“Essential Killing”

Se dovessi indicare il film che, tra quelli visti durante la 67 Mostra del Cinema di Venezia, più di tutti gli altri ha lasciato una cicatrice profonda sulla retina impressionata del mio (cine)occhio sceglierei “Essential Killing”. Sapevamo poco o nulla del film prima della visione. Confesso la mia vergognosa ignoranza: Skolimowski prima di “Essential Killing” era per me solo il nome di “quell’altro regista polacco” che aveva collaborato con il Polanski degli esordi e che era sempre rimasto più di un passo indietro rispetto alla fama del più noto suo connazionale. Di suo non avevo visto nulla prima: adesso sto cercando disperatamente di rintracciare quanto più possibile della sua filmografia. Sapevamo però che nel cast c’era (o forse sarebbe meglio dire che il cast era) Vincent Gallo, e questo contribuiva ad alimentare interesse ed aspettative di non poco conto. Ci siamo ritrovati davanti un film straordinario, di devastante potenza e accecante bellezza. “L’esistenza dei cosiddetti luoghi neri della CIA nell’Europa Centrale è innegabile, ma l’argomento politico è solo la cornice del film”, sottolinea Skolimowski nelle note di regia al film. Al centro del film, infatti, non c’è una denuncia politica o un “messaggio”. Al centro del film c’è solo un estenuante inseguimento, binario lungo il quale si racconta la lotta per la sopravvivenza di un uomo (un average man? Un terrorista? Un fondamentalista? Un credente?) contro la natura e contro ogni altro uomo che incontra sul suo cammino. Straniero (afghano) deportato dentro un luogo non disegnato sulle cartine della geopolitica mondiale, inospitale e selvaggio (che potrebbe essere la Polonia, la Lituania o la Romania), lupo tra i lupi, determinato a perseguire il suo scopo di farsi strada ad ogni costo. Ecco emergere l’incredibile ambiguità semantica del titolo stesso del film. Uccidere, nel film di Skolimowski, è essenziale tanto nel significato di lineare, netto (tutto il film è una parabola asciuttissima e affilata come una tagliola, che non si concede la minima divagazione e che non distoglie mai lo sguardo dal volto del suo protagonista) quanto in quello di vitale, indispensabile. Le uniche digressioni, fulminanti come lampi nel buio assoluto che avvolge il passato del protagonista, sono rappresentate da brevi inserti, non a caso fotografati in una luce accecante, di scene di culto musulmano accompagnate dalla lettura di significativi passi del corano. La componente religiosa all’interno del film non è affatto marginale: sebbene la trama dia solo pochissimi indizi sul vissuto e sulla psicologia del protagonista, non mi sembra improbabile identificare in lui una fortissima tensione spirituale, confinante col (e spesso tracimata nel) puro integralismo. Nonostante le terribili avversità da cui l’enigmatico protagonista del film è accerchiato, in più momenti si ha la sensazione che molti aiuti inaspettati gli piovano letteralmente dal cielo. Il suo itinerario si delinea come una sorta di martirio consapevole ed estremo, in qualche modo consacrato con il sangue, e coincide con una progressiva spoliazione di senso e di sensi, di colore e calore, che sfuma in un abbacinante finale inscritto nei territori dell’astrazione assoluta. Si può, a latere, perdersi in una miriade di considerazioni su quanto questo ruolo e questo film siano stati assolutamente perfetti per Vincent Gallo. E su quanto la coppa Volpi che gli è stata tributata sia stato un riconoscimento più o meno necessario (chi scrive lo considerava da subito un riconoscimento indispensabile). Sarebbero però chiacchiere da foyer, che rischierebbero di sporcare la quasi totale assenza di parole che caratterizza questo film. Poche chiacchiere: questo film bisogna vederlo. O rivederlo. Speriamo presto.

 

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