“Fanny e Alexander”

 

Dopo la morte di Bergman, su giornali e televisioni si è scatenato il prevedibile e un po’ fastidioso circo mediatico della celebrazione postuma e della retorica servita per cena:orde fameliche di opinionisti, commentatori ed editorialisti più o meno esperti si sono affannati ad elucubrare, assorti e compresi nel loro ruolo, sulla grandezza di Bergman nell’arte cinematografica. Certo, omaggiare un grandissimo che ci lascia scrivendone un commosso epitaffio è cosa buona e giusta. Ma a mio avviso il miglior modo per celebrare un genio assoluto del cinematografo come Bergman resta un altro: lasciare da parte tutto, abbassare il volume e far parlare i suoi film (tanti e bellissimi). Magari tornando a vederli, anche per la seconda volta, per il puro gusto di farlo. “Fanny e Alexander” è stato il suo ultimo film prodotto per il cinema (anche se originariamente era nato come progetto televisivo, con una durata complessiva superiore alle 5 ore, poi ridotte a 3 per il grande schermo). Può essere considerato a buon diritto, quindi, un “film testamento” (bruttissima espressione, ma rende l’idea), una summa, un compendio. In questo grandissimo film, del 1982, confluiscono, come tanti rivoli in un fiume, tutte le grosse tematiche bergmaniane. E, trattandosi di capolavoro, nelle 3 ore di racconto tutte le trame trovano una omogeneità assoluta e perfetta, andando a comporre un ordito dalla bellezza complessa e polifonica. Tanti i "rivoli" di cui sopra. Il profondo e viscerale legame di Bergman con il teatro (in particolare con autori faro come Strindberg e Ibsen). Il conflitto interiore sull’esistenza di Dio (“Dio è dietro la porta”) e sulla cattiveria di Dio: conflitto mai pienamente risolto e filo conduttore di tutta la produzione cinematografica del regista svedese. Il potere, salvifico e miracoloso, della fantasia (il guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino). Una serie di importanti motivi autobiografici: il rapporto madre-figlio, la figura del rigido e autoritario padre pastore luterano (Bergman era nella realtà figlio di un pastore luterano) e il rigetto di una religiosità moralista e bigotta, le celebrazioni festose del Natale, la rimembranza proustiana di suoni, colori e profumi dell’infanzia. La sentitissima attrazione e ammirazione per l’universo femminile, visto da Bergman come unico viatico di salvezza e di sicurezza in un mondo afflitto dalla inguaribile e cronica ottusità maschile.


Ciò detto, bisogna chiarire che “Fanny e Alexander” è molto più di una cerebrale ricapitolazione di temi ed argomenti. Innanzitutto è un film di una varietà di registri, di situazioni, di personaggi davvero unica. Si può parlare a tutti gli effetti di film corale, di una grande saga familiare (pur diversissima da tutte le altre saghe viste sul grande schermo). E’ una variegata galleria di uomini e di donne straordinari e di modi diversi di vedere la vita, un gran carosello di tipi umani e di luoghi dell’anima, un grandioso patheon di divinità tutte terrene. A questo proposito è interessante notare una cosa: come ha dichiarato lo stesso Bergman ognuno dei personaggi del film contiene parte di lui, eppure c’è un personaggio (ancora una volta al femminile) che può essere considerato il suo portavoce privilegiato. Si tratta della Nonna, grande figura matriarcale positiva, centro aggregatore e propulsore di tutte le vicende narrate, nonché ulteriore fortissimo richiamo autobiografico alla vera nonna di Bergman. "Fanny e Alexander" è poi un film che vive e pulsa sulla forza della emotività più insondabile e oscura: vi si aggirano morti che non vogliono morire (proprio come in “Sussurri e grida”), mummie che respirano, fantocci di cartapesta animati, inquietanti androgini, statue che prendono vita. Cose davvero sorprendenti per Bergman, quasi la liberazione da alcuni freni inibitori venuta con la piena maturità. Un film quindi gravido di magia, di fascinazione, di suggestione, puntellato da una serie di eventi inspiegabili per il miope razionalismo degli adulti ma ricchi di senso per lo sguardo libero e trasparente di un bambino. Infine, inutile dirlo, tecnicamente “Fanny e Alexander” esprime in ogni singolo fotogramma la maestria di un grande cineasta all’apice della sua arte. Come al solito la fotografia di Sven Nykvist, questa volta improntata ad un cromatismo più variegato (sebbene anche qui vi domini il colore rosso, quasi una ossessione), regala una veste sontuosa al film. Poche chiacchiere: si può fare a meno di tutto ciò che è superfluo, quindi anche di questo mio commento. Ma i film di Bergman, no: quelli sono indispensabili, vanno visti e basta. Non scherziamo.

Voto personale: 10 e lode

 “Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni” (August Strindberg)