“Noi credevamo”

Domenico, Angelo e Salvatore sono tre giovani cilentani. Sono giovani a cui capita di essere giovani quando c’è da fare l’Italia. Quella che immaginano è una Italia unita, repubblicana e democratica. La Storia Patria andrà diversamente, piantando coltelli dentro le loro speranze giovanili, e l’albero si pianterà, ma sulle radici sbagliate di un’altra monarchia dominante. Sarà il fallimento di una delle tante utopie meridionaliste, l’ennesima annessione che il popolo di formiche sarà costretto a subire. Il bel film di Mario Martone, presentato in concorso durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia, tra tanti meriti ne ha soprattutto uno: raccontare gli snodi più controversi del processo di unificazione nazionale senza cedere alla nuova retorica dilagante del revisionismo storico. Nel complesso raccordo tra ciò che è stato e ciò che sarebbe dovuto essere, e nelle vicende umane dei tre protagonisti, si innestano gli idealismi alti di una partecipazione che si fece missione, mai messa in discussione nel suo sincero slancio emotivo ed intellettuale. Ma il racconto del film si sviluppa in un’altra direzione, seguendo la cronaca di fratture, errori, contraddizioni, e sconfitte che di quegli idealismi furono il tragico portato. L’insurrezione/guerriglia mazziniana svanita nella nebbia della Savoia del 1834, il fallito attentato parigino a Napoleone III, i cannoneggiamenti dell’esercito sabaudo sulle milizie garibaldine dirette verso Roma sull’Aspromonte sono i tre momenti emblematici di una sintesi mancata, i cui effetti pesano sulla nostra identità nazionale ancora oggi. E’ il dialogo tra quel passato e questo presente la cifra più interessante del film di Martone. Gli eventi storici raccontati nel film vivono negli spazi dell’ Italia dell’oggi, dei mostri di cemento armato e dei litorali feriti dall'abusivismo edilizio. Nella sorpresa di alcune improvvise inquadrature storicamente incongrue Martone introduce la falsa prospettiva di un tempo remoto che è già diventato presente sotto i nostri occhi. La facile illusione ottica di chi crede che quella sia acqua passata, polverosa materia da relegare su pagine sbiadite di libri di storia, è dissipata nella messa a fuoco sintetica del rapporto allora-adesso racchiuso dentro lo stesso fotogramma. Bisognava che tutto cambiasse perché tutto restasse com’era. Il verbo di “Noi credevamo”, declinato all’imperfetto plurale, è quindi un ottimo modo per celebrare la Festa della Repubblica nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Sorretto da un ottimo cast, da una messa in scena di grande eleganza, e pur con qualche piccola riserva (l’aria a tratti un po’ algida e distante da feuilleton romantico) “Noi credevamo” è un film da non trascurare, e che meriterebbe una attenzione scevra da ogni pre-giudizio. Come “Vincere”, “L’uomo che verrà” e alcuni altri importanti film italiani degli ultimi anni, capaci di rileggere pagine fondamentali della storia italiana attraverso il linguaggio critico del grande cinema. Fuori dalle vulgate, e dalla comodità massimalista della storia scritta sempre e solo dai vincitori.

[****]