Interferenze sul segnale/6

Stasera e domani Aki Kaurismaki in prima visione su Fuori Orario.

Stay tuned.

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Ghezzi Guitar

<<Johnny Guitar è il cinema. Non come si dice, giustamente: John Ford (o Jean Vigo o Lang o Rossellini o Hitchcock o Vidor o Walsh o Ophuls o Dovzenko o.. ) è il cinema. Johnny Guitar è il cinema, il personaggio che rinomina Sterling Hayden ("Strano nome – vuoi cambiarlo?") agisce come il cinema. Arriva "dopo". In tempo per "riprendere" l’azione, fotografarla, guardarla, completarla, imbalsamarla, ucciderla, per "amarla" anche. E’ dinamica e insieme di pietra la sua prima apparizione. Cavalca su un costone, il rumore di spari e cavalli giù in basso lo colpisce senza scuoterlo. Si limita a guardare, dall’alto, la rapina che si svolge. Testimone non invitato (deve solo andare a fare il suonatore di chitarra in un saloon, si apprenderà dopo), Guitar si allontana. Sguardo soffice o distratto, o così acutamente fotografico da bastargli un attimo. […]

La dichiarata ossessione di Ray in Johnny Guitar è il tempo, il passare del tempo, il peso del tempo. I personaggi ne sono inseguiti, spinti, oppressi. "Tutto" deve accadere e accade "subito". Pretesto, provocazione, scontro, condanna, pena, morte, amore. Non c’è davvero tempo per ballare, se non appesi a una corda. Qui il gioco lento e decontratto di Hayden-Guitar fa appunto la parte del cinema. Il bicchiere vuoto che rotola sul bancone sta per cadere e Guitar (è il suo ri-ingresso nella prima scena) lo prende al volo, riflessi da pistolero e ottica di precisione. Più tardi, sarà ancora l’ultimo momento quello del suo intervento a salvare Vienna dall’impiccagione. Il "secondo tempo", la "postumità" immediata, l’ultimo momento, quello del cinema. >>

Enrico Ghezzi in Johnny Guitar, Nuova Eri, 1991 – "Paura e desiderio", tascabili Bompiani

“Banditi a Orgosolo”

Squarci assolati di Terra Sarda in una torrida notte di mezza estate. Epifanie ghezziane, benedette e profetiche. Visioni apocalittiche di Nuraghi e lande sassose, di banditi e ladri di armenti, di attori (non) professionisti e di pastori (quelli sì, veri) professionisti. Nello splendido cine-documentario di Vittorio De Seta l’essenza stessa di uno sguardo capace di filtrare (ed essere filtrato) il/dal paesaggio. Lunare, scabro, riarso. Isolano e isolato. Distante. Diafano eppure imbevuto di terra, materia, sangue. Reportage antropologico che mette "al centro" un luogo dell’anima e dello spirito. Testimonianza di vita e di male di vita, scandita da fotogrammi imbevuti di semplice e arcaica austerità. Esempio assoluto ("sciolto", libero, non-condizionato) di granitico rigore visivo e concettuale che non scende a patti con esigenze drammaturgiche o spettacolari. Opere e giorni di una Sardegna cinematografica lontanissima nel tempo, forse definitivamente perduta. Dilaniata dal dimorfismo etico ed estetico delle opposizioni: terra/mare, passato/futuro, isolamento/integrazione. Forse ormai annegata, sepolta, fagocitata dal mediocre "continente"-contenitore generalista assassino del cinema italico. Come la maggior parte delle produzioni regionali di ieri e (soprattutto) di oggi. Merce preziosissima nel magma omologante delle iper-mega-super-produzioni internazionali. Piccole cose. Isole.