Dimenticare Venezia /Palinsesto estivo

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Buffalo 66 – Fratelli – The Brown Bunny – King of New York 

Cockfighter – Iguana – Beast from Haunted Cave – Two-Lane Blacktop 

Red Cliff – The Killer – Bullet in the head – Bullet Ballet 

Grindhouse: Planet Terror – Four Rooms – From Dusk till dawn

Double Beat Takeshi

In attesa del ritorno in laguna del grande “Beat” Takeshi Kitano con il suo “Achille e la tartaruga” una essenziale rispolverata a due suoi piccoli (grandi) capolavori scolpiti in immobilità e silenzi, intrecciati tra loro dal filo conduttore comune del mare. Abisso di solitudini e di morte, luogo di autodistruzione e palingenesi. “Il silenzio sul mare” è appunto la pellicola che per prima ha fatto conoscere lo straordinario talento visivo di Kitano al pubblico dei Festival internazionali. Opera di rarefatta bellezza, racconta un’assenza di comunicazione verbale in grado di caricare di senso e di necessità ogni gesto e ogni sguardo. Azione sublimata attraverso la bressoniana fissità dell’immagine in puro distillato di emozione. La stessa compostezza, la stessa delicatezza di tocco quasi naif si ritrova, insanguinata da improvvisi scoppi di brutale violenza ed erosa da un cupo senso di morte, in “Sonatine”. Uno dei migliori gangster movie del cinema di tutti i tempi, in bilico sullo stretto cordone che separa la tragedia dalla commedia come molta parte del cinema di questo cineasta. Una inesorabile, composta marcia di avvicinamento alla morte, non priva di momenti di spiazzante humor nero e impreziosita da alcune geniali “Kitanate”. Forse in questi due film (e nei di poco successivi “Hana-Bi” e “L’estate di Kikujiro”) l’apice di una filmografia che a detta di molti negli ultimi tempi sembra essersi un pochino persa per strada alla ricerca di nuove vie. Noi comunque da queste parti siamo fiduciosi: un paradosso di Zenone in salsa Beat difficilmente potrà lasciarci indifferenti. Ne siamo certi. Con tale fervida speranza nel cuore “Cinedrome” si ferma per una settimana. Settimana lagunare e con tutta probabilità intensamente cinefila. Non promettiamo aggiornamenti in tempo reale circa le cronache festivaliere, per i quali invece rimando i lettori di Cinedrome interessati qui e qui. La redazione di questo blog sarà a tutti gli effetti in vacanza per almeno sette giorni, ma al ritorno di certo ci sarà tempo e modo per lanciarsi in appassionate riflessioni circa la selezione lagunare. “Estote parati”. Saluti, e ci rivediamo a Settembre.

Masters of light/ IV

Gabriel Figueroa

  • Que viva Mexico!, Sergei Eisenstein (1932)
  • La croce di fuoco, John Ford (1947)
  • I figli della violenza, Luis Bunuel (1950)
  • El, Luis Bunuel (1953)
  • Nazarin, Luis Bunuel (1959)
  • L’angelo sterminatore, Luis Bunuel (1962)
  • La notte dell’iguana, John Huston (1964)
  • Simon del deserto, Luis Bunuel (1965)
  • Sotto il vulcano, John Huston (1984)<!–

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  • Masters of light/ III

    Giuseppe Rotunno

    Masters of light/ II

    "Everybody deserves a little light, don’t they? "

    Conrad L. Hall

  • I morituri, Bernhard Wicki (1965)
  • Detective’s story, Jack Smight (1966)
  • I professionisti, Richard Brooks (1966)
  • Nick mano fredda, Stuart Rosenberg (1967)
  • A sangue freddo, Richard Brooks (1967)
  • Butch Cassidy, George Roy Hill (1969)
  • Fat city – città amara, John Huston (1972)
  • Il giorno della locusta, John Schlesinger (1975)
  • Il maratoneta, John Schlesinger (1976)
  • American Beauty, Sam Mendes (1999)
  • Era mio padre, Sam Mendes (2002)
  • Masters of Light/ I

