“A Dangerous Method”


 

In molti lo abbiamo visto a Venezia da un mese ma pochi hanno saputo tradurre, in tempi rapidi, le  impressioni scaturite dalla visione in qualcosa che somigliasse ad una riflessione compiuta. Quasi che per l’ultimo film di David Cronenberg, “A Dangerous Method”, fosse necessario una specie di extra-time di meditazione, una fase di latenza indispensabile per lasciare sedimentare il denso testo del film nella pagina del nostro vissuto di spettatori. “A Dangerous Method” è un film fortemente costruito sull’elemento della parola scritta. La grafia, il grafema, veicolo di comunicazione essenziale nello scambio epistolare che annoda Jung, Freud e Sabina Spielrein nel crash alla base del film, è uno degli oggetti filmici ricostruiti da Cronenberg con maggiore cura storiografica. Basti pensare che lo scrittoio su cui ha poggiato i gomiti Viggo Mortensen durante le riprese è lo scrittoio realmente appartenuto a Sigmund Freud, e che la riproduzione nei minimi dettagli dello studio del padre della psicanalisi ha tenuto occupata la troupe in una maniacale opera di ricostruzione d’ambiente. L’ultimo capitolo dell’opus cronenberghiano rischia di apparire, ad una prima frettolosa lettura, una variazione senile del Cronenberg in costume di “M. Butterfly”: un gelido esercizio di calligrafia e ricostruzione storica, talmente essenziale e classico nel suo linguaggio da poter risultare molto deludente agli occhi dei fan del Cronenberg più estremo e sperimentale. In realtà, sotto la superficie di glaciale e plastica messa in scena di “A Dangerous Method”, cesellata da una regia che sembra silenziare totalmente la detonazione di “metodi” raccontata, si nasconde una ragnatela fittissima di reazioni e relazioni disegnate all’interno del triangolo tra i tre personaggi principali. Nella parte finale del film e nel cartello testuale conclusivo emerge nettamente il punto di vista di Cronenberg su chi, nel match tra i due personaggi-poli che si combatte nel film, esca vincitore: Carl Gustav Jung. Passando attraverso una prima fase di innamoramento intellettuale e di idolatria, lungo il binario più interessante (e credo fondamentale) del film, il personaggio di Jung compie un vero e proprio percorso di uccisione del “padre”, individuabile in Freud. Emblematica la caduta del medico viennese dopo uno degli ultimi scontri verbali tra i due, e di certo importante il dato che tale processo di progressivo smarcamento subisca una accelerazione dopo che Freud palesa il suo ruolo di figura paterna castrante nel momento in cui rifiuta di raccontare a Jung il contenuto di un suo sogno. Quella autorità che Freud teme di perdere nei confronti del suo figlio putativo verrà messa in discussione, prepotentemente, da Jung toccando uno snodo fondamentale delle teorie psicanalitiche freudiane: il ricondurre ogni disturbo psichico alla sfera sessuale. A questo proposito è singolare che Cronenberg, da sempre attanagliato nelle sue visioni dallo spasmo della sessuofobia, torni ancora una volta su questo terreno, e scelga il personaggio di Jung come una sorta di suo sodale alter-ego, palese feticcio di solidarizzazione e legittimazione scientifica alle sue ossessioni sulla riproduzione e sul contagio. Non tutto può essere ricondotto all’eros, e, tra la paura e il pudore, Cronenberg sceglie questo approccio anche nelle scelte registiche, lasciando fuori campo l’amplesso tra Jung e Sabina Spielrein e ogni altra traccia di potenziale erotico. E’ tuttavia proprio il personaggio di Sabina Spielrein, prima paziente di Freud poi amante e assistente medico di Jung,  a rendere possibile questo decisivo ribaltamento. Nel suo personaggio, interpretato con parecchi eccessi da una discutibile Keira Knightley, si sintetizza il contrasto tra due diverse metodiche cliniche e teorie della personalità, e il generarsi, per mezzo di una corrente che attraversa e trasforma la Spielrein, di una possibilità nuova, che sulla base delle prime esperienze psicanalitiche di Freud, permette a Jung di elaborare un sistema nuovo e “integrato” di psicologia clinica. Il contatto, questa volta tutto mentale, ancora una volta partorisce una mutazione. Come con “Spider” e “A History of Violence”, siamo nella sfera dell’invisibile, ma i demoni sotto la pelle che scorrono nel corpo dei film di David Cronenberg non hanno smesso di attraversare lo schermo per violare la nostra fragile condizione di viaggiatori dentro il transfert della sala buia.
 
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