“Gomorra”

“Ero stato partorito a un mondo dove la dedizione d’un adolescente, buono come sua madre ,improvvido e animoso, mostruosamente timido, e ignaro d’ogni omertà che non fosse ideale era avvilente segno di scandalo, santità ridicola. Ed era destinata a farsi vizio; chè marcisce l’età la mitezza, e fa, dell’accorato dono di sè, ossessione. E se ho trovato di nuovo un’accorata purezza nell’amare il mondo, il mio non è che amore, nudo amore, senza futuro. Troppo perduto nel brusio del mondo, troppo cosparso dell’amaro di un pur triste, chapliano riso…E’ resa. Umile ebbrezza del contemplare, partecipe, sviscerato, e inattivo. Umile riscoperta d’un allegro restare degli altri uomini al male; il reale, vissuto da loro in un empire di luoghi miseri, ridenti, sulle rive di gai torrenti, sui gioghi di monti luminosi, sulle terre oppresse dall’antica fame… E’ senso della grandezza, questo senso che mi strugge sui minimi atti di ogni nostro giorno; riconoscenza per questo loro riapparire intatti a me sopravvissuto, e pieno ancora di stantio pianto” (P.P. Pasolini)

 

gomorra

 

Riemergere dalle scure, umbratili, notturne, nerissime immagini di “Gomorra” è come tornare alla luce dopo aver sperimentato una violenta immersione dentro un mare profondo di denso petrolio. Un petrolio di pasoliniana e apocalittica potenza distruttiva. Un petrolio che ammorba, ingloba, segna corpi e vite, getta cupe ombre sulle esistenze dei protagonisti e sui fotogrammi di un film che è nella sua sostanza un distillato di “cinema totale”. Una scura macchia di morte, livida e consunta, che esplode con la prepotenza di uno schiaffo davanti al nostro sguardo di spettatori. Per una volta complici, correi, testimoni del degrado, dell’annullamento dell’essere in favore del non-essere operato dalla malavita e dal “furto di futuro” ai cui essa tragicamente conduce. Parte di esso, dentro di esso,  perché “abbiamo visto” e condiviso quei pezzi di vita/cinema con i nostri occhi. Frutti malati figli di una terra malata, oppressa dai tentacoli soffocanti di una criminalità “organizzata” che poggia le sue fondamenta sordide sul denaro. Denaro pesante come il cemento, contaminato come una discarica al cadmio, prezioso quanto una partita di eroina. Soldi che girano: sempre più sporchi, sempre più imbevuti del sangue dei tantissimi giovani caduti sotto i colpi delle lotte tra clan, sempre più lividi di nera disperazione. Il perverso intreccio tra camorra ed economia è uno degli aspetti centrali del libro-inchiesta di Saviano, elemento traslato con potenza ed efficacia nel film di Garrone. Insieme allo sguardo intenso e partecipato sul rapporto che lega la Camorra ai giovani. Nella struttura policentrica scelta per dare una drammaturgia filmica alla materia letteraria del libro, emergono nitide tre diverse modalità di rapportarsi con la malavita da parte della meglio gioventù campana. Qualcuno, ancora con gli occhi di bambino, attratto dal potere auto-referenziale e identitario di una “cosa”  come la Camorra, sceglie di partecipare al gioco. Pur schierandosi dalla parte sbagliata. Qualcun altro pur di rifare il verso a Scarface, pur di rivendicare il proprio diritto alla fuga, pur di sottrarsi ad un cono d’ombra che fagocita sogni e speranze, farebbe di tutto. Soltanto qualcuno trova il coraggio di “scendere dal treno” per provare ad intraprendere un percorso diverso. Possibile e necessario. Non va meglio agli adulti, a quanti sono già irrimediabilmente impregnati dal male. Le cicatrici, le menomazioni, le deformità dei loro corpi sono specchio di un danno esistenziale che ha giù avuto il tempo di trasformarsi in carne. Materico ed inestirpabile cancro.

 

 

 

Era un’impresa ardua tentare di far collimare due sguardi, due percezioni del reale, due sensibilità forti come quelle di Roberto Saviano e Matteo Garrone. Operazione rischiosa, difficilissima, persino pericolosa: una scommessa vinta. Le pagine di incandescente potenza di Saviano hanno trovato nel personalissimo stile visivo di un regista come Garrone una forma di complementarietà che rende “Gomorra” uno dei film italiani più decisivi e importanti del nostro cinema recente. Particolarmente azzeccate due fondamentali scelte di “realismo”: un numero considerevole di attori non professionisti e  l’uso estensivo del dialetto. Due elementi che consentono a “Gomorra” di respirare vita a pieni polmoni e di “restituirci” quella stessa vita attraverso la dirompente potenza del cinema. Un realismo comunque rielaborato da Garrone attraverso le lenti di uno sguardo mai banale, mai scontato, sempre sottilmente eversivo, sempre attento a catturare immagini di tellurica portata evocativa. Grandissimo uso dei primissimi piani: la macchina da presa scandaglia i volti dei protagonisti come fossero mappe attraverso cui ricostruire percorsi esistenziali deviati. Alcuni rivelatori, straordinari campi lunghi e lunghissimi ad abbracciare paesaggi e non-luoghi impoveriti, scarnificati, erosi dalla presenza invisibile dallo spettro della violenza. Magistrale uso del fuori-fuoco, a rimarcare distanze e annullamenti, presenze ed assenze. Come solo il grandissimo Cinema sa fare. Attraverso il suo sguardo, tangenziale e illuminante, sulle realtà delle cose.

 

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NOTA: Una piccola ma importante segnalazione in coda che mi fa davvero piacere fare. Qui , su un blog a cui collabora anche Roberto Saviano, è comparsa una bellissima recensione su questo film scritta da una persona a cui, qui a Cinedrome, vogliamo particolarmente bene. Leggetela con attenzione.