“Halloween”

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Credo ci siano pochi registi in circolazione in grado di usare lo "spazio dell’inquadratura" come John Carpenter. Davvero ogni singolo millimetro, ogni singolo nanometro del wilde wide-screen carpenteriano è un invito alla esplorazione del campo visivo, alla penetrazione/(dis)integrazione dell’occhio dentro la macchina da presa, al vedere (il più possibile) senza essere visti. Come dietro il falso specchio di una candid-camera. Come dietro ad un paio di occhiali da sole neri. Se in larghezza il fotogramma carpenteriano risulta davvero uno dei più ampi mai visti nella storia del cinema, nella dimensione della profondità Carpenter ha dimostrato di saper persino de-costruire i canoni della sintassi filmica "sabotando" i meccanismi stessi della creazione della suspance. Il suo uso magistrale dell’out-of-focus e della profondità di campo in un film come "Halloween" è, a questo proposito, assolutamente esemplare. In sequenze come quella finale di questo film il concetto del "vedere senza essere visti" subisce una sorta di geniale geminazione. Da un lato lo spettatore del film: grazie al suo punto di vista privilegiato (e comunque sempre imposto dal regista, la sua è pur sempre una falsa libertà, o meglio una "magnifica illusione" di libertà) il suo sguardo è capace di catturare una porzione decisamente ampia di "realtà filmica". Dal suo osservatorio lo spettatore può apprezzare le dinamiche complesse del gioco perverso che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi tra vittima e carnefice nella loro (quasi) totalità. La vittima in primo piano, messa a fuoco. Nello stesso fotogramma in secondo piano il carnefice, fuori fuoco (ma mai "fuori gioco"), oggetto dai contorni sfumati eppure presente: lì, allora, in grado di determinare con la sua minaccia incombente il corso degli eventi. Anche lui capace di vedere (la vittima, ma non lo spettatore) senza essere visto.

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Al centro di questo incrocio di sguardi la vittima, per due volte trafitta dalle frecce del ludus scopofilo. Colpita alle spalle dall’occhio minaccioso del suo carnefice mascherato. Colpita frontalmente dall’occhio (invisibile e sadico fino in fondo) dello spettatore. Unità tripartita ma consustanziale (regista-spettatore-carnefice) magnificamente svelata proprio dalla memorabile soggettiva presente nella sequenza di apertura dello stesso "Halloween" carpenteriano. Tre punti di vista sovrapposti: quello del regista-metteur en scene, quello dello spettatore, e quello del carnefice. Nascosti tutti dietro una stessa maschera che ancora una volta lascerà penetrare lo sguardo solamente "in una direzione", e dentro il corpo di un bambino. Immagine riflessa di purezza estinta. Come quella dello spettatore: costretto a prendere parte al gioco al massacro, ad imbracciare l’arma che farà scorrere del sangue e a perdere definitivamente la sua innocenza prima che scorrano i titoli di coda.

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“Fuga da Los Angeles”

In un recente dossier di “Nocturno” curato da Davide Pulici si è tracciata la rotta di una memorabile cavalcata in un genere (o magari un sotto-genere, se non un trans-genere) come il cosiddetto “Aftermath” o cinema “Post-atomico”. Bizzarra ibridazione di fantascienza, western, noir e action-movie con ambientazioni post-catastrofe nucleare e più o meno vigorose implicazioni socio-politiche. Il filone ha conosciuto enorme fortuna anche nel nostro paese, grazie all’opera di una schiera di registi apprezzati oggi da una minoranza underground di happy few. Da Castellari (“1990: I guerrieri del Bronx”, “Fuga dal Bronx”, “I nuovi barbari”) a Martino (“2019 dopo la caduta di New York”, “Vendetta dal futuro”), passando per i vari Aristide Massaccesi (“Endgame – Bronx lotta finale”), Ruggero Deodato (“I predatori di Atlantide”), Tonino Ricci (“Rush”, “Rage – Fuoco incrociato”) e persino Lucio Fulci (“I guerrieri dell’anno 2072”).

