La frusta e il corpus: luci e (zone d’) ombra del/nel cinema di Mario Bava

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Il mio primissimo contatto con Mario Bava risale alla visione di un film (emblematicamente, potrei dire a posteriori) intitolato “Reazione a catena”. Si trattò (allora, diversi anni fa) di una specie di shock. Di una rivelazione. Di una “ragnatala” squarciata su un punto di vista radicalmente diverso da tutto quello che avevo visto prima. A segnarmi non fu tanto la violenza estrema che dal film grondava copiosa o il suo singolarissimo impatto visivo, quanto piuttosto la ancora più singolare combinazione dei due ingredienti, tenuti insieme da una vena di ironia sardonica assolutamente beffarda e improntata all’understatement programmatico. Era percepibile in quel film una visionarietà assoluta, senza briglie, sfrenata. Eppure davvero fatta con due lire (in questo genuinamente italica, impregnata di romanità e di verace “saper fare” capitolino, erede delle più nobili espressioni dell’artigianato peninsulare). E il tutto era stato realizzato addirittura (appunto) in Italia. E addirittura nel lontano 1971. Del resto quel film esibiva ben visibili sul suo cadavere riesumato le tracce/rughe/ipostasi degli anni passati. Con tutta probabilità le mostrava già allora, nel ’71, al momento della sua uscita. Tutto il cinema di Bava, con le sole eccezioni forse di due o tre film più sintonizzati sulle frequenze dei loro tempi come “5 bambole per la luna di Agosto”,  “Diabolik” e “Cani arrabbiati”, è infatti in un certo senso nato già morto. Come partorito fuori sincrono. In ritardo, o più di una volta in anticipo, sui tempi. Comunque venuto al mondo nel momento e nel posto sbagliato. Condannando al (r)ictus ghignante un corpus definitivamente caduto preda degli spasmi del rigor mortis. Da quella prima fondamentale visione, con spirito da fanzinaro old-style, ho via via cercato di recuperare quanto più possibile della ricca, tentacolare, polimorfa produzione cinematografica di Bava. Affondando le mani e gli occhi nelle sabbie mobili dei generi più disparati. Il gore di “Reazione a catena” (alias “Ecologia del delitto”). Il western di “Roy Colt e Winchester Jack” e “La strada per Fort Alamo”. La fantascienza di “Terrore nello spazio”. Il comic-movie di “Diabolik”. Il peplum degli “Invasori”. La commedia comica di “Le spie vengono dal semifreddo”, con la coppia Franchi-Ingrassia accanto a (!) Vincent Price. Il blue-movie erotico di “Quante volte… quella notte”. Il poliziesco hardcore tarantiniano di “Cani Arrabbiati”. Le vette assolute nell’horror gotico di film leggendari come “La maschera del demonio”, “I tre volti della paura”, “Operazione paura” e “La frusta e il corpo”. Il  lounge di “5 Bambole per la luna di Agosto”. Il giallo-thriller di “Sei donne per l’assassino” e “La ragazza che sapeva troppo”. Proprio quest’ultimo film, insieme a “La frusta e il corpo”, costituisce ancora adesso uno degli oggetti più introvabili e nascosti della filmografia di Bava in Italia. Entrambi usciti nel 1963. Uno girato in bianco e nero (“La ragazza che sapeva troppo”), l’altro a colori (“La frusta e il corpo”), accomunati però entrambi dalla direzione della fotografia curata dallo stesso Bava. Entrambi quindi incatenati alla stessa netta “predominanza” (tipicamente baviana) della visione su tutti gli altri aspetti del filmico. Se nel bianco e nero della “Ragazza che sapeva troppo” (primo vero giallo italiano per il grande schermo) a dominare sono le atmosfere chiaroscurali di una Roma notturna popolata di ombre e spettri anche nei suoi luoghi più “luminosi” e turistici (piazza di Spagna, Trinità dei Monti o il Pincio), in “La frusta e il corpo” il buio (presenza comunque sempre costante e avvolgente) viene ad essere continuamente lacerato dagli squarci di colore e di luce che, come le frustate di Cristopher Lee, si abbattono violenti sulla pellicola. Tentativi estremi (sempre immaginari/immaginati, sempre fantas(ma)tici) di riportare in vita il “Frankenstein” di un oggetto-cinema raggelato dall’alito implacabile del tempo. Di infondere calore (e colore ) nello spettro gelido di uno schermo bianco, pallido, svuotato di senso. E forse proprio nel sadomasochismo di chi ha fatto della necrofilia la sua pervicace ossessione (la bellissima Daliah Lavi del film) c’è tutta l’essenza della poetica profondamente autodistruttiva e pessimista di un regista come Mario Bava. “Sono sicuro di aver fatto solo grandi stronzate. Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho fatto il cinema come fare le seggiole”, diceva di sè. Nessuna mezza verità è mai stata più vera.

