“Il Grinta”


 


Il Western è sempre stato il genere in assoluto più impermeabile a vere o presunte opere di rinnovamento. Il canone linguistico del cinema western, con il suo corposo bagaglio di convenzioni stilistiche e narrative, ha dimostrato in più di una occasione di respingere ogni tentativo di destrutturazione. Finita l’epoca d’oro dei Ford, Mann, Hawks, la generazione ribelle e iconoclasta dei vari Peckinpah, Altman, Penn, Aldrich è riuscita a modellare il genere sulle suggestioni e sugli umori che gli anni della contestazione esigevano dalla società americana. Esauritasi quella spinta ideale, sembra che il cinema western abbia conosciuto lungo i decenni ’70 e '80 un periodo di oggettiva difficoltà espressiva. Negli ultimi 20 anni, con sporadiche puntate e frequentazioni, il cinema western è stato (ri)visitato da singoli autori, difficilmente uniformabili a gruppi omogenei, che hanno inscritto pagine importanti della loro poetica all’interno delle regole e dei canoni del genere. E’ accaduto per Costner con “Balla coi lupi”, per Eastwood con “Gli spietati”. E’ accaduto per Joel e Ethan Coen con “Il Grinta”. Con una significativa variante: il loro film è un calco quasi perfetto di un altro (vecchio) film western, del 1969, con lo stesso titolo, e con un crepuscolare John Wayne in sella nel ruolo ora interpretato da Jeff Bridges. Quel film, di Henry Hathaway (buonissimo cineasta mai assurto a nume tutelare del genere) nasceva vecchio e fuori tempo massimo già nel 1969. In quello stesso anno infatti, mentre Hathaway filmava con l’occhio benevolo e placido di un nonno affettuoso le avventure di una ragazzina ispirata da sentimenti di purezza e innocenza, Peckinpah scardinava la grammatica filmica e sconvolgeva gli spettatori con orge lisergiche di sangue e violenza. E’ quindi singolare, e dovrebbe far riflettere, il fatto stesso che i Coen abbiano scelto proprio quel film come traccia per la loro personale rilettura del western americano. Io ho provato a ipotizzare un paio di motivazioni per questo tipo di scelta. Come è ovvio, non è detto che siano quelle giuste. E non è detto che siano le uniche possibili.

Come detto “Il Grinta” di Hathaway è un film invecchiato prima ancora di vedere la luce. Lontanissimo da ogni forma di revisionismo critico, decisamente "buono" se non buonista, interpretato da un attore storicamente conservatore giunto al capolinea della sua carriera, retorico e naif nella sua semplice linearità espressiva e nella sua celebrazione dei buoni sentimenti trans-generazionali. E’ probabile che ai Coen servisse proprio un punto di partenza come questo per articolare, nella prospettiva tipica del loro cinema, un discorso sulla purezza, sulla morte e sulla fine. Del genere “classico” (una analoga operazione i Coen la hanno portata a compimento per il noir con “L’uomo che non c’era”), di una America che fu e non solo. Il loro film, incastonato nello splendido finale, è l’epitaffio postumo scritto sulla tomba di qualcosa (o qualcuno) che è trapassato da molto tempo. E’ il ricordo scritto nella pietra di un funerale già celebrato, in un altrove indistinto e in un tempo lontano. E’ la rievocazione di un lutto. Ed è a mio parere nei minuti del finale del film che i Coen hanno scolpito il senso profondo della loro ultima opera. E’ lì che bisogna cercare per scoprire il perché di una operazione che altrimenti rischierebbe di apparire come un vuoto esercizio di maniera. Di Mattie Ross adulta nel film del 1969 non c’è traccia. Dal momento in cui lei appare nel “Grinta” coeniano capiamo quindi di non trovarci più davanti ad un remake ma ad un sequel. La morte, la mutilazione, sono già passate. Persino l’assassinio del padre (scena di apertura del film del ’69) è già avvenuto quando il film dei Coen tramite la voce narrante di Mattie ce lo racconta. Nel finale Mattie cerca le tracce del suo ricordo dove l’epopea della frontiera ha celebrato il suo canto del cigno: tra i carrozzoni colorati di un circo ambulante come quello (altmaniano) di Pecos Bill. Rooster Cogburn non è nemmeno lì. Il suo tempo è il passato remoto, e la sua presenza sopravvive solo nel ricordo, mutilato, di una orfana. Come già il film di Hathaway, il “True Grit” coeniano accentua quel sentore di morte e disfacimento che era già avvertibile, allora, tra gli ultimi fuochi delle foglie autunnali illuminate da Lucien Ballard. E si conclude, il film del 2011 come quello del ’69, con il fermo-immagine di un salto che è anche una dipartita. L’ultima, prima che anche questa si sottragga definitivamente al nostro sguardo e al nostro culto.                                    

