“Avatar”

Cominciamo con una affermazione tanto ovvia quanto, a mio parere, importante: “Avatar” è il più spettacolare film concepibile allo stato attuale dall’industria cinematografica americana. E’ il massimo risultato raggiungibile, adesso, ora da parte di quella enorme macchina dei sogni che nel corso del Novecento ha regalato agli occhi e ai cuori del pianeta mondi infiniti come “Fantasia” o “Star Wars”. Produzione industriale dal budget stratosferico, “Avatar” segna senza dubbio una tappa fondamentale nella storia del cinema per le vertiginose vette tecnologiche raggiunte da Cameron e tutta la sua squadra di tecnici. La straordinaria combinazione di computer-grafica, riprese digitali in 3D e tecnica motion-capture offre allo spettatore del film una esperienza visiva di grande intensità: innegabile. Molte anche le possibili letture teoriche del rapporto tra corpo e avatar, tra “natura” reale e virtuale, tra l’immagine e quello a cui questa rimanda. Quello che non convince fino in fondo del film di Cameron è il suo insistere per quasi 3 ore di film (messe al servizio della spettacolarità più pura e ipertrofica) su una linea di sceneggiatura abbondantemente usurata e prevedibile: la vicenda di un individuo appartenente ad una classe/gruppo di invasori/colonizzatori che, entrato in contatto con le popolazioni invase e rimasto affascinato dalla loro cultura, sceglie di passare dalla loro parte e di contrastare i soprusi operati dagli uomini al fianco dei quali una volta combatteva. La storia del cinema è davvero densa di (grandi) film che in maniera magistrale hanno raccontato vicende simili, ottenendo almeno per quanto mi riguarda risultati di empatia ben più potenti: da “Lawrence d’Arabia” a “Balla coi Lupi”, a “L’ultimo Apache”. La rilettura del discorso anti-colonialista si fonde poi nel film di Cameron a spunti ecologisti e vagamente animisti a difesa di una natura che respira e vive di sinapsi sotterranee, che connettono tra loro tutti gli organismi viventi. Proprio il concetto di link nel film di Cameron rappresenta forse l’elemento cardine di una poetica del virtuale che rimanda al reale. Canale di trasmissione di informazioni, energia, immagini, che trasporta in realtà altre e distanti, dentro virtualmente falsati profili identitari.
 
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