“Vallanzasca – Gli angeli del male”


 

Non è un cattivo film l’ultimo “Vallanzasca” di Michele Placido. Avrebbe persino fatto la sua figura nel concorso della scorsa Mostra del Cinema di Venezia, visto anche il non eccelso livello delle altre pellicole italiane in gara. Così non è stato e anzi al Lido il film di Placido ha dovuto fare i conti con un certo ostracismo diffuso, per gran parte forse preconcetto. “Vallanzasca – Gli angeli del male” non è un capolavoro, ma è un film con una sua precisa identità e connotazione “politica”. Al sanguigno (e molto poco placido) Michele da sempre piace raccontare storie di personaggi che, nel bene o nel male, si assumono fino in fondo la responsabilità delle loro azioni, anche criminali. E che sebbene avvezzi a consumare efferate violenze non sono privi di una loro, pur distorta, etica comportamentale. Renato Vallanzasca incarna tutto questo, ed è il nemico pubblico perfetto scelto da Placido per raccontare l’Italia plumbea dei primi anni ’70, con le sue tante falle e zone d’ombra. Nel Vallanzasca di Placido, al termine della sua carriera di rapine, stragi e fughe annunciate, si adombra il senso di superamento e di residualità che abbiamo sentito declinare in tanto cinema western americano: come tanti “ultimi” fuorilegge del vecchio West, Vallanzasca vede il suo mondo sgretolarsi davanti ai suoi occhi e matura quel senso di disillusa non-appartenzenza al nuovo che si traduce, inevitabile, nella preferenziale accettazione dello scacco e della sconfitta. La ricostruzione d’epoca (il modello primitivo e primigenio da rintracciarsi nel poliziottesco dei vari Di Leo, Martino, Lenzi) è gradevole e ben confezionata. Il linguaggio filmico, come in “Romanzo Criminale” non cessa di guardare, anche, oltreoceano (a Tarantino, a Scorsese e al tanto cinema carcerario statunitense) e sostiene per tutta la durata del film un ritmo incalzante ed intenso. Più che buona l’interpretazione di Kim Rossi Stuart, attorniato da un ottimo cast di contorno in cui stona soltanto la sovraeccitazione posticcia di Filippo Timi.

[*** 1/2]