Magari c'è ancora dell'altro. A pensarci bene, rivoltando il punto di vista del film, la storia di Tom Chaney, balordo senza grandi aspirazioni che per necessità di denaro e per un accidente improvvido uccide il padre di Mattie, che per futili motivi si rende responsabile della morte di un senatore del Texas e del suo cane e che per bizzarre coincidenze di eventi si ritrova braccato da un altrettanto bizzarro terzetto di inseguitori, non è poi tanto dissimile dalle vicende di molti altri personaggi dell’antologia coeniana. Il suo essere incastrato dentro una serie di sfortunati eventi ricorda i destini sorprendenti ed “esemplari” di diversi suoi degni predecessori, dal drugo Lebowski a Ed Crane. E anche la principale novità del film (il punto di vista della narrazione, coincidente con la visione del mondo di Mattie) ha un antecedente importante nel personaggio interpretato da Frances MacDormand in “Fargo”. Marge è animata dalla stessa stolida, incrollabile, marmorea fiducia femminile che sostiene Mattie. Entrambe delineano l’archetipo di donna americana strong and reliable, pietra angolare invisibile su cui si sono costruite le fondamenta profonde di una società rappresentata da maschi deboli e corrotti. Quello che è più esplicitato in Mattie Ross, rispetto a Marge, è l’aspetto religioso, fideistico e puritano, su cui poggia la sua insopprimibile intima convinzione: in fin dei conti tutti, prima o poi, dovranno pagare per le loro colpe. Niente è gratuito a questo mondo eccetto la grazia di Dio. Le risposte a quel rigido determinismo esistenziale in apparenza arbitrario e insensato che Larry Gopnik cercava nella sapienza rabbinica, Mattie le ha trovate nel libro dei Proverbi. "The wicked flee when no man pursueth: but the righteous are bold as a lion". E neanche la notte del cacciatore può spaventarlo. Di portentosa grandezza l’interpretazione di Jeff Bridges (pura immensa gloria etilica), la colonna sonora di Carter Burwell e la fotografia, miracolosa, di Roger Deakins. Nel caso tutto quello di cui si è parlato prima vi fosse sembrato poco.
 
[**** ½]

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L’indeterminazione di un principio

