“This must be the place”


 

Lo aspettavamo e ne avevamo quasi paura. Le trasferte statunitensi dei registi italiani non hanno quasi mai regalato grandi soddisfazioni ai tifosi tricolore. Il cinema americano non è un posto facile da abitare se sei uno straniero: percorre le sue strade, le sue storie, le sue road-map. Ha una geografia propria. Un italiano in America è necessariamente, per forza di cose, prima di tutto un turista. Ben che vada un viaggiatore. Questo vale anche per i registi: è credo inevitabile per un cineasta che gira un film in America rimanere come risucchiato dall’immaginario che il Grande Paese e il suo cinema sono stati in grado di costruire dentro la nostra scatola dei sogni.  E’ un magnetismo ineludibile, che può generare grandi cose (vedasi il recentissimo “Drive”) o, più spesso, solenni misunderstanding. Molti sono i difetti di comunicazione che rendono “This Must be the Place” una colossale occasione mancata. Davvero troppo poco la bella figura del personaggio di Cheyenne, ottimamente interpretato da Sean Penn, per costruirci su un film importante, ambizioso e della lunghezza di due ore. Frammentario, episodico, lacunoso nella caratterizzazione di tutti i, pur  potenzialmente interessanti, personaggi che ruotano intorno al protagonista. Per citarne alcuni: un ottimo Harry Dean Stanton che solo per qualche minuto come una meteora riempie lo schermo con il suo carisma, la presenza fin troppo scopertamente coeniana e parecchio  estemporanea di Francis McDormand, l’apparizione posticcia di David Byrne anche in veste di attore. Carenze piuttosto evidenti di sceneggiatura nella scrittura dei dialoghi, sempre monchi, spezzati, interrotti, anche nel quadro generale di un film che è molto parlato. Un precario equilibrio tra toni da commedia intimista, con punte di umorismo spiazzante in alcune singolari “osservazioni” di Cheyenne, e dramma: l’improvvisa morte e agnizione di un padre, l’altrettanto improvviso irrompere della tragedia dell’olocausto nella trama. Troppo e troppo poco. Ad una sceneggiatura sotto molti aspetti evanescente la regia di Paolo Sorrentino finisce per aggiungere il “troppo “ di una leziosa e turgida messa in scena. Lo stile visivo di Sorrentino lo conosciamo e lo abbiamo amato: è portato all’eccesso, alla deformazione grottesca, alla marcata caratterizzazione di linguaggio espressivo, al rendersi continuamente, e in ogni dettaglio, presente nella percezione e nello sguardo dello spettatore. In tutti i suoi altri film, però, e soprattutto nel suo capolavoro (quel “Divo” per il quale qualche anno fa la redazione di questo blog è andata letteralmente in visibilio), questa tendenza era sostenuta dall’urgenza di raccontare personaggi e storie forti: i due protagonisti/opposti dell’ “Uomo in più”, il laido Geremia amico di famiglia, il misterioso Servillo delle “Conseguenze dell’amore”, la totemica e totale incarnazione del potere di Giulio Andreotti nel “Divo”. In “This Must be the Place” Sorrentino tratteggia un personaggio fragile portando il suo stile visivo, già potente, verso una iperbolica e virtuosistica affermazione di autorialità che finisce per stridere, notevolmente, con le tonalità che vorrebbero essere lievi della storia raccontata. A rendere ancora più incongruente la somma degli addendi si aggiunge l’elemento spurio del doppiaggio: traduzione della traduzione di una traduzione. Una sceneggiatura scritta da due italiani, tradotta e recitata in inglese e poi nuovamente riversata nella voce italiana dei doppiatori. Qualcosa per strada deve essersi smarrito. E purtroppo non si tratta solo della voce di Sean Penn.

[** ½]

L’amico di famiglia

 

 

