“Lo scafandro e la farfalla”

Una lacerante radiografia del dolore, dell’imprigionamento "fisico" che è figlio della sofferenza, della impossibilità al movimento. Movimento come moto di affrancamento dalle catene del corpo, come "tensione" verso approdi lontani una vita. Impossibili traguardi, se a "soffiare" dentro quello scafandro non sopraggiungono le due potenti forze della memoria e dell’immaginazione. Questo è quello che Julian Schnabel ha voluto racchiudere nel suo "Scafandro". Film intenso, vibrante, che specie nella prima parte osa parecchio nel rappresentare il non rappresentabile: palpebre suturate, comunicazione non verbale, locked-in syndrome. E’ proprio scegliendo di assumere il punto di vista/soggettiva di colui che è "prigioniero del corpo", che il regista compie già la prima necessaria e fondamentale liberazione di quello sguardo, di quell’essere, di quella vita/non-vita.  Nel momento stesso in cui quella terribile e non condivisa sofferenza viene vissuta/percepita dall’occhio stesso dello spettatore, si opera la miracolosa metamorfosi del bozzolo in farfalla: il dolore non partecipato, diventa "parte" di quel vissuto fittizio (ma più reale del vero) che è il cinema stesso. Di sconcertante bellezza i primi dieci minuti del film: una dissonante non-visione sfocata e distorta, illuminata da macchie di colore e trafitta da improvvisi attimi di buio. Istanti di fondamentale assenza di segnale. Pittura per immagini, degna della più sfrontata delle avanguardie, figlia legittima dello sperimentalismo folle e delle pennellate di Stan Brackage. Qualche piccolo calo di intensità nella seconda parte del film. Nel complesso un’opera originale, diversa, coraggiosa. E per questo necessaria. Gran bella colonna sonora, che mescola Tom Waits (mitica la sua "All the world is green"), Charles Trenet e il monumentale tema dei "400 colpi" di Jean Constantin.

[****]

Annunci