Non si chiamava Fritz ma si chiamava Werner, Werner Heisenberg. L’uomo che ha affermato, inchiodando per sempre la sua fama all’omonimo “principio di indeterminazione”, che non si può stabilire in un dato momento l’esatta posizione e l’esatta velocità di un oggetto/particella. L’affermazione equivale a sostenere che di un qualsiasi fenomeno non si possa mai comprendere per intero la portata dinamica. Qualcosa di confinante con alcuni aspetti del criticismo Kantiano, con quel “noumeno” destinato perennemente a sfuggire alla comprensione di ogni “fenomeno” che lo racchiude e nasconde. Il cinema, che è per statuto ontologico arte del movimento, ha eretto un colossale monumento al principio di indeterminazione di Heisenberg attraverso l’opera di Joel e Ethan Coen. In particolare 3 pezzi della loro filmografia possono essere scelti come 3 momenti ideali di una grande dimostrazione cine-filosofico-matematica sulla non-dimostrabilità di un nesso di connessione tra gli eventi e (di conseguenza) sulla impossibilità di comprensione delle dinamiche che li regolano. Il primo dei 3 tasselli di questa trilogia non può non essere “Fargo”. Nella cornice glaciale del Nice Minnesota un uomo senza qualità orchestra il rapimento della moglie per risolvere problemi personali di natura economica (p.s. sono quasi sempre i soldi il primum movens delle reazioni a catena tipiche della sceneggiature coeniane). Gli eventi gli sfuggiranno di mano, e tingeranno di rosso il candore della neve del letargico Upper Midwest americano. Jerry Lundegaard non è che una palla da biliardo che i fratelli Coen fanno rimbalzare sul tappeto del loro script, disegnandone l’imprevedibile traiettoria e  (da osservatori, prima ancora che da creatori) influenzandone il destino. Spesso in altri film dei Coen (“Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era” o “A serious man”) l’inquadratura è costituita da un fondo nero e da un oggetto di forma sferica che si allontana o si avvicina. Jerry Lundegaard è un oggetto “in orbita” esattamente come questi. E il cartello che apre il film è una affermazione di verità viziata da una menzogna di fondo, ma la verità profonda sepolta sotto le superfici innevate di Fargo è proprio che, senza dubbio, là fuori da qualche parte un vero Jerry Lundegaard sta provando a raschiare il ghiaccio dal cruscotto della sua auto. La natura di “osservatori” dei Coen quindi, per questo film, data anche la loro intrinseca appartenenza a quei luoghi, è di non trascurabile importanza. La seconda tappa di questa ipotetica pista cine-filosofica, passa attraverso un capolavoro assoluto come “L’uomo che non c’era”. Qui, a differenza che in “Fargo”, il protagonista del film, altro oggetto umano scagliato dentro un flipper di eventi concatenati, non è un uomo insignificante come Jerry Lundegaard. Ed Crane è un personaggio dal notevole (seppur ambiguo) carisma, dal profilo vicino a quello dei divi del grande cinema noir americano (di cui i Coen, senza dubbio, sono e sono stati grandissimi “osservatori” e profondi conoscitori), dalla spiccata intelligenza e delle grandi doti, a sua volta, di osservatore silenzioso. Ed Crane, passeggero disinteressato della sua vita, è l’osservatore interno in grado di condizionare con la sua sola presenza gli eventi. Il momento in cui prenderà la sua prima vera decisione coinciderà con l’inizio della fine. Il processo innescato, come in “Fargo” da una questione di soldi, porterà a conseguenze non previste e irreparabili che, per paradosso, nella scrittura (Crane che racconta per un giornale la storia della sua vita) troveranno una ricapitolazione ma non una risposta. La risposta ai perché di un destino tragicomicamente infame la cerca anche Larry Gopnik in “A serious man”. I Coen la individuano a sua insaputa in una specie di ineffabile colpa ancestrale (magnificamente stilizzata nel prologo del film) che affligge i figli di Israele, e di cui forse Joel e Ethan si sentono in qualche modo portatori. A Larry Gopnik, travolto da un uragano di eventi apparentemente indipendenti dalle sue scelte (può la decisione di cambiare un voto già scritto su un registro avere qualcosa a che fare col destino della sua famiglia?) è affidato il difficilissimo compito di cercare la risposta delle risposte. Nelle radici della cultura e della tradizione ebraica. Imparando ad accettare il mistero che sempre regola le traiettorie delle esistenze umane, reali o di celluloide che siano. I Coen sembrano aver capito tutto questo da tempo. Forse, dal momento in cui hanno scelto di firmare con uno pseudonimo il montaggio dei loro film.

