“O Gebo e a sombra”

Alla veneranda età di 104 anni non si può certo dire che un cineasta come Manoel de Oliveira, con alle spalle una carriera iniziata nel 1931 e più di 60 film, abbia qualcosa da dimostrare a qualcuno. Sempre coerente con la sua idea di cinema, de Oliveira ha rappresentato per decenni l’emblema di un cinema europeo resistenziale, che si oppone con tenace costanza ad ogni compromesso linguistico, ad ogni tentativo di ingerenza altra rispetto allo sguardo e alla sensibilità del suo autore. Un cinema di parole, di voci spesso fuori campo, di quadri che raggelano l’inquadratura in attimi di prolungata sospensione. Cinema che qualcuno ha definito “da camera”, perché predilige gli spazi chiusi, l’intimità della esecuzione raccolta, il piacere del racconto e della narrazione che si dona a pochi, la sobrietà assoluta della messa in scena.

“O Gebo e a sombra”, presentato fuori concorso a Venezia, ha l’apparenza e la sostanza di una lirica riflessione sull’approssimarsi della fine. Tratto dalla omonima piece teatrale del 1923 di Raul Brandao, è un film interamente modellato sui volti di alcune autentiche icone del cinema europeo, che de Oliveira, attento cantore della pluralità di lingue e di popoli che abitano il vecchio continente (basti pensare alla polifonia di  “Un film parlato”), sceglie di raccogliere intorno ad una tazza di caffè. Michael Lonsdale è un vecchio contabile, placido e abitudinario, che vive nella miseria per non aver mai abdicato al dovere primario dell’onestà. Custodisce un segreto, ed è pronto a tenerlo dentro di sé fino alla morte pur di non ferire sua moglie Doroteia, una splendida Claudia Cardinale. Mentre fuori infuria la tempesta giungono in casa le visite di un amico di famiglia (Luis Miguel Cintra, presenza costante del cinema del maestro portoghese) e della nuora (una ironica, magnificamente effimera Jeanne Moreau). Alla porta busseranno anche le ombre dei ricordi cancellati, rimossi per non spegnere il bagliore fragile dell’illusione. L’ultima fatica del grande vegliardo del cinema mondiale è una meditazione laica, lucida ed essenziale, sulla estrema fragilità della condizione umana dinanzi all’abisso della dissoluzione. “Il cinema non è facile perché la vita è complessa”, scriveva de Oliveira in una sua poesia scritta in gioventù. Lui non si è ancora stancato di ricordarcelo.

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Pubblicato anche su I-filmsonline

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