“Hugo Cabret”

Quanto cinema c’è dentro “Hugo Cabret”? Tutto. C’è tutto il cinema possibile e anche quello impossibile dentro l’ultimo capolavoro di Martin Scorsese. C’è tutto il cinema ed ogni suo pezzo. E’ davvero curioso scoprire come la più geniale invenzione di montaggio di George Melies sia stata figlia di un meccanismo che si inceppa. Una cinepresa che filma una scena di vita metropolitana parigina, la macchina che per un guasto si incaglia, lo scorrere di qualche minuto fuori dal girato, la macchina riparata che torna a riprendere la scena nel frattempo leggermente cambiata. La pellicola giuntata nel momento in cui la cinepresa si era inceppata rivelava un sorprendente effetto di trasformazione: “Quando proiettai la pellicola vidi improvvisamente un omnibus della linea Madeleine-Bastille trasformarsi in un carro funebre e gli uomini in donne. Avevo trovato il trucco per sostituzione, detto trucco con metamorfosi.” Il meccanismo è il cuore e l’idea centrale del film di Scorsese. Hugo trascorre le sue giornate dentro i meccanismi del grande orologio della stazione. Un automa è il vettore metallico di un messaggio/immagine che collega tre personaggi (il padre di Hugo, Hugo stesso e Melies). E la riparazione di meccanismi rotti è l’essenza della vicenda umana raccontata, splendidamente, nel film. Un oggetto complesso, sfaccettato, caleidoscopico, ricchissimo. Che annoda i capi della storia del cinema (Melies e il 3D) in un punto di straordinaria perfezione, come solo un vero Maestro avrebbe potuto fare. C’è di che esserne molto grati: nell’era del 3D “post-Avatar” mai la visione stereoscopica è stata usata nel modo in cui lo ha fatto Scorsese. Con uno scopo preciso: sperimentare quell’artificio, il più tecnologicamente avanzato che l’oggi permette, che anche Melies, il padre del cinema della réverie, sarebbe stato felicissimo di utilizzare. Formulazione teorica ed entusiasmo puro, cuore e cervello. In apparenza lontanissimo dai film non pacificati che hanno reso leggendaria la filmografia del cineasta newyorkese, “Hugo Cabret” rappresenta per Scorsese un momento fondamentale del suo percorso artistico. Dopo essersi per anni impegnato in prima persona in decine di operazioni di salvaguardia e conservazione di pellicole che hanno fatto la storia del cinema e che rischiano la distruzione fisica, Scorsese con “Hugo Cabret” ha indirizzato un luminoso lascito per immagini alle nuovissime generazioni, realizzando un film in grado di parlare alla sua figlia dodicenne e ai suoi coetanei, a quei spettatori lontani un secolo da quelli che ebbero la fortuna di toccare con lo sguardo i primissimi bagliori della settima arte. Tra Melies e il 3D, appunto, Scorsese. L’uomo che scatta la foto ad un set di cartone, immortalando l’apparizione mutevole di un fantasma di luce. Cinema che si disarticola e si ricompone pezzo per pezzo, che si smembra fino a mostrare l’ingranaggio nascosto, il suo cuore metallico di macchina con un cuore. Cinema che sancita la necessità irrinunciabile del lieto fine si ritira dentro le pagine del libro illustrato da cui è uscito, rappreso e cristallizzato, ricordo sospeso alle lancette di un orologio e pulviscolo fuori dal tempo.

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