Gods and monsters

“A serious man”

 
E’ un sillogismo privo del termine conclusivo l’ultimo (grandissimo) film dei fratelli Coen. Una sfida alla logica e alla fisica, (s)montata e costruita in modo impeccabile, giocata sul filo del paradosso e di uno scuro sarcasmo esistenziale. Insieme all’ultimo Todd Solondz è anche il film che forse più di tutti gli altri all’interno del nuovo cinema americano, rivendica le sue radici di piena appartenenza alla cultura e alla tradizione ebraica. Il protagonista del film, uomo serio dalla struttura mentale rigidamente impostata sui binari della legge azione-reazione, si lancia in un vero e proprio cammino di rivelazione. Graduale e ineffabile, scandito dal progressivo avvicinamento alla fonte della verità, il percorso si conclude con la più clamorosa delle sottrazioni. Davanti alla quale non può che calare il buio dei titoli di coda. Probabilmente il miglior film dei Coen, sugli stessi livelli (e sulle stesse tonalità, benedette dalle note di Carter Burwell e dalla fotografia di Roger Deakins) di un capolavoro assoluto come “Fargo”. Una lettura accurata e acuta delle antinomie che squarciano la tela di questo film è stata data qui, a casa di amici di Cinedrome.
 
[*****]
 
“Antichrist”


 
Difficilissimo esprimere un giudizio di valore su un film come “Antichrist”. Probabilmente il film soffre di una stratificazione di livelli persino eccessiva, che sovrappone ad un (interessante) registro clinico-psichico un livello simbolico-horrorifico che crea alcune confusioni. Non è da sottovalutare nemmeno il fatto che Von Trier abbia dedicato il suo film all’opera e al genio di Andrej Tarkovskij: la natura, con la sua potenza generatrice/distruttrice, in “Antichrist” riveste un ruolo fondamentale. Ed è l’opposizione stato di natura/civiltà (insieme a quella femminile/maschile) a costituire forse la chiave di lettura migliore per comprendere il senso profondo del processo di elaborazione del lutto e del dolore messo in scena dal regista danese. Forse l’unico modo per provare ad entrare dentro questo film è approcciarlo senza alcuna volontà esplorativa o analitica, scivolando nelle sue pieghe senza porsi troppi quesiti interpretativi. Eppure il film di Von Trier, a fine visione, lascia lo spettatore con una messe di dubbi e interrogativi davvero impressionante: chi è the Antichrist? Vive nella natura o è una sua negazione? Si ascrive al principio generatore femminile, alla sessualità violenta dell’uomo o è una fusione di entrambi? Straordinaria, comunque, l’interpretazione di Charlotte Gainsbourg: migliore interpretazione femminile dell’anno solare 2009, per quanto mi riguarda. Messa in scena controversa, di rara complessità e ricchezza.
 
[*** 1/2]
 
“Ricky”

 
Non è un film che merita di finire sotto i freddi bisturi di una “analisi” critica il piccolo, meraviglioso, film di Francois Ozon. O almeno, non da queste parti. Miracoloso nella sua calibrata freschezza e linearità, è un film che parla la lingua del cuore e che riesce, attraverso la narrazione di una storia tanto sospesa quanto verosimile, a strutturare attraverso metafora un discorso importantissimo su temi come accettazione, abbandono, fuga, rinascita e teoria del volo. Favola metropolitana, colma di amore e tenerezza, assolutamente da non lasciarsi scappare.
 
[****]

Cronache dalla Laguna/1

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Giunto al termine di una serie di memorabili giornate trascorse in Laguna ecco un primo succinto resoconto diviso in tre parti relativo alle molte visioni veneziane. Pellicole dal valore pericolosamente oscillante tra il pessimo (più di una) e l’esaltante (poche). I momenti da ricordare comunque non sono mancati. Ci divertiamo anche a dare un po’ di voti a caldo. Dei film più interessanti si riparlerà approfonditamente e con maggiore lucidità appena avremo smaltito la sbornia.

"Burn after reading" – Joel e Ethan Coen (Fuori Concorso – Film d’apertura)

Ci si aspettava poco dal ritorno dei fratelli Coen alla commedia dopo l’intenso drammone pulp di "No Country for old man". Forse troppo poco. Si paga ancora una volta il dazio ad un antico pregiudizio anti-commedia, forse. E invece l’ideale chiusura della coeniana "trilogia degli idioti" non è affatto un film da prendere sottogamba. Commedia ritmata, scritta e diretta benissimo, recitata con divertita disinvoltura da un cast variegato su cui troneggiano il grandissimo John Malkovich e la straordinaria Francis MacDormand. Acre humour nero e crani perforati. L’America non sarà un paese per vecchi ma è di certo un paese di splendidi imbecilli che in qualche modo provano a vincere la loro personale battaglia con l’esistenza. Risate naif e molto più "Fargo" di quanto ci si potrebbe aspettare. Decisamente gradito.

