“Pranzo di Ferragosto”

pranzo di ferragosto

Piccola premessa pseudo-sociologica. L’Italia è un paese assolutamente vecchio, avviato verso la drammatica strada della recessione demografica. L’Italia è un paese vecchio, vecchissimo, uno dei più vecchi del vecchio continente, e in molti settori: nel mondo del lavoro, nella politica, nella gestione del potere in genere, dei media, delle comunicazioni. Persino nello sport: nel calcio, ad esempio, l’età media di una qualunque squadra italiana sopravanza di parecchio l’età media di una qualsivoglia squadra inglese. Se non ci fosse il fondamentale contributo delle popolazioni immigrate l’Italia sarebbe in pratica un paese condannato alla più triste delle estinzioni demografiche. Posto questo incontrovertibile dato di fatto, passiamo al cinema. Un cinema che abbia sul serio intenzione di essere sismografo della realtà in cui è immerso non può ignorare una situazione del genere. Assurdamente (o meglio, per banali esigenze di botteghino) il cinema italiano degli ultimi anni ha invece quasi sempre rappresentato la popolazione italica ingabbiandola in blocco dentro la fascia di età (e lo stereotipo) del trentenne immaturo, sentimentalmente instabile, insoddisfatto, con un lavoro precario e traviato da inspiegabili tendenze masochiste. Ogni deviazione rispetto a questo stantio main-stream è quindi da salutare come manna benedetta. Il film di Gianni di Gregorio in questo senso è una piacevolissima quanto necessaria sorpresa. Un film piccolo, domestico, artigianale, girato con un budget ridottissimo e con l’apporto decisivo di quattro arzille vecchiette prese dalla vita. Un pranzo davvero ben apparecchiato, cucinato con semplicità, garbo e intelligenza. Siamo molto lontani dalla violenta satira sociologica dei bei tempi, eppure un film del genere (soprattutto nell’amarissimo finale e grazie anche ad alcune memorabili punte di grottesco) non manca di lasciare qualche graffio. Nel pranzo di Ferragosto di Di Gregorio, esordiente con i capelli bianchi (anche questo può essere un paradossale e sintomatico "segno dei tempi" di cui sopra), prevale comunque il sentore della malinconia, della disillusione, della placida accettazione di chi fa buon viso a cattivo gioco. E copre con il rossetto labbra screpolate dal tempo e della solitudine, per adeguarsi ad una società in cui il ricordare è diventata una moneta fuori corso.

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