“Harry Dean Stanton: Partly Fiction”

Ad un certo punto della sua carriera Harry Dean Stanton deve essersi accorto di indossare una faccia che, da sola, valeva quanto la sceneggiatura di un buon film. Da allora ha forse smesso di recitare, limitandosi ad “essere” Harry Dean Stanton davanti alla macchina da presa, in decine e decine di film. Pochissimi personaggi possono vantare una carriera come la sua. Scorrere i titoli dei film in cui ha lavorato mette i brividi: Strada a doppia corsia, Pat Garrett & Billy The Kid, 1997: Fuga da New York, Alien, Il padrino – parte seconda, L’ultima tentazione di Cristo, Paura e delirio a Las Vegas, solo per citarne una manciata. Una cavalcata di quasi duecento film, che ha attraversato trasversalmente il (grande) cinema di genere, soprattutto western, e le opere di importantissimi autori come Wim Wenders e David Lynch. Sono però solo due i lungometraggi  che hanno visto Harry Dean Stanton interpretare un ruolo da protagonista, curiosamente entrambi usciti nel 1984: Repo Man di Alex Cox e l’indimenticabile Paris, Texas di Wim Wenders. Quest’ultimo rappresentò il vero film della svolta per un attore da sempre abituato al ruolo marginale di caratterista come Stanton. Nell’ottimo documentario di Sophie Huber “Harry Dean Stanton: Partly Fiction”, presentato a Venezia, Wim Wenders racconta le enormi resistenze psicologiche che Stanton dovette superare per entrare nel personaggio di Travis Henderson. Un enigmatico camminatore solitario, un loner che attraversa i crepacci dell’America profonda senza una meta, ammutolito da un passato troppo doloroso per poter essere raccontato. C’era un tratto biografico troppo acuminato e doloroso in quel personaggio: sotto molti aspetti Travis Henderson era Harry Dean Stanton. Quella interpretazione, poi rivelatasi sublime proprio perché così sofferta ed autentica, avrebbe sancito la definitiva consacrazione di un grandissimo attore, e di un uomo che non ha mai barattato la sua libertà con la gabbia dorata del successo economico.

“Abbiamo provato a farlo parlare, ma lui preferisce cantare”, hanno dichiarato i realizzatori del documentario. Neanche un genio assoluto come David Lynch, sodale di Stanton che con lui ha girato diversi film (tra gli altri il magnifico e spesso dimenticato Una storia vera), riesce nell’impresa di tirare fuori dall’amico qualche verità profonda sulla sua natura. Appena giunge sul punto di svelare parte del suo vissuto più intimo la parola si arresta, offuscata dal fumo della ennesima sigaretta accesa. Harry Dean, alla bella età di 86 anni, preferisce rivelare tutta la sua ineffabile fragilità attraverso il canto e il documentario, saggiamente, lo asseconda assumendo la forma inattesa di una ballata da camera, semplice e confidenziale, per voce, chitarra ed armonica a bocca. In pezzi evocativi come “Blue Bayou”, “Everybody’s Talking” e “Cancion Mixteca”, la voce a volte fuori tempo di Stanton si stempera nelle malinconiche tonalità di un crepuscolo vibrante e denso di suggestioni. Il suo canto risplende degli ultimi fuochi di un cinema lontano, che non c’è più, anni luce distante dalle produzioni seriali e plastificate che hanno ormai anestetizzato buona parte della industria cinematografica statunitense. La voce di Harry Dean Stanton, come i suoi ricordi, è popolata dai fantasmi di personaggi larger than life, che hanno segnato l’immaginario collettivo di intere generazioni: Brando, Nicholson, Bob Dylan. E Kris Kristofferson. Ed è proprio ad un verso di Pilgrim: Chapter 33 del leggendario cantautore di Brownsville che si deve il titolo di questo documentario, tra le più belle sorprese della rassegna veneziana. “He’s a poet, he’s a picker. He’s a prophet, he’s a pusher. He’s a pilgrim and a preacher, and a problem when he’s stoned. He’s a walkin’ contradiction, partly truth and partly fiction, Takin’ every wrong direction on his lonely way back home.”

Pubblicato anche su Paper Street