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“Cani arrabbiati”

Crudele, spietato, violentissimo. L’ultimo "tarantiniano" e incredibile capitolo della filmografia Baviana è il testamento più inatteso, micidiale e obliquo di un cineasta puro di cristallina genialità e genuina grandezza. Concepito come una sorta di italico "Detour" con annessa discesa agli inferi senza ritorno, è un thriller con struttura da road-movie, atipico, vibrante, tesissimo, claustrofobico, senza un solo fotogramma superfluo e senza un singolo attimo di caduta di tensione. Magnificamente scritto e girato, recitato con sanguigna e viscerale potenza da un meraviglioso cast di iene tricolori, "Cani arrabbiati" (conosciuto anche almeno con altri 3 titoli diversi, in virtù delle innumerevoli versioni clandestine circolate nel corso degli anni) è il perfetto un-happy ending all’interno di un opus ricchissimo e variegato come quello di Mario Bava, percorso però sempre come tratto distintivo da una sotterranea vena aurea di beffarda ironia. Il ribaltamento dello stereotipo, lo sguardo disincantato e sagace, il disvelamento divertente e divertito del falso come chiavi di lettura del reale e come cardini di una poetica che è (e vuole essere) soprattutto poetica delle immagini. Grandiosa la creatività e la libertà espressiva del cinematographer Mario Bava dietro la macchina da presa. Veri e propri lampi di genio "artigiano": dall’utilizzo di particolari lenti per creare determinati effetti di fuori-fuoco, ad alcune incommensurabili soluzioni di movimenti di macchina o angolazioni di ripresa. Il tutto sistematicamente de-sistematizzato, quasi sempre ottenuto "per gioco" o per sfida sul set. C’è una fortissima componente ludica nel cinema di Mario Bava. Una specie di pietra filosofale che, in filigrana, dimostra spudoratamente come forse prendere poco sul serio sè stessi e molto sul serio quello che si fa possa essere davvero il modo migliore per provare a cavarsela. Sul set come nella vita.

[Per la serie "Non è vero ma ci credo", è accaduto ancora: grazie a qualche oscura forma di coincidenza astrale, trasmissione telepatica o contatto alieno questo blog e quello dell’amico blogger Filippo di Cinedelia hanno per la seconda volta dedicato un post in sincrono al Maestro senza preventivamente essersi messi d’accordo. Il suo emi-post baviano gemellare lo trovate qui. Sfide ad ogni umana forma di comprensione razionale.]

P.S. E per scoprire altri frammenti dispersi e capolavori-fantasma dell’italico cinema non potete non fiondarvi immediatamente sulle gloriose pagine del Teatrino dove ha da poco preso il via "Chi l’ha visto", una rubrica che da queste parti è già diventata un must assoluto.

“Terrore nello spazio”

terrore nello spazio

Nella ricca e per buona parte vergognosamente dimenticata filmografia del mai troppo osannato Maestro Mario Bava c’è anche spazio per un curioso incrocio tra l’horror e la sci-fi. Parliamo di un piccolo grande cult del genere come "Terrore nello spazio". Un altro meraviglioso esempio di cinema "artigianale" ma di gran classe, girato in totale economia di mezzi ma con originalità e stile da vendere. La sceneggiatura, a cui misero mano tra gli altri anche lo stesso Bava e persino Alberto Bevilacqua, fu tratta da un modesto romanzo italiano pubblicato dalla serie “Interplanet” ("Una notte da 21 ore" di Renato Pestriniero). La trama racconta le vicende di un gruppo di astronauti misteriosamente precipitati su un pianeta popolato in apparenza solo da nebbie e rocce calcaree. Una volta sopravvissuti all’atterraggio sul pianeta, i membri dell’equipaggio uno alla volta cominciano a cadere preda di irrefrenabili istinti di soppressione del prossimo. Durante una perlustrazione, il comandante della missione scopre un’altra inquietante navicella spaziale abbandonata: al suo interno i resti scheletrici di giganteschi esseri umanoidi. In un’atmosfera sempre più asfissiante e allucinata, gli astronauti scopriranno di essere in realtà preda del "possesso" psichico operato da invisibili forze aliene desiderose di estendere il loro dominio spaziale. Il destino della razza umana sarà salvo grazie al sacrificio di qualche prode valoroso, o forse no.

