“Le colline blu”/”La sparatoria”

  

Curioso il "caso" cinematografico di uno come Monte Hellman. Nato nella gloriosa bottega degli orrori Corman, si fa le ossa curando la regia di frammenti ed "extensions" cinematografiche leoniane, per approdare in tempi recenti alla benevola protezione/produzione di Quentin Tarantino. In mezzo una manciata di film che costituiscono una delle filmografie più bizzarre di tutta la storia del cinema. Al centro di questo wild bunch di pellicole un dittico di western atipici come pochi altri. “Le colline blu” e “La sparatoria” sono (abbastanza incredibilmente, e palesemente) due facce di un unico LP cinematografico. Quasi un “lato A” e un “lato B”. Uniti dalla presenza in entrambi i film di Jack Nicholson (in entrambi i  film anche produttore, nonchè sceneggiatore del primo) e di Millie Perkins, sono stati girati praticamente in contemporanea nel 1965 utilizzando lo stesso cast, le stesse location (Utah), gli stessi soldi (pochissimi, visto l’addestramento al risparmio che Hellman aveva fatto suo durante il tirocinio cormaniano). Ed effettivamente ci sono davvero le stesse nuvole, nei due film. Esattamente le stesse. Gli stessi paesaggi inariditi dal sole, le stesse rocce dalle forme assurde, lo stesso cielo limpido e lo stesso sole vivido e minaccioso.

vlcsnap-88273.png picture by pickpocket83

Se  "Le colline blu" è, pur nella sua asciuttezza bressoniana (cifra stilistica di entrambi i film), un western più convenzionale e narrativamente irrisolto sul tema della giustizia e della colpa, "La sparatoria" (girato in contemporanea al primo, ma distribuito diversi mesi più tardi) rappresenta una delle visioni del west più anti-spettacolari e spiazzanti mai apparse sul grande schermo. Sospeso in una specie di densa apnea beckettiana, teatralissimo nella sua messa in scena asettica e scarnificata, lentissimo nell’andamento, letteralmente eroso da numerosi buchi narrativi evidenziati da tagli di montaggio decisamente spregiudicati. L’assenza di senso (e di direzione) nel lungo e reciproco inseguirsi dei personaggi in pieno deserto (un sempre affidabile Warren Oates, un grandissimo Jack Nicholson, una sfuggente Millie Perkins) rende quasi questo film un western dal vago sentore Lynchano. Lettura allucinata del teatro dell’assurdo, delle pagine kafkiane e pirandelliane, del crollo del mito della frontiera elaborata da un cineasta che con ostinata convinzione ha sempre cercato la sua strada. Anche a costo di smarrirsi nel deserto. Senz’acqua e senza una lira bucata.

[Qui, sul Muro del Pianto, due parole sulle edizioni italiane in DVD dei film. Nella foto la reazione di Monte Hellman alla visione dei DVD suddetti.]

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