“The Limits of Control”



Cinema come macchina del tempo e dello spazio. Come tappeto volante fluttuante nelle dimensioni senza tempo degli spazi interstiziali, del vagabondare sradicato e del moto perpetuo. In orbita in “The limits of control” ci sono frammenti siderali di tutto il cinema già attraversato da Jim Jarmusch. C’è il cinema di molti suoi miti e sodali (Alfred Hitchcock e Aki Kaurismaki). Ci sono i corpi lost in space di tanti suoi attori/amici, c’è il corpo errabondo e muto di Isaach de Bankolè. Corpi vicini solo per un attimo, come astri che percorrono traiettorie orbitali diverse e che si sfiorano solo per un istante di decisiva importanza. In una ideale, e immaginifica, staffetta che conduce alla eliminazione di qualsiasi senso o direzione. Film sulla percezione e sulla persistenza di immagini e suoni, onde luminose e onde sonore. I protagonisti del film di Jarmusch, tutti senza nome, sono tele bianche (in attesa di essere dipinte) e casse di risonanza viventi: archivi semoventi di immagini già viste e suoni già sentiti, divenuti imprescindibile bagaglio individuale. Nel loro percorso/missione promuovono il definitivo sabotaggio di ogni rigido oggettivismo applicato all’arte e all’esistenza. E il potenziamento di ogni forma di esperienza sensoriale e percettiva. La fotografia (straordinaria, di Christopher Doyle) e la colonna sonora (splendida, di Boris) mai come in questo film sono valori aggiunti al servizio di una esperienza audio-visiva di devastante e delirante bellezza. No limits, no control.

[*****]

“Ten minutes older: the trumpet”

Scolpire il tempo significa plasmare una materia di per sè plasmante. Significa far coincidere la propria esistenza “creatrice” con la sussistenza autonoma di una entità immateriale ed ineffabile. Intangibile e immutabile, con cui necessariamente ogni uomo deve fare i conti. Ogni film-maker cristallizza frammenti di tempo nella sua opera, ogni spettatore spende razioni di tempo guardando un film. Nella durata di una qualsiasi visione cinematografica o televisiva, si consuma il dramma ineludibile di un doppio invecchiamento. Quello di chi è dentro lo schermo (incatenato nei ceppi della sua cornice/phrame, e condannato a passare sempre uguale a sè stesso) e di quello che è fuori (che sperimenta invece la condizione transitoria e fugace della fragilità esistenziale, e insieme l’assoluta irripetibilità di ogni istante, di ogni percezione). Time is a river. The irresistible flow of all created things. One thing no sooner comes into view, than it is hurried past and another takes its place, only to be swept away in turn. "Ten minutes older", dieci minuti più vecchio. Lo scarto che si consuma dai titoli di testa ai titoli di coda in ognuno dei sette cortometraggi che compongono questo primo "emisfero"  cinematografico (al secondo, intitolato "The cello" e strutturato nello stesso modo, dedicherò un post prossimamente). Straordinaria la “sutura” musicale fusion tra i vari corti: esecuzione straordinaria (illuminata dalla tromba, eccelsa. del sudafricano Hugh Masekela) di una partitura di Paul Englishby.

"Dogs have no hell" (Aki Kaurismaki)

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Una ideale appendice insonorizzata e laconica del laconico capolavoro Kaurismakiano "L’uomo senza passato". Ancora Markku Peltola e Kati Outinen protagonisti di una improbabile fuga d’amore in treno verso Mosca. L’uomo che abbandona la sua condizione di reclusione e fugge verso una ritrovata libertà è ancora una volta come disabituato a vivere, impossibilitato a gestire appieno il suo destino di uomo. Per farlo necessita di avere accanto a se una donna. E di unirsi a lei nello sguardo/illusione di un vagone in movimento. Puro cinema delle persistenze.  [***1/2]

"Lifeline" (Victor Erice)

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Victor Erice è un cineasta quasi del tutto assente dalla nostra percezione collettiva. I suoi tre lungometraggi (su tutti “Lo spirito dell’alveare”) sembrano non esistere. Sottratti. Relegati ad una dimensione distante, inaccessibile, ignota. Sperduta nella notte dei tempi/del tempo di una Spagna rurale, arcaica, immota. Questo splendido “Lifeline” ci ricorda che Victor Erice c’è, ed è ancora in grado di farsi sentire. Senza avvertire la necessità di urlare. Sussurrando una ninnananna della tradizione asturiana. Arrestando l’emorragia che si spande dal cordone ombelicale di un neonato, poco prima che la Spagna paghi il suo tributo di sangue nell’estate del 1940. [****]

“Ten thousand years older” (Werner Herzog)

