“Invictus”

Non è affatto semplice riuscire a gestire emotivamente una delusione. Specie se a dartela è qualcuno verso cui nutri una ammirazione sconfinata. “Invictus” è una delusione. Dal regista di alcuni tra i più grandi capolavori del cinema degli ultimi anni è lecito aspettarsi molto di più di un film come questo. Nobilissimo negli intenti e forte nei contenuti, senza dubbio meritevoli di una ribalta planetaria, ma fiacchissimo sotto molti altri aspetti. A cominciare dalla sceneggiatura, piatta e placidamente adagiata sul politicamente corretto, prevedibile e scontata. Senza guizzi. Come senza guizzi e senza nessuna ambizione è la regia del nostro amato Clint. E’ possibile, forse (ipotizzo), che la forza e l’importanza della vicenda narrata abbiano indotto Clint a girare un film con il freno a mano tirato, proprio per lasciare maggiore campo possibile alla storia. Ne è venuto fuori un film che può seriamente ambire a qualche statuetta (Morgan Freeman nel ruolo di Nelson Mandela, in primis) ma che non somiglia nemmeno lontanamente ai capolavori a cui Clint ci ha abituati negli ultimi anni. Ci aveva abituati troppo bene, nonno Clint. “Invictus” si può inserire nel corposo filone di film che hanno trattato la tematica dello sport come arma di riscatto e di conquista civile, dal leggendario “Fuga per la vittoria” ad “Alì”. E’ deficitario però anche e soprattutto nelle sequenze di gioco, che Clint Eastwood prova a girare come Oliver Stone senza essere Oliver Stone. Siamo già in attesa di “Hereafter”, attualmente in post-produzione. Uscita prevista per il Dicembre 2010. A supernatural thriller centered on three people — a blue-collar American, a French journalist and a London school boy — who are touched by death in different ways. Sarà sicuramente un grande ritorno.

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