“Cosmopolis”

E se Cronenberg ci avesse beffati? Tutti, noi spettatori che abbiamo glorificato la nuova carne di Cosmopolis o che ne abbiamo preso le distanze, respinti dal suo averci restituito una lente bucata attraverso cui guardare lo schermo. E se Cronenberg nel suo atto quasi ballardiano di furente trasposizione in sceneggiatura del testo scritto di DeLillo, compiuto nell’arco brevissimo di soli sei giorni, avesse voluto partorire, volutamente, un oggetto ingiudicabile, un lusus linguistico, una provocazione semantica? Come la prostata di Eric Packer, tutto “Cosmopolis” è un testo audiovisivo asimmetrico. Completamente sbilanciato sul versante della parola, della ridondanza insostenibile del fonema, del dialogo-monologo continuo che dice tutto senza dire niente. All’estenuante fluire delle parole, germinazione letteraria pervasiva e metastatizzante, fa da contrappunto una regia che raggela i movimenti e privilegia la stasi, il blocco, l’osservazione asettica. Tutto contribuisce al totale fallimento del film sotto ogni prospettiva di coinvolgimento, partecipazione o appagamento dello spettatore, ed è forse inevitabile (o addirittura auspicato) l’esito traumatico ed estremo dell’abbandono della visione. E’ in questo modo che si palesa la vera natura dell’ultimo film di David Cronenberg: apologo disperato sulla fine del linguaggio. La parola è frequenza insostenibile e svuotata di senso, superata e calpestata dal potere del cyber-capitale, dai grafici della macro-economia, dai calcoli dei programmatori elettronici, dal pulsare stolido delle luci a led. Ed è solo in un finale “di speranza” che si riappropria della sua più alta valenza semantica, tornando a significare la vita e la morte, l’assoluzione e la condanna. Come nel “Ti amo” finale di Anna Karina in “Alphaville”. Alphaville-Cosmopolis. Due città invisibili lontane la somma di due parole: l’alfa (l’inizio e l’origine) e il Cosmos (l’ordine e il tutto). Cronenberg, oggi, come Godard, ieri. “Once we know the number one, we believe that we know the number two, because one plus one equals two. We forget that first we must know the meaning of plus.”