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Cuore e centro germinativo dell’intera opera, e (forse) nucleo fondante di tutta la poetica herzoghiana. Dieci minuti di capitale, assoluta importanza. Dieci minuti che raccontano ancora, come spesso accade nel cinema di Herzog, una catastrofe dello sguardo e del linguaggio. La trasformazione dell’ultimo luogo, dell’ultimo lembo di civiltà, che per millenni si è preservato fuori dalle carte geografiche in un posto qualsiasi. Dieci minuti che ripercorrono il primo incontro con l’uomo bianco dell’ultima tribù di Indios della Foresta Amazzonica, avvenuto nel 1981, e che tornano, venti anni dopo, in quei luoghi per cogliere i segni di una disfatta, di una resa. Dei pochi istanti filmati che raccontano, furtivi, il primo incontro Herzog coglie tutta l’enorme e drammatica portata rivoluzionaria. Una popolazione che per secoli era vissuta all’età della pietra, senza conoscere i metalli, preservata dal contatto con ogni altra forma di civilizzazione, nel giro di pochi, decisivi istanti (e di qualche metro di pellicola) si ritrova con violenza scaraventata in avanti sull’orologio della storia di 10.000 anni. L’ultimo “ritaglio” di caos, l’ultimo avamposto del polemos primigenio della natura/Dio che soccombe sotto la scure del logos, dell’ordine cartografico, della norma toponomastica, della dittatura tutta “umana” del controllo. Una popolazione che in definitiva invecchia e appassisce, come nell’effetto di morphing di un film horror, nell’arco di pochi secondi. Lo spettatore invecchia di altri dieci minuti. Il suo modo di guardare al reale non è più lo stesso di dieci minuti prima. Non ci si bagna mai due volte nell’acqua dello stesso fiume, diceva qualcuno. [*****]

Int. Trailer Night” (Jim Jarmusch)

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Jim Jarmusch ha scelto di spendere i suoi dieci minuti in modo decisamente singolare. Non poteva essere altrimenti. Jarmusch ha scelto di utilizzare il suo “tempo” all’interno del camper di un’attrice, raccontandone una pausa, descrivendo l’intervallo tra una ripresa e l’altra. Non succede assolutamente nulla nei 10 minuti in bianco e nero del corto di Jim Jarmusch: una sigaretta, una telefonata, Glenn Gould e le variazioni Goldberg a “riempire” un interludio al niente lungo 10 minuti. Interlocutorio, ironico, non-sense. Grandissimo. [****]

“Twelve miles to Trona” (Wim Wenders)

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Wim “Amico Americano” Wenders ha girato il suo corto nel cuore dell’entroterra del suo grande paese d’adozione. Ancora una volta. Girando (ancora una volta) un (mini) road movie tanto esile sul piano narrativo quanto particolare (sebbene forse poco riuscito) sul piano delle soluzioni visive. I deliri allucinatori del protagonista al volante hanno dato modo a Wenders di calcare il piede sull’acceleratore di effetti digitali, distorsioni audio-visive e roboanti scelte musicali. Interessante. Ma non di più. [***]

“We wuz robbed” (Spike Lee)

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I dieci minuti più spiccatamente politici (e polemici) di tutto il film sono senza dubbio quelli di Spike Lee, regista sempre più committed del panorama cinematografico a stelle e strisce. Il suo corto è un breve e stringatissimo documentario, girato in bianco e nero (la scelta del b/n, così come quella del montaggio serrato tra vari brani di parlato, ricorda molto alcune celebri pubblicità per la televisione che Spike Lee ha girato per la TV americani anni fa) sui brogli elettorali verificatisi in Florida per le elezioni presidenziali del 2000. Elettori di colore a cui fu impedito di votare, oggettive difficoltà tecnica nelle procedure di voto (le famose schede bucherellate a lettura automatica), momenti di empasse nello staff del candidato democratico alla presidenza Al Gore. Il tutto raccontato da chi quei momenti li ha vissuti dal di dentro e ha potuto ascoltare in presa diretta la famosa telefonata di Al Gore a George W. Bush del “You don’t have to get snippy about this”. Il resto è storia nota.  [***]

“100 Flowers hidden deep” (Chen Kaige)

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L’ultimo capitolo di “Ten minutes older” è affidato alla mano del cinese Chen Kaige. Un delicato apologo sull’importanza capitale della fantasia, che non risparmia qualche stoccata polemica nei confronti della sua Pechino. Città in cui oggi persino una persona che vive a Pechino da molti anni potrebbe perdersi. E che forse non riesce a vedere (o non vuole vedere più) le tracce del suo passato glorioso. [***1/2]