Diversi gli spunti contenuti in questo (peraltro rarissimo) prodotto di fantascienza italica poi sfruttati da altri cineasti. Su tutti l’evidente "ripresa" (chiamiamola così) dell’idea della navicella abbandonata operata da un certo Ridley Scott per il suo "Alien". E anche da un punto di vista stilistico in "Terrore nello spazio" c’è davvero tutto quello che manda in estasi i fan di Bava (e in bestia i suoi detrattori, poveri loro). Zoom e contro-zoom, decine e decine di lucine colorate, fumi azzurri e gialli, strepitosi movimenti di macchina, grande cura nella fotografia e nella costruzione delle scenografie, grandissima attenzione alla composizione delle inquadrature, un finale sorprendente e intriso di beffarda ironia. Tecnicamente ottima l’edizione in DVD del film approntata dalla “01”, con una copia restituita al suo originario splendore grazie al restauro e alla rimasterizzazione in alta definizione sponsorizzati dalla Mostra del Cinema di Venezia (dove nel 2005 il film fu riproposto nell’ambito della sezione “Storia segreta del cinema italiano”). Imprescindibile per ogni discepolo del Maestro che si rispetti. Una annotazione curiosa sul titolo con cui fu distribuito il film oltre-oceano. "Terrore nello spazio" fu ribattezzato "The planet of the vampires",  nonostante nel film di un vampiro non si veda nemmeno l’ombra.

Per restare in compagnia del Maestro segnalo un altro bellissimo post baviano comparso oggi sulle gloriose pagine di Cinedelia.  Buona navigazione!

“Diabolik”

Superata una iniziale diffidenza e spinto anche da alcuni pareri illustri (soprattutto uno..grazie ancora!) mi sono autosomministrato uno dei pochi Bava che mancava ancora all’appello. Temevo, da fan sfegatato di Bava regista e cinematographer, una sonora delusione. O meglio temevo di sorbirmi un film in cui l’immane maestria di Bava fosse troppo appesantita dall’apparato produttivo (quando c’è di mezzo un De Laurentiis..) o schiacciata dai vincoli dell’adattamento al fumetto. E invece no. E’ andata molto bene, oltre le più rosee aspettative. Matrimonio d’amore tra lo straordinario talento visionario di Mario Bava e l’estetica fumettosa un po’ minimal degli storici albi delle sorelle Giussani. A riprova che il genio di Bava sopravvive in qualsivoglia genere o territorio filmico. Notevolissimo lavoro di regia, fotografia, scenografia, costumi ed effetti speciali. Ne viene fuori una divertentissima orgia glamour in bello stile: tubi che sparano fumi colorati, rifugi e alcove scolpite nelle rocce, futuribili aggeggi alla 007, lettoni ricoperti di banconote e sballosi momenti di psichedelia pura. Diabolik ha le sopracciglia e il ghigno beffardo di tale John Philip Law. Eva è la conturbante e biondissima Marisa Mell, (s)vestita con due stracci per tutto il film. Nel cast anche due giganti come Michel Piccoli (Ginko) e il grandissimo Adolfo Celi (Valmont). Menzione speciale per i roteanti e coloratissimi titoli di testa sulle sensuali note di Ennio Morricone. All’insegna della extravaganza più totale, tra scene sub-acquee e spericolati inseguimenti, c’è pure spazio per una strepitoso sberleffo contro lo stato esoso. Roba che in questo periodo va parecchio di moda. Divertissement di gran classe. Stilish, charming, flamboyant (come dicono i trailer a stelle e strisce). E qualche trombone, stupidamente, lo ha pure definito "il film italiano più stupido degli anni ’60". Ha di certo un concetto troppo negativo dell’aggettivo "stupido". Una nota di merito alla Paramount (già, si è scomodata la Paramount), che probabilmente per intercessione divina, ha realizzato un DVD finalmente degno, dopo che il nome di Mario Bava è stato associato per anni a edizioni al limite della ignominia. Con tanto di commento audio per tutta la durata del film dell’ormai vetusto John Philip Law. Troppa grazia.