Voto: 7,5

 

“Jerichow” – Christian Petzold (Venezia 65 – in concorso)

 

Il primo film in concorso è quanto di peggio potesse essere scelto per aprire una rassegna di “arte” cinematografica degna di questo nome. Quando si dice partire con il piede giusto. Insulso fino all’inverosimile e di una inutilità esasperante. È’ la storia di un banalissimo triangolo amoroso nato in una tristissima località tedesca di nome, appunto, Jerichow. Lo abbiamo capito grazie alla provvidenziale lettura di un indirizzo scritto in blu su un camioncino bianco. E’ stato il momento di gran lunga più interessante di tutto il film. Pessimo.

 

Voto: 3

 

 

“Inju, la bete dans l’ombre” – Barbet Schroeder (Venezia 65 – in concorso)

 

Probabilmente il più difficile da valutare dei film in concorso visti. Noire zoppicante sui rapporti e sulle reciproche influenze che legano l’immaginario letterario-fictionale alla realtà fattuale. Ambientato in un oriente stilizzato e notturno, filtrato dagli occhi e dalla sensibilità occidentale. Uno scampolo di idea alla base quindi, in qualche modo, c’è.  Discorso e messa in scena dalle atmosfere umbratili vagamente cronenberghiane e qualche buon momento: soprattutto un iniziale film nel film dal sapore gore. Molti però i punti deboli: dalla fiacchissima interpretazione dell’attore protagonista (l’altrove bravo Benoît Magimel) ad una regia abbastanza piatta, per arrivare ad un finale che dice troppo e dice male. Appena sufficiente.

 

Voto: 6

 

 

“Monster X strikes back: attack the G8 summit!” – Minoru Kawasaki (Fuori concorso)

 

La prima di tre soddisfacenti visioni “off” di mezzanotte in sala grande. Il meglio viene quasi sempre “fuori orario”, anche in laguna. Un “kaiju eiga”: film di mostri, grossi possibilmente. E giapponesi. Curioso incrocio di  vintage con tanto di effetti speciali di cartapesta alla Riccardo Freda e satira politica in “Doctor Strangelove” style. Godibilissimo nella sua allegra e impavida demenzialità. Tra l’altro dovremmo essere fieri di come viene rappresentata la classe dirigente berlusconiana nelle terre del sol levante. E l’attore che interpreta il nostro glorioso premier da queste parti è già diventato un mito. Per appassionati del genere ma non solo.

 

Voto: 7

 

 

“Achille e la tartaruga” – Takeshi Kitano (Venezia 65 – in concorso)

 

C’era una grandissima curiosità per il ritorno di Kitano in laguna dopo le deludenti prove di regia delle sue ultime opere. Curiosità mista a preoccupazione. Si temeva il compimento estremo di quel suicidio artistico che lo stesso Kitano ha tenacemente cercato nella poetica dei suoi ultimi film. “Achille e la tartaruga” è invece un’opera che pur nella sua discontinuità in qualche modo ricollega la filmografia di “Beat Takeshi” ai suoi episodi artistici più felici (dal “Silenzio sul mare” a Kikujiro). Film complesso e ricchissimo di spunti di riflessione sulla affannosa ricerca dell’artista del perfetto istante di bellezza da catturare e racchiudere nella sua opera. Trasferimento di “pezzi” di realtà dentro il quadro astratto di un disegno a colori. Rincorsa, inseguimento, tentativo (faticosissimo) di colmare lo scarto spesso incolmabile che separa il vero dal bello. Ne riparleremo diffusamente.

