“The burning plain”

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E’ sempre difficile trovare la forza (e soprattutto la voglia) di scrivere qualcosa su un film che non ci ha comunicato nulla, che non è stato in grado di spostare il tachimetro del nostro gradimento nemmeno di un nanometro. Decisamente più facile è esprimersi su film che non hanno ispirato piacere ma quantomeno sono riusciti a loro modo a spingersi verso la dimensione del dis-piacere più assoluto. In quel caso le motivazioni vengono da sole. "The burning plain" di Guillermo Arriaga può tranquillamente rientrare in questa seconda categoria. Film indifendibile perchè (e questo è il suo difetto più grande) murato vivo nella sua ingenua ricerca di una (presunta) "idea" di autorialità registica priva di senso, sostanza e originalità espressiva. Arriaga è uno sceneggiatore che ha deciso di compiere il triplo salto mortale e passare dietro la macchina da presa. Operazione complessa. Perchè se il cinema è linguaggio, il linguaggio si avvale necessariamente di una scrittura. Quello che Arriaga non ha ben presente però (o forse, per paradosso, ha fin troppo presente) è che il processo creativo della scrittura cinematografica è costituito da due momenti intimamente connessi e inscindibili. Un primo, comunque fondamentale, passaggio è rappresentato dalla scrittura di parole su carta. Il secondo, decisivo, essenziale tempo si concretizza nell’atto di scrivere con la luce su un supporto (in pellicola o digitale) capace di registrare variazioni dello spettro luminoso. I due passaggi sono sempre fusi nell’opera dei veri grandi cineasti, tanto da riuscire ad armonizzarsi in una texture omogenea di sensazioni audio-visive. Nel film di Arriaga si avverte, drammatica, la spaccatura netta tra una sceneggiatura forse anche ben concepita ma strutturata intorno ad una sola (una, sola) idea ossessivamente riproposta e una regia che nelle intenzione di "ostentata autorialità" di cui sopra scivola presto nel ridicolo. Camera fissa, campi lunghi (lunghi in tutti i sensi), interminabili e immotivati silenzi, ritmo degno di una marcia funebre bulgara. All’insegna della totale stasi cinematico-emozionale e in un clima di catatonico spleen esistenziale. Poi finalmente, dopo la bellezza di due ore e mezza di nebulizzazione gonadica, cominciano i titoli di coda. Più che burning, burned. Ashes to ashes.

[* 1/2]

P.S. Questo film avrebbe potuto esprimere un notevole portato lisergico se la composizione della colonna sonora fosse stata affidata a gente come loro. Andava soltanto esplorato con più convinzione l’aspetto Ummagummico dello script. Peccato. Le potenzialità psicotrope c’erano tutte.