Cliccate sulla maschera di Diabolik per vedere il trailer originale del film  

“Il rosso segno della follia”

hatchet0Stilish, direbbero oltreoceano. Aggettivo perfettamente applicabile a questa pellicola, ancora una puntata della carrellata nel fantas(ma)tico mondo Baviano. La trama è esile come un filo, ma la "mise en scene" è sontuosa, tanto per cambiare. Un giovane, tormentato da assillanti ricordi e da incompiute rimozioni edipiche, compie una serie di efferati delitti ai danni di giovani spose ("Corpse Bride" vi dice qualcosa?). Scoprirà che la chiave della sua paranoia è insita in qualcosa che egli stesso ha compiuto da piccolo. Un piccolo gioiello, frutto di una insolita produzione italo-spagnola, poco apprezzato in Italia all’epoca (1970) ed enormemente rivalutato all’estero negli anni successivi. Elegante e poco spaventevole, specie nella mutilata versione di 85 minuti che circola sul mercato home-video italiano, il film ricorda per molti aspetti il precedente "Sei donne per l’assassino". Molto curato nella fotografia (per questo film firmata dallo stesso Mario Bava), dominata dai giochi di specchi e dalla messa a fuoco "creativa". Di certo non il migliore di Bava, ma sicuramente uno dei suoi film più "studiati". Personalmente continuo a preferire il Bava degli horror di ambientazione "gotica". Terribile e luciferina Laura Betti.

Voto personale: 7+

“Operazione paura”

operazioneUn medico legale (Giacomo Rossi Stuart, padre del noto Kim) giunge in un abbandonato paesino di campagna per far luce sulla morte di una giovane donna, perita in circostanze misteriose. L’uomo di scienza, armato di spirito risoluto e pugnace, sarà costretto a fare i conti con spiriti vendicativi, streghe inquietanti e malefici di ogni specie. Prototipo dell’horror gotico all’italiana, "Operazione paura" è il diretto discendente (a colori) della insuperata "Maschera del demonio", parto della sfrenata visionarietà del mai troppo lodato Mario Bava. Sul piano stilistico, il film, elegante e sinuoso, può dirsi perfettamente riuscito. Vi si ritrovano tutti i "luoghi" baviani per eccellenza: le soggettive (memorabile quella dell’altalena), l’uso dello zoom (più sobrio rispetto ad altri film successivi) nei momenti topici delle narrazione, il gusto per la composizione dell’inquadratura (sono tantissimi gli elementi che si frappongono tra cinepresa e scena, dai rami degli alberi alle ragnatele), il fuori fuoco, le splendide e troppo vituperate luci colorate (giallo, malva, azzurro sono i colori dominanti). Magnifiche le scene della tromba delle scale, molto Hitchcockiane. Perfetto esempio di come si possa girare un ottimo horror di atmosfera praticamente con nulla, ottenendo il massimo dall’uso delle scenografie (il film è quasi interamente girato in teatri di posa) e ottimizzando le capacità tecniche della troupe. Raccomandato.

Voto personale: 8

Who’s who: Mario Bava

Mario Bava (1914 – 1980) può considerarsi a ragione il padre dell’horror italiano. Non vi fate ingannare se trovate i nomi di John Foam, Marie Foam o John M.Old. Si tratta sempre di Mario Bava sotto pseudonimo anglofono, come usava per registi e scrittori horror negli anni sessanta. Il figlio Lamberto, per una sorta di omaggio al padre, ha spesso utilizzato il nome di John M.Old jr.

