“Ombre”

Storico cine-graffito metropolitano firmato John Cassavetes, padre del cinema indipendente americano. Film-svolta, almeno nella percezione che destò di sé nel lontano 1959, e incrocio di varie sensibilità d’avanguardia. Action filming e cinema "in presa diretta sul reale". Nacque dalla volontà del regista di dare una sterzata netta a regole e canoni espressivi del fare cinema. Pensato come “saggio collettivo di recitazione e di regia”, Shadows si fonda su alcune ben precise scelte stilistiche, decisamente innovative e sorprendenti per l’epoca. Innanzitutto l’uso di attori non professionisti, voluto per imprimere una forte idea di realismo alla messa in scena. Gli attori venivano tutti dall’ “Actor’s workshop”, istituzione fondata dallo stesso Cassavetes (in polemica opposizione nei confronti dell’ “Actor’s studio”) con l’intento di farne una sorta di laboratorio teatrale libero ed autogestito. Altro elemento fondamentale è la sceneggiatura “aperta”. Basata soltanto su di un esile canovaccio preordinato in stile "commedia dell’arte", la costruzione del film fu affidata per gran parte alle improvvisazioni degli attori e alle loro libere divagazioni sul tema. La trama in buona sostanza non racconta nessun fatto degno di nota, non narra alcun evento specifico (se non una storia d’amore contrastata dal pregiudizio razziale), si limita a seguire nel loro notturno vagabondare tre fratelli di colore attraverso un sottobosco newyorkese livido e disperato. Altro elemento di estrema originalità è nell’uso della macchina da presa. Primissimi piani e dettagli trasmettono un senso di fisicità davvero notevole, ma sono numerosi anche i momenti in cui le soluzioni estetiche si fanno più complesse e raffinate. La macchina da presa segue l’ideale un po’ chimerico del “farsi dirigere dagli attori”, ma spesse volte  finisce per “creare” fotogrammi e per “ricevere pugni”, andando inevitabilmente a comporre frammenti di realtà non-reale nello specchio deformante del cine-occhio. Il montaggio, a prima vista avventato, accentua il carattere disorganico e irregolare della (non)narrazione:  molti sono gli stacchi e le dissolvenze che interrompono una sequenza ancora nel pieno del suo svolgimento, a dare un senso di nervoso sobbalzare alla struttura del film. Fotografia molto particolare, sgranata e ruvida, accentuata nel suo chiaroscuro al neon. Un altro degli elementi che rendono interessantissimo il film è lo stupendo commento musicale composto ed eseguito da Charlie Mingus, leggendaria figura del panorama jazzistico newyorkese dell’epoca, grande compositore e bassista: le sue note, sinuose e fluttuanti, fanno da contrappunto perfetto al fluire sincopato e straniante del film. Mingus intitolò la sua composizione per il film “Self portrait in three colors”, a voler sottolineare la sua vicinanza di afro-americano dalla pelle scura ai tre protagonisti del film, afro-americani dalle diverse colorazioni di carnagione. Il film fu girato con un budget ridottissimo (solo quindicimila dollari), addirittura messo insieme a mo’ di colletta grazie ad una trasmissione radiofonica. Rivisto oggi offre incontestabili momenti di grandissimo cinema. E soprattutto regala l’immagine indimenticabile di una Grande Mela sporca e vissuta, desolante e laida, eppure così affascinante da diventare modello per una serie infinita di cineasti che sarebbero venuti dopo (Scorsese su tutti). In una New York così, i personaggi diventano emblemi perfetti di uno spleen ben più universale, come tanti Ulisse alla ricerca (vana) della loro Itaca, ombre alla ricerca di senso. Da vedere. Non foss’altro che per leggere la mitica sovraimpressione che campeggia alla fine del film: “The film you have just seen was an improvisation”.