Per comprendere qualcosa in più del personaggio Andreotti disegnato all’interno del “Divo” di Paolo Sorrentino può essere utile vedere (o rivedere) i due precedenti lungometraggi di questo avventuroso e spettacolare cineasta. Nelle “Conseguenze dell’amore” il protagonista del film (uno straordinario Toni Servillo, successivamente reincarnato proprio nelle sembianze del presidente D.C.) è un uomo solitario, notturno, di poche parole, appesantito da troppi segreti e dagli inquietanti misteri che avvolgono il suo passato. E’ un uomo che trascorre la sua esistenza di confine/confino dentro la prigione di un passato inconfessabile. Il senatore Giulio Andreotti è un suo perfetto analogo, maschera solcata dalle stesse ombre, schiavo di un ricordo dolorosissimo e tragicamente vivo (il fantasma di Aldo Moro). Nelle fattezze mostruose e grottesche di Geremia dei Geremei, totem e icona dell' "Amico di famiglia" è percepibile invece, in nuce, la volontà di rappresentazione di un corpo specchio della nefandezza interiore. Geremia è un freak tanto quanto lo è l’Andreotti sorrentiniano, a metà strada tra aracnide, mummia e vampiro. Davvero mirabile la “gestione” del personaggio da parte del regista partenopeo, in grado di guidare lo spettatore verso una articolata gamma di sentimenti verso la figura di Geremia: dalla curiosità alla pietà, passando per la fascinazione e il ribrezzo più assoluto. Stupisce che qualche noto critico della carta stampata al momento dell’uscita del film abbia parlato di film “molto curato nel linguaggio e poco importante come soggetto”. Quella di Geremia “Cuore d’oro” è una caratterizzazione straordinaria, di per sé validissimo “soggetto” portante del film, nonchè ideale prologo alla memorabile rappresentazione del Divo Giulio. Attendiamo con ansia il ritorno dietro la macchina da presa di Paolo Sorrentino. Sean Penn sembra aver offerto la sua definitiva adesione al progetto, che per partire necessitava che l’attore si liberasse da un precedente impegno (Malick?). Nel frattempo Sorrentino ha diretto un bel corto in bianco e nero, scritto un romanzo di cui si dice un gran bene e partecipato a diversi talk-show. Non ci resta quindi che aspettare, fiduciosi, ancora un po’.

“Il divo”

 

C’è una sequenza nel “Divo” di Paolo Sorrentino che mi sembra particolarmente interessante come punto di partenza per provare ad afferrare la dinamica poetica inscritta nel cinema di questo straordinario cineasta. Siamo all’apertura del maxi-processo nell’aula-bunker di Rebibbia. La macchina da presa si introduce nell’aula dall’ingresso e mentre avanza in un lungo carrello viene osservata tra sguardi di silenziosa complicità e cenni di saluto dalle persone che già occupano i loro posti. Ad un certo punto accade l’imprevisto. Quella che aveva tutta l’aria di essere una soggettiva, si rivela d’un tratto “falsa”. Andreotti, attraverso il quale credevamo di aver visto la scena fino a quel momento, si defila lateralmente e la macchina da presa riappropriatasi del “suo” sguardo continua il suo pazzesco piano-sequenza andando a compiere un paio di vorticosi giri di walzer “alla Ophuls” nell’aula per poi andare a planare, lentamente e senza stacchi, sul volto (adesso per intero “dentro” l’inquadratura) di Giulio Andreotti. Questa particolare sequenza, così genialmente concepita e strutturata, mi sembra una sorte di dichiarazione programmatica “tra le righe” di quello che intende essere, nella sua sostanza, “Il divo”. Con quel piano-sequenza ai limiti del virtuosismo, Sorrentino rivendica con forza la piena, totale, necessaria libertà di “esserci”, di “essere lui”, di volerci trasmettere il suo sguardo e di conseguenza offrire allo spettatore un ritratto di Giulio Andreotti per forza di cose estremamente personale, “soggettivo”, persino “deformato”. Quindi parziale: necessariamente e volutamente parziale. E non a caso è proprio nella dimensione dell’ellissi e dell’enigma che Paolo Sorrentino sceglie di collocare il suo Nosferatu-Andreotti (un Toni Servillo “mostruoso” nella accezione più ampia del termine). Essere sfingeo e impenetrabile, figura carismatica di ieratico pantocratore odegitrio, oscuro manovratore, motore immobile, notturna e inquietante creatura dalle sembianze quasi non-umane ( il paragone con i “freak” del cinema muto potrebbe rivelarsi azzeccato ). L’ellissi passa attraverso lo specchio deformante del grottesco, per arrivare a restituire il ritratto splendidamente infedele di un fedele in missione per conto di Dio che "al di là del bene e del male" ha segnato nel profondo la storia del nostro paese e (cosa che credo interessi ancora di più a Sorrentino) il nostro immaginario collettivo. Una sorta di incrocio vivente tra un’icona pop e il simulacro religioso di una qualche Madonna dalle sette spade o Santo dalla lingua tagliata.

 