Bava ha inventato gran parte dei trucchi cinematografici e delle trasformazioni visive tutt’ora in uso e prima ancora di diventare un artigiano della regia è stato un formidabile maestro della fotografia. La definizione di artigiano fu coniata dallo stesso Bava durante un’ intervista rilasciata a Luigi Cozzi nel 1971 per la rivista Horror. Infatti il cinema italiano di quel periodo disponeva di budget limitati e Bava era un grande economizzatore, un artigiano capace di fare film validi con poca spesa. Gli esordi nel cinema lo vedono in sodalizio con l’amico Riccardo Freda prima ne I Vampiri (1957) e poi in Caltiki, il mostro immortale (1959). Soprattutto in Caltiki (dove per esigenze di produzione diventò John Foam) Bava girò gran parte delle sequenze mostruose ponendo un marchio indelebile sull’opera finita. Lo stesso Freda ha sempre attribuito il film a Bava, dicendo che fa parte del suo modo di fare cinema. Di sicuro l’ameba gorgogliante che sommerge e divora esseri viventi fu ideata da Bava che la costruì utilizzando budella di animali.

Il suo primo lavoro da regista è La maschera del demonio (1960), ancora oggi uno dei più celebrati. Si tratta di un film sulle streghe girato in bianco e nero ma dotato di una stupenda fotografia ed è noto che la buona riuscita di una pellicola horror dipende molto dalla fotografia. La protagonista è Barbara Steele che interpreta il doppio ruolo di vergine e strega. La storia è tratta molto liberamente da Il Vij di Gogol e sceneggiata da Ennio De Concini. Il film ebbe un successo incredibile in America e in Francia, fu apprezzato meno in Italia, dove l’horror stentava ad affrancarsi dall’etichetta di cinema di serie B. In Inghilterra passò dei guai con la censura per alcune scene di violenza ed erotismo. Bava rende esplicita sin dalla prima opera la scelta di seguire i canoni del fantastico letterario e anche nei lavori successivi cercherà l’aiuto di sceneggiatori del calibro di Alberto Bevilacqua per trasporre capolavori di Gogol, Maupassant e Merimée. Bava ambienta quasi tutti i suoi primi film in periodi storici che vanno dal 1500 al 1800, rispettando una moda lanciata dalla casa inglese Hammer e dalle case produttrici d’oltre oceano. L’horror anni sessanta seguiva criteri particolari di ambientazione e dovremo attendere Dario Argento per vedere sullo schermo orrori contemporanei. La maschera del demonio fa venire a mente soprattutto la strega che non muore tra le fiamme ma torna in vita e seduce dalla sua tomba nascosta nella foresta. E’ un film impregnato di sadismo e necrofilia, erotismo e sensualità. Per dirla con Teo Mora è il trionfo del fantastico dell’erotismo. In ogni caso la pellicola saluta la nascita di un maestro del genere. Bava sperimenterà anche altri settori come il western, il mitologico-fiabesco, il fantascientifico e persino il sexy prima maniera, però dimostrerà di trovarsi a suo agio soprattutto con le creazioni fantastiche. Inutile dire che i critici italiani stroncarono il film e che hanno riscoperto l’intera produzione di Bava (come è stato per Totò) soltanto dopo morto.

La ragazza che sapeva troppo è del 1962 ed è un thriller alla Hitchcock, non solo perché nel titolo ricorda L’uomo che sapeva troppo del maestro inglese, ma soprattutto per la tensione e le divagazioni umoristiche inserite  ad arte per stemperare i momenti topici della narrazione. Dario Argento lo prenderà a modello per L’uccello dalle piume di cristallo.

La frusta e il corpo (1963) viene ricordato per la irruzione di un malsano erotismo e di un rapporto sadico appena accennato, però quel tanto che bastava per sconvolgere i censori del tempo. È un film notevole, in ogni caso, anche per il finale aperto che lascia lo spettatore esterrefatto.

Un capolavoro di Bava che ha lasciato il segno è I tre volti della paura (1963), un film a episodi che porta sullo schermo tre diversi modi di affrontare la paura. Bava avverte che i racconti sono di Cechov, Aleksej Tolstoj e Maupassant ma non tutti concordano sulla veridicità delle fonti. Per Renato Venturelli, ad esempio, si tratterebbe soltanto di un’esibizione letteraria, in realtà il film sarebbe costruito su una storia di Snyder e una di Maupassant molto adattate. In ogni caso ai nostri fini poco interessa.