    "Il linguaggio della luce, e quindi di tutte le sue componenti, ha una sua potenzialità. Può esprimere sentimenti, emozioni, esattamente come le note di uno spartito o le battute di una sceneggiatura. Noi siamo dei visionari, deriviamo da una serie di visioni, dalla storia della pittura. Ma se un pittore racconta una storia in un’unica immagine – e anche per la fotografia pura e semplice è così – la cinemato-grafia, ed è questa l’espressione in cui maggiormente mi riconosco, ha invece qualcosa di più: il movimento. Si esprime attraverso un racconto, con un inizio, uno svolgimento e una fine. Quindi scrivere con la luce è raccontare una storia cinemato-grafica attraverso la luce e tutte le sue componenti. "

    Vittorio Storaro

  • L’uccello dalle piume di cristallo, Dario Argento (1970)
  • Il conformista, Bernardo Bertolucci (1970)
  • Strategia del ragno, Bernardo Bertolucci (1970)
  • Ultimo tango a Parigi, Bernardo Bertolucci (1972)
  • Giordano Bruno, Giuliano Montaldo (1973)
  • Novecento, Bernardo Bertolucci (1976)
  • Apocalypse Now, Francis Ford Coppola (1979)
  • Reds, Warren Beatty (1981)
  • Un sogno lungo un giorno (One from the Heart), Francis Ford Coppola (1982)
  • Ladyhawke, Richard Donner (1985)
  • L’ultimo imperatore, Bernardo Bertolucci (1987)
  • Tucker, un uomo e il suo sogno, Francis Ford Coppola (1988)
  • New York Stories, Francis Ford Coppola – episodio "Life without Zoe" (1989)
  • Il tè nel deserto, Bernardo Bertolucci (1990)
  • Dick Tracy, Warren Beatty (1990)
  • Piccolo Buddha, Bernardo Bertolucci (1993)
  • Flamenco, Carlos Saura (1995)
  • Taxi, Carlos Saura (1996)
  • Bulworth – Il senatore, Warren Beatty (1998)
  • Goya, Carlos Saura (1999)
  • Ho solo fatto a pezzi mia moglie, Alfonso Arau (2000)
  • 451 gradi Fahrenheit

    Nota della redazione : vista l’ormai incipiente fase calante estiva della stagione cinematografica, nelle prossime settimane sulle pagine di Cinedrome in questa e in altre nuove rubriche troveranno spazio post dedicati alla carta stampata, al fumetto, e a varie altre policrome forme di creatività umana degne di considerazione. Ne vedrete di tutti i colori. Per adesso abbiamo deciso di cominciare con il nero. Buona lettura.

    "Camerata Topolino", Alessandro Barbera – Edizioni Stampa Alternativa

    Se come il sottoscritto siete cresciuti a pane e Topolino, se finora per voi l’universo Disneyano ha rappresentato una specie di caldo rifugio uterino, se come Ezra Pound pensate che Mickey Mouse sia la più importante figura letteraria del Novecento beh… la lettura di questo brillante saggio di Alessandro Barbera non potrà non turbarvi nell’intimo. In sostanza due le domande a cui l’autore cerca di dare una risposta nell’arco di una ottantina di divertentissime e sagaci pagine. Domanda numero uno: Esiste un elemento "politico" unificatore identificabile all’interno dell’opera disneyana? (e, di riflesso, in che modo la critica nostrana prevalentemente di matrice marxista ha letto questo elemento?). Domanda numero due: E’ possibile individuare in certi segmenti della sterminata produzione disneyana (fumettistica, cinematografica, televisiva) alcuni significati subliminali, nascosti o più propriamente esoterici?

