“Road to nowhere”

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Il cinema è una “arte” che si può insegnare? Monte Hellman crede di sì, almeno per quanto concerne gli aspetti tecnici del film-making. Werner Herzog nei suoi seminari itineranti della “Rogue Scholl” sosterrà che per fare cinema bisogna imparare a falsificare documenti e vi insegnerà a scassinare automobili, ma quella di Monte Hellman è un’altra storia. Hellman, cresciuto a bottega da Roger Corman, è stato regista e sceneggiatore di pellicole low-budget di culto assoluto (“Strada a doppia corsia”, il dittico nicholsoniano “La sparatoria”/”Le colline blu”, “Cockfighter”, “Amore, piombo e furore”, “Iguana”), montatore (“Killer Elite” per Sam Peckinpah, “I selvaggi” per Roger Corman), produttore (“Le iene”). Il grande vecchio del cinema indipendente americano, l’uomo a cui si deve la scoperta e la valorizzazione del talento di uno come Quentin Tarantino, da qualche anno insegna regia al California Institute of Arts. Il suo ultimo film, “Road to nowhere”, folgorante ritorno dietro la macchina da presa alla bella età di 78 anni (e dopo un lungo periodo di assenza) presentato in concorso a Venezia, è il saggio perfetto in forma di film che Hellman dirige per (e con) i suoi studenti. Il nowhere del titolo non poteva che essere il cinema stesso: metacinema esponenzialmente moltiplicato fino a sovrapporre infinite campiture di senso e di segno (opposto). I dualismi vita/morte, reale/fictionale, persona/personaggio, vero/falso nella complessa architettura di questo film sono tuttavia composti all’interno di un quadro visivo per nulla nebuloso, che per contrasto dipinge con limpida nettezza i contorni di una vicenda dalla trama decisamente complessa. A dominare, ancora una volta, è la staticità quasi glaciale della macchina da presa, supportata dalla splendida fotografia di Josep M. Civit. Siamo lontanissimi dal sovraeccitato onirismo visivo di David Lynch, che pure in “Mulholland drive” aveva descritto una parabola simile, di osmosi tra filmante e filmato e di (con)fusione di livelli narrativi celluloidei. Siamo, semmai, per stessa ammissione di Hellman dalle parti della “Vertigo” hitchcockiana, algido e labirintico gioco di rifrazioni di femmes fatale, lapidi e sequoie fuori fuoco. Con totale e rinnovata, arditissima coerenza rispetto ai canoni di tutto il suo cinema, Hellman ancora una volta ha messo in scena un affascinante road-movie dello spirito, in cui il protagonista (non a caso un giovane regista al suo primo film) si consegna in ostaggio all’oggetto della sua elaborazione artistica. Il cinema, ci ricorda il grande saggio Monte, può essere un’arma molto pericolosa. Soprattutto se siamo disposti a lasciarci sedurre dal suo falso movimento.

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Two-Lane Road/ Monte Hellman e Vincent Gallo a Venezia