Boris Karloff introduce la pellicola e ci accompagna sino alla fine con la sua presenza da voce e immagine fuori campo. Il telefono è il primo episodio e Fabio Giovannini lo definisce un piccolo capolavoro del brivido a base di coltellate e strangolamenti in una stanza da letto claustrofobica. Noi non ne siamo così entusiasti e lo riteniamo il più debole dell’intera opera, però la tensione è ben espressa e si affrontano temi nuovi per il cinema italiano (per esempio l’amore lesbico tra le protagoniste). I wurdalak vede Boris Karloff nelle vesti del vampiro-zombie della tradizione slava e la sua interpretazione fa dimenticare alcuni dialoghi che risentono tutto il peso degli anni (le scene d’amore tra Sdenka e Wladimir su tutte). L’atmosfera di terrore è però notevole e i colori cupi della fotografia contribuiscono a rendere realistica una storia fantastica. Infine La goccia d’acqua è davvero un piccolo capolavoro. Il padre di Bava, Eugenio, scolpì la maschera della morta, la vera protagonista dell’episodio che tormenta sino alla fine l’autrice di un furto sacrilego. Il terrore quotidiano è reso molto bene e l’intervento del soprannaturale si innesta soltanto alla fine in una storia ben congegnata per tensione  e ritmo. I protagonisti dei tre episodi si trovano in un luogo chiuso alle prese con le loro paure. Sorprendente il finale con Boris Karloff a cavallo di un manichino che svela agli spettatori i trucchi di scena, quasi per voler tranquillizzare. I tre volti della paura ebbe un grande successo negli Stati Uniti, dove uscì come Black Sabbath, ed è sempre stato considerato un cult movie.

Per fortuna adesso è così anche da noi.

Sei donne per l’assassino (1964) è di pochi mesi dopo e segna il ritorno al giallo anticipando alcune tematiche tipiche di Dario Argento. La fotografia dai colori brillanti e violenti è il dato caratteristico della pellicola ed è un vero e proprio thriller orrorifico. Per uccidere si cominciano a usare normali oggetti del quotidiano come coltelli e rasoi, il killer si aggira con un impermeabile nero e viene rappresentato come un signore del male con cui è impossibile lottare. Dario Argento per girare Profondo Rosso si ispirerà molto a questa pellicola.

Terrore nello spazio (1966) rappresenta un’incursione nel fantascientifico che si avvale della sceneggiatura di Alberto Bevilacqua, Callisto Cosulich e Antonio Romano. Gli effetti speciali però sono tipici del cinema fanta-horror e il  notevole colpo di scena finale vale da solo l’intero film. La pellicola fu girata davvero in economia, utilizzando  rocce di plastica, zampironi fumogeni e scenografie di fortuna. Il risultato  raggiunto sa di miracolo e il film in alcune sequenze ricorda Alien, una volta tanto anticipando un prodotto americano ancora di là da venire.

Operazione paura (1966) segna il ritorno di Bava all’horror puro. La storia è una raffinata vicenda gotica calata in un’atmosfera fantastica e resa in un’ambientazione settecentesca assai credibile. Il regista lo giudicava il suo film migliore e quando ne parlò con Luigi Cozzi, nel corso della citata intervista, si rammaricava per il plagio perpetrato da Federico Fellini. Il regista romano infatti riprese per il suo Toby Dammitt la scena della bambina fantasma che gioca a palla. Operazione paura è il classico horror anni sessanta a base di cripte, notti ventose, castelli maledetti e donne vampiro. Anche Operazione paura è girato in economia e soltanto la maestria di Bava è riuscita a rendere realistici scenari realizzati in studio.

Stessa cosa per Diabolik (1968) dove la produzione De Laurentiis obbligò il regista a realizzare il film con duecento milioni di spesa. E pensare che era il periodo del boom dei fumetti neri e che l’operazione doveva essere soprattutto commerciale… Bava ricordava l’esperienza di Diabolik come uno degli episodi più allucinanti della sua carriera. Dovette girare un film a base di modellini e fotografie ritagliate al momento e utilizzate per ovviare allo squallore della scenografia. Tant’è vero che rifiutò con decisione di lavorare alla seconda parte del film, quel Diabolik alla riscossa che la produzione gli aveva subito proposto. Perché Diabolik nonostante tutto ebbe un notevole successo di cassetta. È sempre stata una caratteristica di Mario Bava quella di far rendere al massimo il poco che i produttori gli mettevano a disposizione. Era un grande artigiano del cinema e una volta guadagnata questa fama tutti pretendevano che se la mantenesse.

