“Be kind rewind”

Rewind. Riavvolgete il nastro della memoria. Se non volete scoprirvi anonime creature digitali senza passato. Una vecchia VHS vi salverà, permettendovi di ri-cor-dare (nel senso di “ri-dare al cuore”) ciò che è necessario. Un nastro quindi, un vecchio e logoro nastro. Non un disco: perché un disco non lo puoi certo riavvolgere. Il nostro passato appartiene a noi, e solo a noi. E soltanto conoscendo la nostra storia (e ri-conoscendo in essa il nostro vissuto) si può scoprire davvero chi siamo e dove vogliamo andare. Poco importa se quella storia alla fine si dimostra essere soltanto “una storia”. L’importante è che quella storia ci appartenga, ci permetta di identificarci in essa e ci faccia sentire parte di un “tutto” più grande. E proprio la leggenda, il sogno, la mitopoiesi (in altre parole il cinema) hanno questo potere. Un potere taumaturgico e aggregante, una magia difficile da spiegare, una forza che muove e commuove. Una specie di miracolo.

 

Reverse. Non fermatevi mai alla facciata. Ogni recto ha il suo verso: leggeteli entrambi. Perchè non è detto che il lato nascosto della medaglia non possa rivelarsi il più interessante, o il più divertente. Un banalissimo “Keep Jerry Out” letto specularmente può diventare tutt’altro, magari una rivelazione importante su un passato rimosso o mai definitivamente chiarito. Magari lo spunto per un viaggio di fantasia di cui non sapevamo di avere il biglietto a portata di mano. Così come un effetto “negativo” della macchina da presa può artigianalmente diventare cosa molto molto positiva e tornare utile per girare sequenze in “effetto notte”. Il risultato non sarà perfetto, ma la perfezione lo sappiamo non si addice di certo all’arte. Quella è roba per ragionieri. Anche uno schermo bianco può avere il suo verso, e diventare così proiezione diffusa, cemento all’interno di una comunità che su (e dentro, e oltre) quello schermo si riconosce, anello di congiunzione tra persone che condividono la stessa passione. E lo stesso amore.

 

Recut. Rieditate il film della vostra vita. Se è vero che il nostro passato appartiene a noi e soltanto a noi, allora solo e soltanto a noi è concesso il privilegio di cambiarlo se lo vogliamo. Ogni film vive (o meglio ri-vive) nella nostra memoria infinite volte. Ghezzianamente ogni film, una volta interiorizzato dal nostro sub-conscio, può diventare mille altre cose diverse, trasformandosi in mille altri film, spalancando mille altre porte all’immaginazione. Rimettere in scena quel film secondo il nostro sentire, preziosissimo proprio perché “di nessun altro”, equivale a riappropriarci di parti di noi stessi che non immaginavamo neanche di avere. Equivale a rivendicare, con forza, il diritto ad avere un sogno per cui vale la pena vivere. E vivere insieme. A dispetto delle troppe forze disgreganti che tendono ad annullare, mercificare, omologare il nostro modo di vedere la vita (e il cinema, suo specchio fedele). Osservate per un attimo il mondo attraverso le lenti colorate di Micheal Gondry: è davvero il posto ideale per provare ad essere felici.

 

Una piccola perla. Illuminata da un fantastico Danny Glover. E dalla meravigliosa, unica, straordinaria Mia Farrow, più naif che mai, in un ruolo che mi è sembrato anche un affettuosissimo omaggio alla sua indimenticabile “Rosa Purpurea” alleniana. Notevole anche la ripresa in chiave goliardico-ludico-dilettantesca di un cultissimo come “Ghostbusters”: cultissimo che a sorpresa si materializzerà sul serio dentro il film grazie alla presenza ectoplasmica e inquietante di una marmorea Sigourney Weaver. Colonna sonora da brivido, perfettamente intonata all’atmosfera anarchica e vintage in cui respira tutto il film. Splendido finale, sulle note immense di “Swing low, Sweet Chariot” e sulla voce di Fats Waller.

Cinema che fa bene all’anima. Provate a dimostrarmi il contrario.