 

Voto: 8

“Non è un paese per vecchi”

“You can’t stop what’s coming”. Semplicemente non puoi fermarlo. Non puoi fermare quel flusso, quell’onda di presente che arriva e travolge in un attimo secoli di passato. Quell’istante che fagocita continuamente sé stesso e continuamente ritorna, sempre diverso ma sempre uguale. Il presente è un fucile ad aria compressa che fa esplodere le serrature e si impone dentro ogni casa. Tutto scorre, tutto deve scorrere: il tempo (silenzioso, perché solo nel silenzio puoi “sentire” lo scorrere del tempo), e con esso il sangue. Sangue a fiumi in questo terzo capitolo (probabilmente conclusivo) di una ideale trilogia del noir cinefilosofico coeniano. Dopo i muri traforati dalle pallottole di “Blood Simple” e la neve insanguinata di “Fargo”. Ancora una riflessione beffarda sulla ineluttabilità delle cose e sulla meschinità di certe vite appese al sogno di una valigetta da due milioni di dollari. Naif l’America dei fratelli Coen, così ingenua (anche nella sua deflagrante violenza) da fare quasi tenerezza. Di fronte ad un destino cinico che si diverte a giocare a domino con le sue pedine, tutti i giocatori sono inevitabilmente in scacco. Anche quelli armati fino ai denti. Le armi non servono quando devi fare i conti con una Forza più grande di te. E’ la stessa Forza potente e plasmatrice (il Caso/caos probabilmente) che secondo Altman faceva collidere sofà e canoe. Esseri umani come formiche sotto una nube tossica di pesticida allo zolfo. E allora non puoi che arrenderti e sopportare il peso della sconfitta. Tutti sconfitti gli eroi americani di “No Country for old men”: una tripletta di losers, più o meno consapevoli di esserlo. Llewelyn Moss (Josh Brolin), faccia alla Warren Oates e vita da reduce. Il fallimento il suo mestiere. Con lui la vita e i Coen sono stati particolarmente crudeli: probabilmente ha avuto quello che si meritava. Anton Chirugh (Javier Barden), mostruoso weird psicopatico dal caschetto assassino, Frankenstein di marmorea ferocia: anche lui tassello di un più grande incubo all’ “American Psycho”, anche lui concorrente in un gioco di inseguimenti multipli, anche lui costretto a soccombere una volta attraversato l’incrocio pericoloso di una lost highway senza via d’uscita. E poi il meraviglioso sceriffo di Tommy Lee Jones, tutto una ruga, salvatore della patria costretto al pensionamento anticipato. In lui la sintesi, la riflessione amara e malinconica, la “morale” amorale (forse solo apparentemente) di questo film: Non è più il paese degli eroi questo. La guerra nel Vietnam è finita. Non è più tempo di medaglie al valore. Non c’è passato da glorificare in un presente del genere.

 

 

Fin dal loro esordio dietro la macchina da presa (non a caso proprio con “Blood Simple”, che a questo film è collegato da un rapporto strettissimo: vedere per credere) Joel e Ethan coen si sono divertiti a riscrivere le regole del noir classico americano, con tocchi di tarantiniana iperviolenza e di carveriano nitore. Questa volta lo hanno fatto raggiungendo una vetta di maturità stilistica e di perfezione formale davvero ineccepibile. Sontuoso lavoro di regia e di fotografia. Calibratissima sceneggiatura tratta dal romanzo del premio Pulitzer Cormac McCarthy. Splendida colonna sonora: un concerto di sibili, esplosioni, vetri infranti ed esistenze alla deriva. E in questo “Detour” del terzo millennio, anche i link al meglio della cinefilia del secondo si sprecano. Come è stato detto da molti, c’è parecchio dello spirito avvinazzato e romantico dello zio Sam-bloody Sam nel Tex-Mex dei fratelli Coen: mucchi selvaggi, cani di paglia, sanguinose cacce al tesoro. Nei sordidi Motel di frontiera anche qualche touch of evil alla Welles. E poi lo zio Alfred, uno che in quanto a brividi e suspance ne sapeva qualcosa: inseguimenti in pieno deserto (non c’è l’aereo ma ci sono fuoristrada e cani assatanati), pazzi omicidi dalle personalità dissociate (Anton/Anthony), telefoni che squillano nel momento giusto. Magnifico. Capolavoro secco.