In tema di cinema fantastico non dobbiamo dimenticare che, tra il 1968 e il 1969, Bava curò lo stupendo episodio di Polifemo per la riduzione televisiva dell’Odissea. Lo sceneggiato fece furore e contribuì a divulgare la conoscenza del poema epico nelle case di milioni di italiani. Polifemo è un eroe tragico e muove a sentimenti di compassione e pena, ma il regista lo realizzò con una maschera davvero terrificante. E per quel che riguarda il trucco sappiamo che Bava era davvero un maestro.

Il rosso segno della follia (1969), che Bava con modestia definiva la storia del solito pazzo, è in realtà uno dei suoi film più studiati e forse meglio riusciti. Anticipa i futuri thriller di Dario Argento e approfondisce molto la psicologia contorta dell’omicida. Il protagonista è un assassino dalla sessualità repressa e deviata. Cinque bambole per la luna d’agosto (1969) invece è la rilettura di Dieci piccoli indiani di Agata Christie ed è un film da dimenticare, girato in fretta e poco ispirato. Lo stesso Bava lo definiva il peggiore da lui diretto. Diceva che lo aveva fatto soltanto per soldi.

Reazione a catena (1971), conosciuto anche come Ecologia del delitto e Antefatto, è di grande importanza perché rappresenta un’incursione nello splatter iperviolento e un’anticipazione di quello che sarà Venerdì 13 di Sean Cunningham. Non sempre il cinema italiano si è ispirato a quello americano, in rari casi è accaduto il contrario. In questo film i delitti sono centrali alla storia e quasi la sostituiscono, quel che conta è soprattutto come morirà la prossima vittima. Siamo in pieno cinema macelleria e le vittime vengono fatte fuori a colpi di coltelli, asce e lame d’acciaio affilato.

Gli orrori del castello di Norimberga (1972) è ancora un film gotico vecchio stile, una favola paurosa. Una sorta di omaggio al cinema fantastico degli anni cinquanta e sessanta, girato con cura e attenzione ai particolari. 

La casa dell’esorcista (1975) arriva in pieno boom da Esorcista, quando i peggiori mestieranti si cimentavano in squallide copie del film di William Friedkin. La pellicola di Bava doveva intitolarsi Lisa e il diavolo e la sua struttura originale era colta e raffinata, tant’è vero che venne presentato al Festival di Cannes nel 1973. Nessuno volle produrla perché ritenuta inadatta al pubblico italiano. Per metterla sul mercato si procedette al suo massacro sistematico: il titolo venne cambiato, molte scene modificate e altre inserite ex novo.  Bava si rifiutò di stare al gioco e ripudiò il film che uscì nelle sale del tutto diverso dall’idea originale. Quello che poteva essere uno dei migliori lavori di Bava divenne una delle cose da dimenticare.

Cani arrabbiati (1976) è tratto da un romanzo di Ellery Queen ed è un buon film, purtroppo ancora inedito in Italia. Si tratta della storia di quattro banditi mascherati che rapinano un portavalori, ammazzano due guardie e nella fuga uno di loro rimane ucciso. I tre rimasti prendono due donne in ostaggio in un garage, una finisce sgozzata, l’altra continua a servire per proteggere la fuga. Durante la fuga prendono un uomo come ostaggio e accadono diversi colpi di scena che rendono il film interessante fino alla parola fine. Un thriller sui sequestri di persona duro e inquietante, molto esplicito e diretto come contenuti e scene di sangue. Il film non ha mai trovato un distributore durante la vita di Bava ed è stato messo in circolazione in Italia soltanto nel 1995 come Semaforo rosso.

Shock è del 1977 ed è l’ultimo film di Bava. Un vero e proprio omaggio all’allievo più geniale, quel Dario Argento che aveva riempito le sale con Profondo Rosso. Shock segna il simbolico passaggio di consegne e la fine di un modo di fare horror tipico del decennio precedente. Protagonista è Daria Nicolodi, regina dell’horror italiano anni settanta, attrice prediletta di Dario Argento e anche sceneggiatrice di molti film. Shock è un capolavoro di tensione, un racconto angoscioso girato quasi tutto in interni, una raffinata storia di fantasmi che ricorda molto il vecchio La frusta e il corpo. Ebbe un gran successo in Giappone, mentre in Italia è passato inosservato.