 

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“L’arte del sogno”

Casualità sincronizzate parallele. E’ quello che è capitato al sottoscritto e al carissimo amico blogger Honeyboy, quando ci siamo ritrovati a scegliere praticamente “in sincrono” lo stesso film. La scelta, tra centinaia di film possibili, è caduta per entrambi su “L’arte del sogno”, un film che curiosamente parla proprio di “Casualità sincronizzate parallele”! Quando la realtà supera l’immaginazione, è il caso di dire… Abbiamo deciso di farne una recensione gemellata  per celebrare il singolare evento e (soprattutto) per cementare una bella amicizia tra cineblogger. Buone letture!

Se potessimo “comunicare” attraverso il sogno, in presa diretta sull’inconscio, cosa racconteremmo? E come racconteremmo quel qualcosa? Con immagini? Con suoni? Con parole? O forse attraverso il nostro modo di vivere, di amare, di relazionarci con le persone? Il sogno. Deterministico parto di flussi elettrici che regolano la funzione cerebrale lungo assoni e bottoni sinaptici: certamente. Confluenza disorganica di stimoli e percezioni mutuate dalla giornata appena trascorsa: accertato scientificamente anche questo. Escamotage per resettare efficacemente le coordinate encefaliche spazio-temporali e rendere il cervello pronto ad immagazzinare i dati di altro vissuto: lo sostengono i neurofisiologi. Calderone ribollente in cui si annidano le più recondite pulsioni e i più profondi enigmi della psiche umana: lo diceva Freud. Soltanto questo? Assolutamente no. Nel sogno c’è un potenziale enorme e dirompente di materia creativa, c’è la vitalità dell’immaginazione espressa all’ennesima potenza, c’è l’assenza del limite e il superamento del codice, c’è la dolce e sfrenata anarchia di un ordine impossibile (quindi definitivamente esploso). Lo sapevano bene i surrealisti, lo sapeva Dalì, lo ha riaffermato Lynch. Ora tocca a Micheal Gondry fare la sua parte: il sogno, in sintesi, è materia rivoluzionaria. Ed il cinema stesso è l’arte del sogno.

Stephane sa benissimo come “maneggiare” i sogni, e come trarne “vita”. E’ maestro in quest’arte. La sua è una mente che somiglia ad una frenetica cabina di regia: sempre pronta a zoomare, tagliare, montare e rimontare la pellicola delle percezioni per farne “creazioni” ex-novo. Genio polimorfo, Stephane scrive romanzi (romanzi noir), compone sonate per pianoforte (romantiche), disegna illustrazioni per ricordare i grandi cataclismi della storia umana (“disastrologia”) e inventa bizzarre macchine che trasportano indietro/avanti nel tempo di un solo secondo. Stephane vive dentro di sé la più incredibile delle esperienze, e questo fin da piccolo: evidentemente per padroneggiare l’arte del sogno bisogna in qualche modo essere “speciali” sin dalla nascita. La meschina dimensione della quotidianità (grigia, monotona, triste) è quella che è anche per Stephane, e può trasformarsi persino in un incubo/prigione quando la persona che ami ti respinge, o quando ti accorgi che la vita stessa ti respinge. Buio, sconforto, lacrime: sono gli unici compagni di viaggio in simili momenti di dispersione e disorientamento. In simili asperità c’è però un’ultima, decisiva possibilità per tornare a sognare, o perlomeno per provare a farlo: accorgersi che non si è poi tanto soli, che proprio dove meno te lo aspetti puoi scoprire qualcuno “simile” a te (e che quindi la stirpe dei sognatori non si è ancora del tutto estinta dalla faccia della terra), magari proprio nella persona che ami. Ritrovare nell’altro un po’ di sé stesso può riaccendere la miccia bagnata della creatività. E quello che succede alla coppia di romantici sognatori del film, Stephane e Stephanie (a proposito, nomi stupendi). Partiranno per una meravigliosa crociera a bordo di una nave di cartone. Con un cavallo di pezza come destriero.

Gondry ricostruisce un universo onirico policromo, rutilante, simpaticamente strampalato e naif. Lo fa anche grazie ad un uso veramente originale degli effetti speciali. Ne emerge uno stile visivo particolarissimo (tra Terry Gilliam e Tim Burton), patchwork morbido e colorato di suggestioni e dissonanze. Film dolce e divertente, stralunato ed eclettico. “L’arte del sogno” ci ricorda (mi ricorda) una verità fondamentale: sognare è come respirare, un bisogno fisiologico. Quando non sogniamo rischiamo di mandare il cervello in ipossia, limitandoci a vivere in apnea.