[Intervallo]

rio bravo

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“Un dollaro d’onore”

Nel post precedente si è parlato di prime e seconde visioni: più o meno indispensabili, più o meno necessarie, più o meno consigliabili a seconda dei casi. Esiste sicuramente un caso in cui rivedere un film ha senso, nell’ottica personalissima di chi vi parla. E’ il caso di quei film visti (spesso più volte) da piccoli, in quell’età aurorale in cui magari non si ha piena consapevolezza del valore artistico di certe opere ma si è già perfettamente in grado di discernere il brutto dal bello. Rivedere questi film, che in qualche modo ci hanno segnati fino a diventare parte del nostro vissuto interiore, e rivederli a distanza di anni quando tempo e altri pezzi di vita si sono frapposti fra noi e loro, è esperienza straordinariamente intensa e gravida di splendide suggestioni. “Un dollaro d’onore” è uno dei primi film visti in assoluto dal sottoscritto, e , sicuramente anche per questo, uno di quei film a cui sono legato da un più forte rapporto affettivo. Tornato di recente (con enorme piacere) a rivederlo dopo parecchi anni, ne ho scoperto anche l’eccelso, indiscutibile valore artistico. Howard Hawks, tanto per cominciare. Regista di cui si parla sempre meno. Eppure: uno dei più grandi. Un indiscusso maestro della settima arte, la cui grandezza come spesso accade è stata riconosciuta solo tardivamente. E non in patria peraltro, bensì grazie alle valutazioni positive della critica inglese e soprattutto francese. Un uomo di cinema dalla gigantesca statura, Howard Hawks. In tutti i sensi. Leggendarie le sue collaborazioni con una delle più grandi figure della letteratura americana del Novecento: William Faulkner. Sono proprio di Fualkner due storici adattamenti di opere letterarie portati sul grande schermo da Hawks, oggi diventati oggetti di studio e ammirazione: “To have and have not” (“Acque del sud” in Italia) da Hemingway e “The Big sleep” da Chandler. Versatile come pochi altri, nella sua intensa carriera di cineasta Hawks ha toccato praticamente tutti i generi, sempre con successo. Dalla commedia brillante (“Susanna!”, “La signora del venerdì”) al film  bellico (“Il sergente York”), dal gangster-movie (suo il mitico “Scarface” del 1932) al western.

Il western, appunto. Il rapporto di Hawks con il western è sinteticamente riconducibile ad alcune parole chiave (che sono anche “cardini” di gran parte della sua filmografia tutta): schiettezza, semplicità, efficacia, professionalità. In certe dichiarazioni Howard Hawks si lasciava spesso andare a taglianti considerazioni sul lavoro di suoi illustri colleghi. Dichiarazioni utili per comprendere appieno la poetica hawksiana applicata agli stilemi propri di un genere sancito dal canone come il western. Notoria l’avversione per “Mezzogiorno di fuoco” e per Zinneman, ritenuto da Hawks un “non professionista”, colpevole di aver inserito nel suo film elementi di scarsa verosimiglianza e di disturbo all’interno delle dinamiche del genere. Di natura stilistica e più sottili (ma enormemente interessanti) le “obiezioni” di Hawks ai western di un altro mito come Sam Packinpah: “nel lasso di tempo in cui lui ne stende uno, io ne ho già portati all’obitorio e seppelliti dieci” diceva Hawks, a sottolineare la sua predilezione per una narrazione il più possibile in tempo reale (a volte decisamente dal ritmo serrato almeno nei momenti d’azione) e in opposizione polemica ad un uso (ritenuto eccessivo) del ralenty. Non troviamo un ralenty che sia uno nel mitico “Rio Bravo” (titolo originale reso in italiano, non senza una certa efficacia, con “Un dollaro d’onore”). Non una concessione al non necessario, non una virgola fuori posto, tutto magnificamente in equilibrio, tutto improntato alla massima linearità ed efficacia espressiva. Una sceneggiatura sui toni di western “da camera”, dialoghi di mirabile efficacia, attori assolutamente perfetti. Un John Wayne monumentale, con in testa lo stesso logoro cappellone indossato in “Ombre Rosse” e “Sentieri selvaggi”. Le note dal grande fascino di Dimitri Tiomkin. E poi, al centro, il nucleo forte dei valori hawksiani per eccellenza: l’amicizia virile, la condivisione, il cameratismo, la professionalità e l’etica dell’onore, il sarcasmo antieroico, la donna come forza di impetuosa potenza in grado di sconvolgere la placida riservatezza insita nel sesso maschile. Cinema di immortale grandezza. Di cui abbiamo bisogno.

 

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