“Habemus Papam”

Non fa film per raccontare l’Italia, ma per raccontarci le storie che sente l’urgenza di portare sullo schermo. Non è però improbabile che le due cose possano insistere dentro lo stesso perimetro di celluloide. Nanni Moretti ci ha abituati a lunghissime attese, rese sapide dall’ormai proverbiale assoluto riserbo che circonda tutte le lavorazioni dei suoi film. Nel panorama sempre più asfittico della produzione italiana degli ultimi anni il cinema di Moretti ha saputo inaugurare un percorso di progressivo allargamento a tematiche ed orizzonti nuovi, ed altri rispetto al “morettismo” della prima ora. La filmografia di Nanni Moretti con “La stanza del figlio” ha conosciuto una netta cesura. Il momento del lutto, della separazione, consustanziale a quel film sembra aver sancito la fine di un lungo capitolo di cinema morettiano familiare, intimo, autarchico. Nel 2006 con “Il Caimano”, scritto insieme ad una coppia di nuovi sceneggiatori (Francesco Piccolo e Federica Pontremoli) Moretti ha cominciato ad alzare il tiro allargando il suo campo di osservazione, spinto forse anche da una rinnovata volontà di impegno civile. Dopo “Il Caimano”, a proseguire un ideale dittico sulla rappresentazione del potere è giunto, da pochi giorni nelle sale italiane e a Maggio in concorso a Cannes, l’attesissimo “Habemus Papam”. L’ultimo film di Nanni Moretti è un film sulla fede (o meglio, sulle difficoltà della fede) ma è soprattutto un film che specularmente rispetto al suo immediato predecessore sviluppa, in modo radicale come pochi altri film nella storia del cinema, un acutissimo discorso sulla rappresentazione del potere. In rapporto dialogico con il protagonista del Caimano, un cineasta che persegue l’ambizioso obiettivo di rappresentare dentro un film la vicenda dell’uomo più potente degli ultimi 20 anni di storia della Repubblica, lo straordinario personaggio protagonista di “Habemus Papam”, un Papa senza nome (coacervo di caratteristiche mutuate da almeno 3 o 4 pontefici storicamente esistiti) interpretato da Michel Piccoli, fugge dall’investitura che vuole fare di lui uno degli uomini più potenti della terra.

La detonante carica espressiva del film, sostenuta dalla magnifica interpretazione di Michel Piccoli e giocata sul palleggio tra due opposti spaesamenti (quello di un Papa anonimo pellegrino per le strade di Roma e quello di uno psicanalista ateo sequestrato dentro le mura vaticane) si palesa in diversi momenti di grande cinema, ed esplode dentro un finale nitidissimo, e di estrema durezza. Per cominciare a fare in modo che “tutto cambi”, come canta Mercedes Sosa, occorre che qualcuno, in alto, cominci per primo a fare un passo indietro. Per porre le basi di un rinnovamento è necessario che chi è guida scopra nelle sue fragilità umane la necessità di essere guidato. Nella Chiesa del terzo millennio, ormai tragicomicamente fuori dalla realtà (la palla prigioniera che non esiste più da cinquant’anni) e del tutto incapace nelle sue alte gerarchie di innescare la minima scintilla di rinnovamento, e non solo. Nel mirino di Moretti finisce anche la beneamata psicoanalisi, ridotta a prevedibile canovaccio di formule vuoti ed inutili. In opposizione al vagabondare senza certezze di un Papa smarrito, a sorreggere la visione del mondo dell’Apicella che fu, venute meno anche le sovrastrutture ideologiche di un tempo, non rimane che la rete (e la certezza, sebbene disperata) dell’afinalismo darwiniano, che fa del caso e dell’adattamento le regole della selezione naturale. Una selezione benedetta, che nel caso del Sommo Pontefice si rivelerà foriera di quell’ “errore” indispensabile e decisivo nel rivelare la natura teatrale e fittizia di una solenne messa in scena. E’ singolare che a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro siano usciti nelle sale italiane due film che, sebbene diversissimi, condividono molte similitudini e buona parte dello sviluppo narrativo come “Il discorso del re” e “Habemus Papam”. Entrambi i film raccontano di un potere in profonda crisi identitaria. Entrambi introducono l’elemento di un sostegno psichico neutrale rispetto ai ruoli istituzionali pubblici come unica valida possibilità terapeutica. Entrambi esplorano zone d’ombra e punti di rottura dentro interpreti costretti dagli eventi a recitare il ruolo di potenti della terra. Entrambi, curiosamente, culminano in un discorso “urbi et orbi”. La totale divergenza dei due film sta tutta nelle conclusioni e nelle conseguenze di quei messaggi, tanto storicamente risolte e pacificate nel film di Tom Hooper, quanto lacerate dal dubbio e dalla vertigine dell’assenza in quello di Moretti. Una brezza di plumbea sospensione aleggia sui tendaggi del balcone affacciato su una piazza San Pietro gremita e disorientata. Il palco è vuoto, la messa (in scena) è finita e dietro le quinte non c’è nessun re nudo da nascondere.