Inscritti al centro di un percorso per sua natura deviato e distopico come questo, ci sono i due fondamentali film di John Carpenter “1997: Fuga da New York” e “Fuga da Los Angeles”. In particolare il secondo dei due, per metà remake/calco e per metà sequel del precedente, poco apprezzato dai carpenteriani, rasenta il capolavoro nella sua folle (in)genuinità narrativa e nel suo meraviglioso (dis)impegno. E’ il ritorno on-stage del grandissimo Snake Plissken/Kurt Russel: semidio monoculo figlio delle lunghe ombre langhiane, apoteosi iconica dell’iconoclastia post-moderna, tatuaggio indelebile su pellicola di un cinema d’altri tempi (il western classico) e di tempi altri. Interamente giocato sulla dualità e sulla ripetizione interna del numero due, il secondo capitolo delle “fughe” carpenteriane (a proposito: è in arrivo il terzo anello della catena, una “Escape from earth” che sembra già dal titolo rievocare più di un fantasma da Marte) è la massimalizzazione del conflitto fra narrazione (sabotata, bucherellata, ridicolizzata in più punti e con diverse armi) e visione (pervicacemente ricondotta ad una sorta di norma, di regola, di canone). E’ la messa in discussione della stessa potenza rivoluzionaria del cinema, in buona misura piegata ad una uniformità massmediologica imposta ed ineludibile. Kurt Russell nel finale del film (uno dei più decisivi e beffardi di tutta la storia del cinema) che con il suo atto radicalmente eversivo “spegne” l’intero pianeta, in qualche modo annichilisce anche ogni residua capacità del cinema di potersi porre come veicolo/vettore di “messaggi” in un contesto in cui ogni “messaggio” (o presunto tale) contribuisce solamente all’ulteriore de-cerebrazione di un’umanità già ridotta ad informe massa gelatinosa priva di ogni capacità critica. Meglio allora tentare di far saltare gli ingranaggi di questo meccanismo perverso schiacciando l’interruttore giusto al momento giusto. Meglio restare al buio e cavalcare l’onda perfetta insieme ad un Peter Fonda sbucato fuori dal nulla, perdersi nella notte freak di questa città degli Angeli Perduti in avanzato stato di decomposizione, planare su un deltaplano insieme all’ologramma sfuggente di Pam Grier, trans(fuga) in protesi di silicone e celluloide.

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“Essi vivono”

Carpenter-style in occhiali scuri. Non solo forma (sempre curatissima e piacevolmente riconoscibile nei film di Carpenter): c’è davvero molto altro nel mitico “Essi vivono”. Delle misteriose entità (veramente aliene?) operano un pesante condizionamento sulla mente dell’umana genia, deprimendone ogni sussulto di libertà e annullandone progressivamente l’attitudine al pensiero. Attraverso messaggi subliminali adagiati sotto la coltre rassicurante di magazines alla moda o dentro la faciloneria di certi cartelloni pubblicitari. Se necessario anche mediante l’utilizzo scientifico e mirato della violenza. Siamo/sono quindi tutti sotto controllo: they live, we sleep. La loro missione non può essere che una: far implodere l’umanità dal suo interno, intrappolandola nella tela di ragno del consumismo sfrenato, dove ogni pulsione autenticamente umana viene pian piano inesorabilmente cancellata. Ridotto l’essere umano a miserabile pollo d’allevamento (buono solo per spendere denari in merce inutile), l’incubo orwelliano si palesa, terribile e geniale al tempo stesso: una stirpe di marziani è stata capace di assumere le vesti in cachemire e seta di capitani d’industria, banchieri, uomini d’affari,  ricconi. L’umanità intera è destinata invece a fare la fine della classe operaia, schiacciata dal peso di oppressioni ingiuste e di odiose limitazioni (al pensiero, prima di tutto). Ad accorgersi della terribile verità (che pure è kantianamente sempre stata sotto i loro occhi, ma essi non erano in grado di coglierla) sono proprio due operai, un bianco e un nero. Prima di loro un ruolo fondamentale lo ha avuto un predicatore cieco: nelle sua parole è risuonato stentoreo tutto lo sdegno di uomo di Dio che contempla impotente lo sfascio di una società intera. Egli ha predicato la fede in Dio, ma attraverso l’amore per Dio ha urlato disperato il suo amore per l’umanità. Il predicatore ha finanche provato a diffondere il suo verbo attraverso una piccola TV via cavo messa su con mezzi di fortuna, ma la repressione aliena, inesorabile, è piombata su di lui e sul manipolo di resistenti che si è coagulato intorno al suo carisma. Dunque per i due operai non resta che la lotta a viso aperto. La chiave della battaglia sta nella presa di coscienza, da cui deve scaturire la ribellione di massa: occorre portare la gente “a vedere” cosa c’è sotto/dietro, occorre che l’umanità si desti da quell’ineffabile torpore che la avvolge, occorre squarciare veli ed abbattere muri, occorre interrompere le trasmissioni e staccare la spina del televisore. E’ tutta una questione di “lenti attraverso cui si guarda il mondo”, come sempre: a volte basta un occhiale da sole per cambiare la prospettiva sulle cose, e per imparare che non bisogna fidarsi mai delle apparenze. Film energico, serrato, adrenalinico ed insieme ironico, arguto, illuminante. Lo sguardo di Carpenter, nella sua “larghezza” (il widescreen dei film di Carpenter mi dà sempre l’impressione di inglobare molta più roba rispetto ai widescreen di altri registi) non perde di vista la dimensione della “profondità”. Chiara metafora socio-politica, e potentissimo apologo libertario. I controllori vogliono impedirci di pensare, vogliono uccidere la nostra immaginazione, vogliono farci “conformare”. Bisogna fare esattamente il contrario. E vedere “Essi Vivono”. Film stra-consigliato.

