“The Hole”

 
In questa e nella precedente stagione cinematografica due film, entrambi di matrice burtoniana, prima di “The Hole”, hanno esplorato la tridimensionalità di pertugi/porte che conducono verso fantastici universi altri e dimensioni parallele. Tanto in “Coraline e la porta magica” quanto in  “Alice nel paese delle meraviglie” la porta che sottende all’ignoto è raccontata come viatico verso il mondo sottosopra delle speranze/sogni/desideri maturati ma non ancora realizzati nel mondo reale. Il buco di Joe Dante assomiglia invece più ad un vaso di pandora, o ad una porta per gli inferi, come era lecito aspettarsi da uno come Dante. Dentro il suo “The Hole” dormono le paure inespresse di ognuno dei giovani protagonisti del film. Questo espediente dà modo a Joe Dante di aggiornare, con intelligenza, la mappa della paura all’interno dell’immaginario cinematografico horror. Sembrano davvero lontanissimi i tempi in cui, a fare paura, erano le minacce planetarie di una invasione di ultracorpi provenienti dal pianeta Rosso che si riproducevano dentro enormi baccelli. Nel 2010 le paure delle nuove generazioni sono paure quasi sempre connesse alla sfera individuale/familiare del loro vissuto, figlie della instabilità dei loro nuclei familiari e delle minacce che da queste difficili situazioni possono derivare. Anche sul piano formale l’estetica Joedantesca con “The Hole” si aggiorna ma non si snatura, continuando a mescolare elementi dell’universo Pop (il pupazzetto parlante di South Park, il video amatoriale alla “The ring” che scorre nella televisione, in secondo piano, senza essere più guardato dai ragazzi, la Divina Commedia di Dante, Godzilla, i videogiochi, lo stesso utilizzo della tecnica 3D) con pezzi di un vecchio Luna Park cinefilo dismesso. La cerea ragazzina vestita di bianco sembra venire fuori direttamente dalla baviana “Operazione Paura”, infinite volte saccheggiata da tanti predoni illustri (Fellini per primo, tra gli altri, per il suo Toby Dammitt). I “puppets” spaventosi rimandano ad una interminabile sequela di film de paura che hanno utilizzato questa immagine (dalla “Bambola assassina” a “Profondo Rosso”). Joe Dante abita da sempre dentro questo denso humus, e il suo ultimo film, pur non essendo un capolavoro, è il legittimo erede di una tradizione cinefila, che dai Gremlins a "Small soldiers", non smette di farsi voler bene. Anche per la coerenza, per la cura e per l’entusiasmo che continua a mettere dentro un cinema “di genere” che forse in troppi, troppo presto, hanno dato per spacciato.
 
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