[**** 1/2]

Pubblicato anche su Paper Street

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“La cosa”

LA COSA"La cosa" è un documentario che Nanni Moretti girò, con grande tempismo ed intuizione, nel 1989 per Rai Tre. Da non confondersi con lo sci-fi carpenteriano, con il quale pure sarebbe interessante trovare qualche simpatica analogia. Si tratta di 59 interessantissimi minuti girati all’interno di 10 storiche sezioni dell’allora P.C.I. sparse lungo lo stivale: da Mirafiori al Testaccio, da Bologna a Napoli. La cinepresa è fissa, riprende soltanto l’oratore, e i tagli sono estremamente discreti: la presenza dell’autore risulta quindi quasi del tutto annullata. Fu un’operazione (cinematografica, storica, politica, sociologica e antropologica) senza precedenti, anche e soprattutto perchè documentò in modo schietto, limpido, diretto una importantissima fase di passaggio (o meglio di rottura) nell’ambito della sinistra italiana: il momento della nascita della "cosa" (in una espressione coniata da Achille Occhetto), ovvero del partito che sarebbe di lì a poco sorto sulle ceneri del P.C.I. In tempi in cui si prepara la possibile nascita del costruendo "Partito democratico", è ridiventato, a mio avviso, un film attualissimo. Allora come oggi, quello che emerge tra le righe è un diffuso senso di sfiducia, vivo anche nell’elettorato storicamente di sinistra, difronte ad una classe politica e a dei partiti sempre più lontani dalla gente comune. Accanto a ciò c’è la solenne e mitizzata rivendicazione di un certo passato con il quale, sebbene contraddistinto spesso da errori ed orrori palesi, si fa molta fatica a fare i conti. Mi pare che siano due atteggiamenti, due sentimenti ancora oggi ben radicati nell’elettorato di sinistra. E poi ci sono la preoccupazione e il disorientamento, anche quelli sentitissimi oggi come allora, difronte alla nascita di un nuovo soggetto politico, i cui contorni e le cui caratteristiche "da ridefinire" implicano necessariamente un salto, un cambiamento radicale, una metamorfosi profonda. Oggi come allora. 20 anni sebrano non essere passati.

Voto personale: 8

“Il Caimano”

caimano"Il Caimano" morettiano è stato il mio film di Pasqua, totalmente fuori sincrono rispetto alle uova di cioccolata e alle colombe glassate. Comunque una gradita sorpresa (nell’uovo). Film maturo, equilibrato, acuto, con "La stanza del figlio" e l’insuperato "Caro Diario" uno degli esiti più alti del Moretti regista. Non è un film su Berlusconi, ma un film sulla possibilità/necessità/urgenza/inutilità di girare un film su Berlusconi. Ancora cinema nel cinema, quindi, ancora meta-cinema, con un occhio a Fellini e uno oltralpe. Un film complesso e polifonico su cui domina la stupenda prova di recitazione offerta da Silvio Orlando. C’è poi tanta gente di cinema nel film di Moretti: Giuliano Montaldo, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Michele Placido, Tatti Sanguineti e molti altri. Ovviamente il tema centrale del film (le profonde e sotterranee intelaiature che collegano la nostra vita privata alla vita politica del paese in cui viviamo) è di quelli che dividono, che smuovono le coscienze civili (ammesso che ve ne sia rimasta traccia) degli spettatori, che richiedono una netta scelta di campo. E proprio in un’epoca come la nostra, abbacinata e stordita da un overdose di superficialità e pressappochismo, film come questi, film che vanno al cuore delle questioni, stanno diventando sempre più rari. Allora ben venga il "Caimano", film capace di mobilitare eletti ed elettori, di accendere un dibattito serio sul triste quadro della politica italiana, tanto da far sorgere preoccupazioni (a destra come a sinistra) sulla sua capacità di "spostare voti" a ridosso delle scorse elezioni politiche. Ma c’è dell’altro. Tra le righe del film è possibile scorgere una certa ammirata (e sentita, nonchè sorprendente) nostalgia per un altro tipo di cinema: il cosiddetto cinema italiano "di genere", volgarmente etichettato come cinema di serie B. Lontanissimo dalla impegnata e un po’ tronfia "politica degli autori", quel tipo di cinema, che ha fatto per anni della artigianalità (sul piano della produzione) e del disimpegno (sul piano dei contenuti) la sua bandiera, dopo essere stato ingiustamente bollato come fascista, vede oggi una meritata riscoperta. E’ cinema che può dire ancora parecchio. "Il Caimano", nel suo cangiante trasformismo, è anche questo.

Voto personale: 8+