    La prima domanda presuppone una risposta ben chiara ad ogni buon conoscitore del personaggio Walt Disney. Disney era un conservatore, un uomo di destra, di estrema destra. Amico e sostenitore di Mussolini nel periodo pre-bellico. Affascinato dagli elementi magico-esoterici del nazional-socialismo. Grande elettore Reaganiano. Interessanti e succosi gli aneddoti storici a questo proposito riportati nel testo. Gli incontri avvenuti a Roma (1932 e 1937) tra Disney e Mussolini ad esempio, in cui il secondo ebbe modo di esprimere al primo tutta la sua entusiastica ammirazione per l’elemento dinamico, marinettiano, giovanile e avventuroso dei fumetti Disney (nonchè per "il loro valore artistico e per la sostanziale moralità"): posizioni che permisero, miracolosamente, a Topolino (e solo a Topolino) di sfuggire alle rigide censure autarchiche del Minculpop. Le sognanti e ammirate dichiarazioni di Goebbels su "Biancaneve e i sette nani" ("Alto godimento artistico"). Le simpatiche preferenze del Duce, a cui, pare, piacesse da matti "I tre porcellini" (tanto da farselo proiettare a Villa Torlonia in privato con cadenza periodica e da attirare spesso l’attenzione fischiettandone gaio il motivetto per casa). A fronte di questa ben chiara e inequivocabile posizione politica, è oltremodo divertente analizzare l’atteggiamento e i toni della critica italiana militante nei suoi confronti, toni quasi sempre divisi tra il massimamente iroso, l’offeso sdegnato e il facile denigratorio. Molti critici (in pagine che, lette oggi a distanza di anni, rappresentano dei piccoli capolavori di humor ,spesso involontario) si sono soffermati ad esempio su analisi dell’ambito sessuale nell’universo disneyano, arrivando a sostenere tesi a dir poco bizzarre. Acutamente qualcuno ha osservato come nel mondo disneyano non ci siano quasi mai figli, ma solo nipoti. In più "le giovani donne di Walt Disney sono quasi sempre e soltanto fidanzate, nel senso cameratesco e colleggiale del termine". Insomma l’eros sarebbe "bruciato, distrutto, assente" (Antonini). Sempre dello stesso autore il meraviglioso ritratto di un personaggio interessante seppure non centrale come Nonna Papera: "La grande madre. Vi sarebbe in lei la frigida, affettuosa-possessiva-dominatrice forza della virago del vecchio West pionieristico e intrepido, archetipo di figura materna totalmente de-sessualizzata". Non solo torte di mele, quindi. Di tutt’altro segno in questa sfera l’analisi (strepitosa) di Oreste De Fornari riportata nel saggio. La migliore attrattiva di Paperino sarebbe "il suo sedere", lo si potrebbe accusare di "stupro" (per lo "stupro grafico" su Aurora Miranda in I tre caballeros) e persino immaginarlo come un essere ermafrodito: figura priva di sesso eppure in cui " l’idea del fallo, protesi aggressiva e concentrato di potenza vitale, va a stabilirsi molto più in alto: nel becco, elemento che in sè conterrebbe anche due labbra voraci e prominenti". Notazioni semplicemente sconvolgenti. Direi pure traumatizzanti. Non è finita. Sempre De Fornari: "Il fatto che Biancaneve non dorma nella stessa stanza dei nani sarebbe una chiara caratteristica delle commedie musicali a sfondo sessuale. In Bambi si noterebbe l’insorgere improvviso e irrefrenabile dell’istinto sessuale nel coniglio e nella puzzola. in Peter Pan ci vengono elargite persino le curve e le nudità di alcune pin-up (Trilly e le sirene). In Fantasia nel brano dedicato a La Pastorale vi sarebbe un’atmosfera da casa di piacere, grazie a cupidi premurosi come Maitresses. In Saludos Amigos spetterebbe al pennello attivare fantasmi erotici". Straordinario.

    Ben più destabilizzanti però le osservazioni dell’autore contenute nell’ultima parte del saggio, demartinianamente intitolata "Il mondo magico". Secondo Barbera all’interno della produzione cinematografica disneyana di lungometraggi (e in particolare in alcuni di essi, prodotti prima della morte di Walt Disney, come "Biancaneve", "Fantasia", "La spada nella roccia" e soprattutto "La bella addormentata nel bosco") sarebbe rintracciabile un filo conduttore magico-esoterico, intessuto di sotterranee contrapposizioni tra magia bianca e magia nera, di risvolti mistico-leggendari spesso ispirati direttamente dalle mitologie nordiche e di celati rimando all’occultismo, fino a sostenere la scioccante tesi del "nazismo magico" disneyano. Chi crede ancora che tutto questo sia soltanto "roba per bambini" si sbaglia di grosso.