 

[*****]

“Blood simple – sangue facile”

 

Pistolettate al sangue, tradimenti incrociati, sguardi cattivi ed imbecilli che non vogliono morire. Nel folgorante esordio dei fratelli Coen, rilettura affilata e sagace del noir americano, c’è questo e molto altro. Ci sono quattro personaggi in cerca d’autore: un lui (padrone di un bar di terz’ordine, accecato da gelosia morbosa), una lei (la sempre presente e bravissima Frances MacDormand, in un ruolo chiave), l’altro (protagonista di alcuni indimenticabili momenti alla Detour) ed un sordido investigatore privato. C’è una sceneggiatura costruita con perizia ingegneristica, dove ogni tassello si incastra alla perfezione nel meccanismo e dove ogni carta è giocata nel momento giusto. Dopo una prima parte che ci mette un pochino a carburare, il film cresce in una vertiginosa climax di suspance miscelata ad una buona dose di gustosissimo humor nerastro. Per tutto il film, il ritmo serrato dei colpi di scena segue quello arroventato dei colpi di pistola. Non mancano incursioni/escursioni all’insegna del grand-guignol, qualche gustosa “tarantinata” (diremmo oggi, ma è Tarantino ad aver “rubato” da questi film!) e diversi più o meno sotterranei omaggi cinefili. C’è poi una sequenza finale assolutamente strepitosa, da antologia, giocata su multipli giochi di “perforazioni” corporee ed architettoniche. Ottima fotografia, firmata Barry Sonnenfeld, prima che passasse dietro la macchina da presa. Colonna sonora composta dal fedelissimo Carter Burwell. Il successivo (e bellissimo) “Fargo” è in qualche modo filiazione diretta (e sviluppo) di questo film. Un altro capitolo del viaggio Coeniano nell’america profonda. L’america dei ventilatori che continuano a girare nonostante tutto. L’america dei sepolti vivi. L’america dove per un pugno di dollari si falsificano foto ed esistenze.

 

Voto personale: 8

 

NOTA A MARGINE: Visione consumata con sommo gaudio nel Circolo Vizioso del buon Tranello. E’ stata la prima che ha beneficiato delle fondamentali migliorie tecniche apportate alla struttura…alle prossime visioni! Circolo vizioso Uber alles

“Fargo”

FargoE’ il capolavoro assoluto dei fratelli Coen, originalissima macchina creativa "a due" del cinema americano contemporaneo. La trama: un mediocre venditore di automobili, alla ricerca disperata di soldi per uscire dai problemi economici che lo affliggono, organizza il rapimento di sua moglie per estorcere denaro al ricco suocero. Una coppia di sbandati, uno più idiota dell’altro, si incaricherà di compiere materialmente il crimine e una poliziotta "naif" incinta (vero eroe positivo del film, personaggio quasi dostoevskiano, portatore di valori semplici ed arcaici) si metterà sulle loro tracce. Iniziata sui toni di acre commedia umana, la storia si concluderà tragicamente. E’ la reinvenzione del noir americano, con elementi pulp e qualche digressione straniante in stile quasi lynchiano. Strepitosa la recitazione di William H. Macy (divenuto oggi quasi prigioniero di questo tipo di ruolo), di un divertentissimo Steve Buscemi (con accenti iperespressivi alla Joe Pesci) e di Frances McDormand, allora realmente incinta del marito Joel Coen, la quale portò a casa un meritatissimo Oscar per per questa meravigliosa interpretazione. Grandissima sceneggiatura (che vinse anch’essa la statuetta) e ottima regia, un "esercizio di naturalismo" (a detta di Ethan Coen). Bella fotografia, dominata dai colori del bianco (la neve, il gelo interiore) e del rosso (il sangue, la violenza). Splendida colonna sonora di Carter Burwell, una sorta di ballata lenta e disturbante, perfetto contraltare sonoro per questo lucido, terribile, disincantato spaccato dell’America profonda. Sicuramente un film chiave di tutti gli anni ’90.

Voto personale: 9

Trailer originale