Due oggetti volanti non identificati stanno per planare sulla 67esima mostra del Cinema di Venezia. Uno è sicuramente l’attesa terza fatica dietro la macchina da presa di Vincent Gallo, dopo il grande esordio di “Buffalo 66” e il passaggio in sordina di “The Brown Bunny”. Da uno come Gallo è lecito attendersi di tutto. Staremo a vedere. E’ a dir poco curiosa, poi, la coincidenza che in concorso quest’anno a Venezia ci sia anche uno dei nomi a cui Vincent Gallo tributa il suo personale ringraziamento nei titoli di coda del suo film d’esordio: Monte Hellman. Di lui sembrava essersi smarrita ogni traccia, dopo qualche passo incerto compiuto negli anni ’80, la decisiva operazione di patronato per “Le Iene” di Tarantino, e stralci di una misteriosissima filmografia che negli anni a cavallo tra il 1960 e il 1974 ha conosciuto il suo zenit. Uscito dalla bottega cormaniana e battezzato alla regia con l’insolito fanta-thriller montano a bassissimo costo “The beast from the haunted cave”, Hellman ha conosciuto una seppur minoritaria fortuna da outsider grazie ad un nucleo fondante di tre film, costituito dal dittico western esistenzialista e nicholsoniano “La sparatoria”/”Le colline blu” e, ancor più, da “Strada a doppia corsia”, entrato insieme ad “Easy rider” nell’immaginario collettivo cinematografico legato all’America dei road movie e della contestazione. Se i due western, nella loro rarefatta silenziosità, sono retti dalla magnifica performance di un giovane Jack Nicholson, in “Two-lane blacktop”, accanto ad un James Taylor nell’insolito ruolo di attore protagonista, brilla il grandissimo Warren Oates. Il sodalizio Oates-Hellman, nato con un piccolo ruolo in “The shooting”, sarebbe continuato e avrebbe dopo qualche anno prodotto forse il film più interessante e misconosciuto all’interno della semi-clandestina produzione del regista. Nel crepuscolare e bellissimo “Cockfighter”, girato nel 1974 e mai proiettato in Italia, Oates è uno sconfitto personal trainer di galli da combattimento, malinconico e ammutolito da un bizzarro voto di fedeltà alla battaglia. Un perdente che, come in “Strada a doppia corsia”, abita i territori della solitudine e frequenta i margini della legalità. In “Road to nowhere”, in concorso a Venezia quest’anno, Hellman ci racconterà la storia di un giovane cineasta che durante le riprese del suo film viene coinvolto in un crimine. Come dire: buon sangue non mente, mai.

[Monte Hellman: American Stranger]

“Le colline blu”/”La sparatoria”

  

Curioso il "caso" cinematografico di uno come Monte Hellman. Nato nella gloriosa bottega degli orrori Corman, si fa le ossa curando la regia di frammenti ed "extensions" cinematografiche leoniane, per approdare in tempi recenti alla benevola protezione/produzione di Quentin Tarantino. In mezzo una manciata di film che costituiscono una delle filmografie più bizzarre di tutta la storia del cinema. Al centro di questo wild bunch di pellicole un dittico di western atipici come pochi altri. “Le colline blu” e “La sparatoria” sono (abbastanza incredibilmente, e palesemente) due facce di un unico LP cinematografico. Quasi un “lato A” e un “lato B”. Uniti dalla presenza in entrambi i film di Jack Nicholson (in entrambi i  film anche produttore, nonchè sceneggiatore del primo) e di Millie Perkins, sono stati girati praticamente in contemporanea nel 1965 utilizzando lo stesso cast, le stesse location (Utah), gli stessi soldi (pochissimi, visto l’addestramento al risparmio che Hellman aveva fatto suo durante il tirocinio cormaniano). Ed effettivamente ci sono davvero le stesse nuvole, nei due film. Esattamente le stesse. Gli stessi paesaggi inariditi dal sole, le stesse rocce dalle forme assurde, lo stesso cielo limpido e lo stesso sole vivido e minaccioso.

vlcsnap-88273.png picture by pickpocket83

Se  "Le colline blu" è, pur nella sua asciuttezza bressoniana (cifra stilistica di entrambi i film), un western più convenzionale e narrativamente irrisolto sul tema della giustizia e della colpa, "La sparatoria" (girato in contemporanea al primo, ma distribuito diversi mesi più tardi) rappresenta una delle visioni del west più anti-spettacolari e spiazzanti mai apparse sul grande schermo. Sospeso in una specie di densa apnea beckettiana, teatralissimo nella sua messa in scena asettica e scarnificata, lentissimo nell’andamento, letteralmente eroso da numerosi buchi narrativi evidenziati da tagli di montaggio decisamente spregiudicati. L’assenza di senso (e di direzione) nel lungo e reciproco inseguirsi dei personaggi in pieno deserto (un sempre affidabile Warren Oates, un grandissimo Jack Nicholson, una sfuggente Millie Perkins) rende quasi questo film un western dal vago sentore Lynchano. Lettura allucinata del teatro dell’assurdo, delle pagine kafkiane e pirandelliane, del crollo del mito della frontiera elaborata da un cineasta che con ostinata convinzione ha sempre cercato la sua strada. Anche a costo di smarrirsi nel deserto. Senz’acqua e senza una lira bucata.

[Qui, sul Muro del Pianto, due parole sulle edizioni italiane in DVD dei film. Nella foto la reazione di Monte Hellman alla visione dei DVD suddetti.]