“1997: Fuga da New York”

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Non sono pochi i casi di pellicole cinematografiche del genere "science-fiction" che… hanno profetizzato male, invecchiando troppo presto (o forse, scopriremo tra 50 anni ,ringiovanendo troppo tardi). Molti film, sebbene grandissimi film, portano impressa questa incongruenza temporale proprio nel titolo. "2001" doveva preconizzare per quell’anno un futuro, che ad oggi, ottobre 2006, è ancora più che mai tale. Uno dei migliori film che gogono di questa particolare anomalia cronologica è il meraviglioso "1997-Fuga da New York".  A mio parere il capolavoro di uno dei grandi geni del cinema americano contemporaneo come John Carpenter. E’ uno di quei film che si "godono" meglio e più profondamente ad ogni nuova visione, senza stancare e riuscendo a divertire (nel senso di "portare altrove") ogni volta di più. Perfettamente giocato sull’idea dello scorrere inesorabile del tempo, riesce in meno di 90 minuti a raccontare una storia unica e costruita come un meccanismo ad orologeria (merito raro, se penso che oggi si producono trilogie sterminate o polpettoni fluviali per raccontare il nulla). Il cast è quanto di meglio si potesse scegliere: il consueto Kurt Russell (il mitico "Snake" della versione originale), vero attore-feticcio di Carpenter (come DeNiro/DiCaprio per Scorsese o Kinski per Herzog), è attorniato da una serie di comprimari di livello leggendario: Lee Van Cleef nei panni del direttore del maxi-carcere di massima sicurezza in cui è stata trasformata l’isola di Manhattan, Ernest Borgnine in quelli indimenticabili di un nostalgico taxi-driver, Donald Pleasance presidente degli Stati Uniti d’America e Isaac Hayes capoquartiere malfamato, ingioiellato e riverito dalla sua gang di ladruncoli e donnacce. La storia è una "fuga" contro il tempo, nonchè la lotta di un singolo contro la tirannia di una moltitudine organizzata. Miscela perfetta di suspance, brivido, humor beffardo (vedere e rivedere il geniale colpo di scena finale), azione. Grande regia, ottima recitazione, perfetta sceneggiatura, fotografia e colonna sonora (firmata dallo stesso Carpenter) funzionali e di ottimo livello. Intrattenimento puro e senza inutili pretese di cultura alta. Consigliatissimo a chi ancora non lo avesse visto. Anche se Carpenter (come Kubrick e Asimov prima di lui) non ha saputo fare i conti con il futuro.

Voto personale: 9