La carriera di Mario Bava si conclude nel 1978 con il telefilm del mistero La Venere d’Ille, girato in collaborazione con il figlio Lamberto. Protagonista è ancora Daria Nicolodi, però il risultato finale non è dei migliori. Come eredità fantastica di Bava preferiamo ricordare Shock, un film che ha influenzato tutta l’opera successiva di Dario Argento e degli altri autori horror italiani.

Maro Bava è l’unico regista italiano ad aver lavorato con le principali star del cinema horror inglese e americano, attori del calibro di: Christopher Lee, Boris Karloff, Vincent Price, Barbara Steele (lanciata da Bava come dama nera del gotico anni sessanta) e Joseph Cotten. Non solo, ci sono attori scoperti da Bava e consacrati a futuri ruoli nel cinema horror italiano. Basti per tutti l’esempio di Nicoletta Elmi ne Gli orrori del castello di Norimberga che ritroveremo in Profondo Rosso di Dario Argento e in Dèmoni di Lamberto Bava nel ruolo di demoniaca bigliettaia.

Alcuni giornalisti dell’epoca affibbiarono a Mario Bava l’epiteto di Hitchcock di Cinecittà, anche prendendo spunto da titoli di film come La ragazza che sapeva troppo. In realtà Bava ha un suo stile e con il grande maestro del giallo ha soltanto debiti di ispirazione. Bava ereditò dal padre scultore la passione per i colori e per le immagini, voleva fare il pittore ma approdò al cinema, un mezzo artistico che ha utilizzato in modo originale. E’ vero che le sue scelte di regia sono state sempre subordinate al successo di cassetta dei film americani, ma era il mercato dell’epoca a imporlo. Non si poteva contraddire la casa inglese Hammer o ciò che riscuoteva consenso oltre oceano. Si pensi alla abominevole saga delle indemoniate e delle ossesse che funestò gli italici schermi dopo l’uscita de L’Esorcista. Come abbiamo visto lo stesso Bava ne fece le spese con uno dei suoi ultimi film.

Concluderei riportando una valutazione di Pascal Martinet.

Bava crea un’estetica della morte e del crimine. Al diavolo la logica. Importa solo la descrizione grafica della violenza. Carni torturate, graffiate, bruciate, catturate dalla crudeltà della macchina da presa che si diverte a precedere l’attimo in cui l’assassino colpisce. Assassino senza volto, primo di una lunga tradizione e la cui assenza di fisionomia rimanda ai nobili incubi archetipici. Aggiungiamo noi (con Fabio Giovannini) che Bava riesce a  rendere il paesaggio mediterraneo credibile per ambientarvi storie orrorifiche. Ed è uno dei primi a farlo, insieme al Pupi Avati di capolavori come La casa delle finestre che ridono. Il gusto per il terrore puro è un’altra sua caratteristica ed è ben rappresentato dall’utilizzo frequente di coltelli e pugnali per gli omicidi, particolare che Dario Argento spingerà all’eccesso. La lama è cinematografica, dirà lo stesso Bava.

Come abbiamo detto Bava si cimentò in quasi tutti i generi cinematografici in voga a Cinecittà negli anni sessanta – settanta, sempre seguendo i grandi successi che venivano dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti. Nella presente trattazione non abbiamo citato i film di argomento mitologico, fantascientifico, favolistico, western e sexy. Per completezza ci limitiamo a elencarli. L’appassionato di Mario Bava troverà così un’esauriente catalogo dell’opera del regista. Le fatiche di Ercole (1957), Ercole e la regina di Lidia (1958), La battaglia di Maratona (1959), Ercole al centro della terra (1961), Gli invasori (1961), Le meraviglie di Aladino (1961), La strada di Fort Alamo(1965), I coltelli del vendicatore (1966), Le spie vengono dal semifreddo (1966), Raycolt e Winchester Jack (1969) e il censuratissimo Quante volte… quella notte (1969 – 73).

(Dal blog http://letteratitudine.blog.kataweb.it )