“Il ragazzo con la bicicletta”

Cyril è un ragazzino alla ricerca, disperata e ostinata, di suo padre. Ogni sua energia fisica e mentale è investita in questa missione esistenziale, nel tentativo di colmare un vuoto che la solitudine di un riformatorio minorile riesce solo ad acuire. Una donna si imbatte nel suo irrequieto pedalare di bicicletta, e ne rimane colpita, decidendo di offrire sostegno ed aiuto al piccolo. Il pedalare all’unisono cementerà la loro intesa e, forse, guarirà le ferite sulla loro pelle. L’ultimo film dei fratelli Dardenne, tra i cineasti più intransigenti e rispettati di tutto il cinema europeo, è però un meccanismo che non “gira” come ci si sarebbe aspettato. Qualche ingranaggio sembra girare a vuoto e la costruzione narrativa soffre la presenza di qualche movimento centripeto di troppo. I Dardenne con capolavori assoluti di essenzialità e rigore come “Rosetta” o “Il figlio” ci hanno abituati ad una radicalità (di sguardo e di sintassi) che in questo film è un po’ diluita. La costruzione della suspance, meccanismo caro ai fratelli Dardenne, che hanno dimostrato più volte di saper costruire la tensione con pochissimo, è spezzata dalla agnizione figlio-padre collocata già a circa un terzo del film. La figura di Cyril non è così “centrale” (o centrata) dentro il film come poteva esserlo la giovane Rosetta, vero fulcro magnetico di tutta la messa in scena. Il pedinamento dei personaggi sembra fermarsi due passi più indietro, smorzando non di poco anche la carica emotiva che il film riesce ad esprimere. Tra le cose più belle e memorabili una prolungata ripresa in movimento di Cyril in bici, notturna. Parossistica persistenza dinamica di un fotogramma in moto perpetuo.
 
[*** 1/2]

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“Il matrimonio di Lorna”

lorna

C’è ancora tempo per aspettare un cinema come quello dei fratelli Dardenne? C’è ancora spazio per un tipo di cinema così radicalmente "centrato" sulle persone, tanto (con)centrato sugli "affetti" da permettersi il lusso di mettere da parte ogni altro tipo di "effetto"? Ascoltare i film dei fratelli Dardenne significa sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del reale, percepirne la rivoluzionaria forza tellurica che sale dal basso, dalle periferie, dalle banlieu, dai crepacci di una società fatta di donne e uomini sempre più incapace di riconoscersi nell’altro. Al centro del "Matrimonio di Lorna" c’è ancora una volta una storia di disperate solitudini, di umanità smarrite, di finzioni perpetuate come unico (e aberrato) sistema di adattamento possibile al reale. Il paradosso più interessante dentro questo film, nella cornice spartana di una mise-en-scene (soltanto apparentemente) annullata, è proprio il ripetersi di azioni (vere, reali, o almeno "reali" nella misura in cui può esserlo la finzione filmica) "finte". Lorna, immigrata albanese in terra di Francia, sposa uomini in modo assolutamente "finto", con il solo scopo di ingannare il sistema burocratico e procurarsi una fonte di sostentamento economico. Lorna si procura dei lividi (reali) con lo scopo di ricreare nel film "la messa in scena" di un "finto" divorzio. Sembra essere "finta" persino la presenza che Lorna percepirà dentro di sè nel corso del film. Una realtà invisibile eppure capace di determinare una svolta fondamentale nella vita di Lorna e nel film dei Dardenne. Ancora una volta l’importanza estrema del fuori-campo. Di quanto per scelta etica ed estetica viene lasciato dai fratelli Dardenne ai margini dell’inquadratura, ai confini dell’osservazione, a cavallo tra visibile e invisibile. Presenza sfuggente, tangenziale, periferica. Eppure decisiva. Come la loro macchina da presa.

[***1/2]