta su sé stesso due incredibili conseguenze che sfidano ogni determinismo e ogni presunzione di comprensione razionale: egli ringiovanisce nel corpo e acquisisce poteri intellettuali straordinari. La sua memoria diventa ipermnesica (novello Pico della Mirandola, miracolosamente salvato dalla pazzia), le sue capacità percettive lo rendono capace di leggere un libro soltanto stringendolo tra le mani, la sua mente riesce a condizionare telepaticamente il futuro. Egli arriva letteralmente a moltiplicarsi, proprio come si moltiplicano le sue facoltà cognitive. Il futuro è il suo precipuo campo d’azione: egli metterà a punto una lingua che potrà essere compresa soltanto nel futuro, appunto. Accessibile solo all’essere umano venturo, che ancora non esiste. Tramite questa lingua (un nuovo codice comunicativo) egli spera di riportare l’umanità che verrà, devastata dalla guerre e dal dolore (umanità post-umana), alla (ri)scoperta di una dimensione antica e “sacrale” dell’esistenza. Missione, forse utopia, che richiede però un fondamentale approfondimento, un transfert doloroso ma necessario alle origini della storia del linguaggio. Alle origini delle religioni antiche (India). Alle fondamenta stesse del rapporto uomo-dio e fino alle colonne d’Ercole dell’autocoscienza.

 

L’ideale anello di congiunzione e completamento della “missione” del professor Matei ha il volto della giovane Laura. La ragazza (un fantasma mnesico eppure reale) è evidentemente la rifrazione speculare dei caratteri del professore. Anche lei colpita da un fulmine (dopo l’incontro decisivo con Matei sulle Alpi svizzere, e probabilmente a causa di questo incontro) come un cursore nella mani di una qualche potenza cosmica, si muove nella direzione esattamente opposta rispetto a quella in cui si muove il professore. Laura procede a ritroso nel passato. Anche lei utilizza come strumento di comunicazione la lingua (le lingue). Lingue antichissime: il sanscrito, l’egizio, l’assiro, il babilonese, il protoelamita. Sempre più lontano, sempre più. Fino forse ad individuare quel tassello mancante, quell’essenziale “momento” pre-storico di nascita del linguaggio. E’ il tassello mancante della ricerca del professor Matei, nonchè il fondamentale quid capace di dare senso al suo progetto di palingenesi del genere umano. Ma ogni beneficio ha un suo costo da pagare: Laura viaggiando a ritroso nel passato sta invecchiando nel fisico. Il professore, posto dinanzi al dilemma più lacerante e più terribile, sceglie la “terza rosa” (l’amore) a costo di interrompere “ad un passo dal mistero” il percorso di rivelazione/catarsi intrapreso. Il suo è apparentemente il più atroce dei fallimenti, soltanto uno specchio in frantumi. La palingenesi più grande si è in realtà compiuta dentro di lui. Egli ora con la sua scelta, e grazie alla sua seconda giovinezza, ha fatto quello che in passato non era stato mai in grado di fare: ha posto il verbo dell’amore al centro del suo essere. Forse, il segreto più grande è proprio in questa fondamentale (e semplicissima) verità.

 

Film a mio avviso (come già detto) coraggiosissimo, e nonostante qualche sovraccarico, assolutamente riuscito e coeso. Mi riesce difficile considerare questo film in qualche modo irrisolto, incompiuto, come è stato detto da più parti. Il film ha invece a mio modo di vedere nella “cornice” circolare e nel suo sviluppo narrativo centrale lineare (diviso in 2 parti o atti, scanditi dai due fulmini e caratterizzati da diverse collocazioni spazio-temporali) una solida e compiutissima struttura narrativa. Quella che resta drammaticamente (forse solo apparentemente, in realtà) incompiuta nel film è nei fatti solo la missione del professore. Questo forse ad un primo sguardo potrebbe “tradire” e dare l’impressione di una mancata risoluzione del film in quanto tale. Aggiungo il doveroso plauso ad un cast di grande spessore, illuminato magnificamente dalla presenza magnetica di Bruno Ganz e dalla indiscutibile bravura di Tim Roth. Ottima regia, a tratti deliziosa in qualche taglio visivo vagamente espressionista. La valutazione, a mio modestissimo modo di vedere (ed in base ad un giudizio assolutamente soggettivo e influenzato da attitudini/sensazioni personalissime), non può che essere più che positiva.

 

Voto personale: 8,5/9