La Lanterna Magica / “Life and Times of Judge Roy Bean” (J. Huston, 1972)

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“Quintet”

In un imprecisato futuro, su un pianeta sconvolto da imponenti glaciazioni, un’umanità sull’orlo del collasso trascorre i giorni che la separano dalla definitiva estinzione giocando ad uno strano gioco dalle regole oscure ed enigmatiche: Quintet. Cinque giocatori mediante lanci di dadi si rincorrono su una pedana di forma pentagonale, sterminandosi a vicenda. Il sopravvissuto dei cinque sfida un sesto uomo, estratto a sorte ad inizio partita, ed emblema della imponderabilità assoluta sotto la quale i giocatori accettano di porre le loro esistenze. Il tutto si svolge sotto gli occhi di un misterioso jus dicente, vero e proprio incontestabile arbiter del gioco. La partita si conclude sempre con un solo superstite, l’unico giocatore riuscito a sfuggire agli attacchi degli avversari nonchè l’unico riuscito ad eliminarli quando le regole del gioco lo avessero richiesto. In premio il brivido di sentirsi vivi, mai tanto intenso quanto nell’attimo immediatamente successivo ad una morte di poco sfiorata.  Pervaso dal riferimento continuo a complesse numerologie e astrazioni geometriche, e innestato su una struttura che lo avvicina a "La decima vittima" di Elio Petri, è forse uno dei film più oscuri, grevi e pessimisti di tutta la filmografia altmaniana. Se altrove il lucido disincanto di Robert Altman verso le magnifiche sorti  e progressive dell’umanità si stempera nell’acre ironia, in "Quintet" il pessimismo più cupo e radicale sembra costituire lo sfondo di un gioco di specchi e rifrazioni che non contempla tra le sue regole il ricorso al sorriso dissimulato. Pezzi di cinema, come tessere di un mosaico letteralmente mai visto, giocano la loro partita in Quintet, incorniciati all’interno di un impianto registico e scenografico (le strutture dismesse dell’esposizione internazionale di Montreal del 1967) di rara complessità. La visione periferica del caldo cine-occhio altmaniano, immersa nell’algido rigore del film, è appannata per tutta la sua durata, relegando le porzioni più esterne di ogni fotogramma al limbo di una percezione sfocata e distante. Al centro del fotogramma, dove la messa a fuoco vince la sua sfida contro la glaciale cristallizzazione altrove imperante, si gioca la partita di "Quintet". Se Paul Newman rappresenta in qualche modo l’alter ego stesso di Altman e del suo cinema, intorno a lui, in una intricata allegoria di citazioni e omicidi incrociati, si agitano spettri bergmaniani (Bibi Andersson), fantasmi bunueliani (Fernando Rey) e persino santi incarnati dentro maschere latine (Vittorio Gassman). Cinema che sopravvive ad altro cinema uccidendolo. E che assorbe nelle sue regole e nel suo distopico meccanismo di arbitraria fictionality chiunque prova a forzarne gli schemi di comprensione/partecipazione.

“Bufalo Bill e gli Indiani”

Life and times of William F. Cody, in arte Bufalo Bill, secondo Robert Altman. Lezione di storia e lezione di cinema, vergata con mano felicissima da uno dei più efferati de-costruttori di miti del Grande Paese. La storia del selvaggio west è un circo rutilante, una mediocre rappresentazione grondante retorica patriottica, razzismo e deja-vu. Cowboys e visi pallidi una sgangherata armata brancaleone di guitti da quattro soldi. Gli indiani invece sono quelli veri, quei (pochi) scampati al genocidio. Ridotti in catene e e privati della loro dignità di uomini. A cominciare dal leggendario Toro Seduto, autore dell’assassinio del generale Custer e "visione" sfuggente con cui bisogna, necessariamente, fare i conti. Un meraviglioso Paul Newman è il Bufalo Bill che non si era mai visto prima. Burt Lancaster, nell’ombra, è l’uomo che ne ha costruito, quasi per caso, fortuna e mitologia. «Un mito manipolato. Come tutti i miti della storia in ogni epoca e in ogni sistema. I miti a cosa servono? A coprire, a giustificare, a dare verità "ufficiali"… E’ semplice. Muovendosi verso l’Ovest, cavalcando verso i propri interessi, i pionieri non avevano che un’arma: far fuori i tenutari di quelle terre. Però a chi era rimasto a casa che raccontavano? Raccontavano di assalti, di massacri, di tradimenti? No, l’onore andava salvaguardato. Gli assalti, i massacri e i tradimenti andavano subiti, non compiuti… In altre parole, Bufalo Bill è uno che sa sparare e stare in sella come tutti, dati i tempi. E quando lo scritturano in un circo e diventa attore… Eh, bè, è così bello, così biondo, così "americano" che costruirgli addosso il mito diventa facile. Bufalo Bill è la prima star del sistema: da una parte la sua perfezione, dall’altra la rappresentazione degli indiani tutti scotennatori, stupratori e alcolizzati. Bufalo Bill viene spedito dovunque, anche in Europa, anche dal papa, anche dalla regina Vittoria, a difendere un falso eroismo di comodo e nascondere una poco onorevole verità… A esaltare il razzismo altrui, anche, più del proprio: lui è solo una vittima, i "cattivi" in realtà sono gli altri, tutti quelli che lo vanno ad applaudire placando la loro sete di superiorità e crogiolandosi nell’apparente sua superiorità… I miti sono dannosi sempre e dovunque. Perchè mascherano la verità. Perchè finiscono per inquinare l’intera cultura di un paese… Sono soprattutto i giovani che tentano di rincorrerli. Diventando altrettanto vuoti e altrettanto falsi, se ci riescono…» Robert Altman dixit.

Sul film nella sua versione europea si abbattè la mannaia dei tagli operati dal produttore Dino De Laurentis, che accorciarono il film di quasi 30 minuti. La pellicola fu presentata, mutilata, a Berlino, riuscendo a conquistare un Orso d’Oro. Ma il riconoscimento che ad Altman più fece piacere, per il suo Bufalo Bill, fu probabilmenye un altro. «Sa qual’è la cosa più incoraggiante, cinematograficamente parlando? Che una rivista scolastica, 17 milioni di copie, un pubblico di ragazzini sotto i 13 anni, ha premiato Bufalo Bill, che è l’antitesi del western tradizionale, per un solo merito: perchè ha distrutto un mito insopportabile… Non è incoraggiante che i più giovani preferiscano la verità al mito?… Guardi che i produttori raramente capiscono che cosa ne verrà fuori, da un’idea… Erano convinti che Nashville fosse un film sulla musica country, e Bufalo Bill una storia di indiani… Per quanto mi riguarda io non mento loro: lascio che si mentano da soli, semmai.»