L’elisione della verità (o delle verità) come mezzo ultimo e definitivo per ottenere la sopravvivenza politica e la perpetuazione del potere è il centro del messaggio più radicalmente e violentemente politico contenuto nel film: qui la deflagrazione più scomoda e devastante. “Esiste solo la politica”.  Negare ciò che è vero (vero per tutti, oggettivamente vero) per affermare ciò che è giusto (giusto per alcuni, soggettivamente giusto). Uno skateboard (semeion distopico, oggetto per sua natura “del tutto fuori luogo” nei palazzi del potere, come è del tutto fuori luogo in questi luoghi la verità) che irrompe, perturba, scuote, e infine esplode con il suo carico di tritolo. Atto d’accusa pesantissimo nei confronti di un uomo che per 50 anni ha probabilmente tenuto i fili della politica italiana e che per troppe volte nell’arco di questo lunghissimo periodo ha “strappato la pagina del libro con il nome dell’assassino” e ingoiato optalidon per provare a lenire emicrania e sensi di colpa. La cosiddetta “strategia della fermezza” (sua e di Cossiga) all’epoca del sequestro Moro. I rapporti mai definitivamente chiariti con Gelli e la P2. Le amicizie con quei bravi ragazzi nel feudo elettorale dimenticato del Regno delle due Sicilie. Le collusioni con alti prelati, gole profonde, banche svizzere e IOR. I tanti, troppi morti: Pecorelli, Calvi, Dalla Chiesa, Falcone. Il ciclone di Mani Pulite miracolosamente schivato. Condanne che finiscono sempre per trasformarsi in assoluzioni. Pezzi di verità sistematicamente e ontologicamente negati, sottratti al dominio della luce e regalati alla notte, insabbiati in polverosi archivi o fatti “tacere” nel sangue, timidi sussurri nel buio di un confessionale. Stato e contro-stato. Nel frattempo: il grande circo dello scenario politico italiano che instancabile produce vincitori e vinti, macinando vittime e carnefici all’interno dei suoi ingranaggi perversi. Un gatto bianco a simboleggiare (azzardo qui una mia personalissima interpretazione) il più potente partito che l’Italia repubblicana abbia conosciuto. Il gatto in questione è un gatto strano: ha due occhi che guardano al mondo attraverso due diversi colori dell’iride (giallo e azzurro), esattamente coma la Democrazia Cristiana al suo interno si caratterizzava per la presenza di due correnti di pensiero maggioritarie di natura storico-ideologica diversa: morotei e dorotei. Su entrambi i colori dell’iride del gatto del film si riflette, fateci caso, l’immagine ambigua e archetipica di Giulio Andreotti. La sua è la “terza corrente”, la più trasversale e ineffabile, la più decisiva nel determinare i complessi equilibri di cariche e poteri dentro cui affonda le radici una democrazia tragicamente “incompiuta” come quella italiana.

 

Nel 1972 venivano premiati a Cannes Elio Petri con “La classe operaia va in paradiso” e Francesco Rosi con “Il caso Mattei”. Su entrambe le pellicole Gian Maria Volontè imprimeva il suo carisma e la sua immensa statura attoriale. Esattamente 36 anni dopo sono stati premiati a Cannes altri due italiani. Paolo Sorrentino con “Il divo” (film che al cinema espressionista e obliquo di Petri mi sembra legato da non poche assonanze) e Matteo Garrone con  “Gomorra” (pellicola sicuramente pasoliniana, ma che con la cruda asciuttezza stilistica di Rosi ha di certo qualche rapporto). In entrambi i film la presenza del grandissimo Toni Servillo.  “Credete al caso?”


Una annotazione doverosa sul magistrale apporto che il suono, i suoni, la musica (e persino i silenzi) riescono a conferire al film in termini di pregnanza artistica e forza espressiva. Dalla fulminante sequenza di apertura in cui il “beat” asincrono e diradato della musica elettronica si fonde alla perfezione con l’efferata catena di delitti a cui stiamo assistendo fino ai momenti in cui ogni fonte sonora (non solo quella extradiegetica) viene bruscamente portata al silenzio per lasciar spazio al tempo del monologo interiore. Passando per l’ormai leggendaria sequenza in perfetto “Sergio Leone style” dentro la quale un fischio, reiterato e dissipato nello spazio insieme chiuso e aperto di un atrio, si fa potente veicolo di contenuti testuali e meta-testuali. Un sound design geniale, sfrontato, caustico anche nella scelta di molti brani musicali: semplicemente grandioso. Valore aggiunto in grado di trasformare un grandissimo film in grandissimo cinema. Con la forza di una creatività che sa manifestarsi per davvero in ogni singolo attimo, fotogramma o recesso del film: dal primo istante dei titoli di testa all’ultimo secondo di titoli di coda. L’utilizzo meravigliosamente creativo persino dei “sottopancia” rossi con i nomi dei protagonisti ne è la prova. All’insegna soprattutto del puro, viscerale, incondizionato e (parola chiave: libero) amore per le immagini. Un tratto distintivo fondamentale e importantissimo che credo accomuni in modo evidente due straordinari registi “di sguardo” come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Due artisti veri, le cui opere, in qualche modo emblematicamente complementari e in qualche modo “parallele e convergenti” una rispetto all’altra, formano un dittico sull’Italia di ieri, di oggi e di domani di enorme valore artistico e impatto civile. Ci auguriamo possa essere per davvero l’inizio di una rinascita per il cinema italiano. Nel segno di una rinnovata e totale “intransigenza estetica”. Dentro la rivendicazione assoluta e “parziale” proprio di quella urgente, totale, libera necessità di sguardo che consideravamo perduta.

 

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