“The Master”

Proviamo a dare un’occhiata alla sua filmografia.  Paul Thomas Anderson non è più un enfant prodige. A 42 anni, di cui 16 spesi dietro la macchina da presa, e con 6 film all’attivo, la firma del cineasta losangelino è diventata una delle più pesanti di tutto il cinema contemporaneo. Il 1996 è l’anno del suo esordio, e Hard Eight (Sydney) è un esordio davvero importante. Sotto l’apparenza di un piccolo noir d’atmosfera sul gioco d’azzardo c’è il preambolo ideale di una filmografia che scardinerà, pezzo dopo pezzo, gli ingranaggi delle “istituzioni” americane e dei connotati culturali fondamentali della società statunitense. Per cominciare: il rischio, la scommessa, la partita a dadi con la fortuna. Movimenti rintracciabili nelle radici profonde di una società che ha fondato la sua mitopoiesi sull’archetipo del self-made-man che sfida, per l’appunto, la sorte. Solidità e acume narrativo, brillante senso registico, casting perfetto contribuiscono alla creazione di un’opera prima di spiazzante maturità. Non è che l’inizio. La tappa successiva del viaggio decostruisce un altro modello fondante della società statunitense: la mercificazione del corpo. Boogie Nights è il magnifico affresco di una industria della pornografia che fagocita corpi e dollari restituendo amplessi di celluloide. Un’opera seconda che a posteriori è da annoverare di diritto tra i picchi più alti della sua carriera. Nel 1999 è la volta di Magnolia, e tre anni dopo di Punch Drunk Love (Ubriaco d’Amore). Due poli di un intervallo che sembra portare Anderson verso i terreni di una rinnovata ricerca formale e che sospendono per un attimo il discorso ampio sulle radici del grande paese per concentrare sguardo e attenzione su un labirinto di storie private e di dissoluzioni familiari. Dentro Magnolia c’è il manifesto più entusiasta delle ascendenze cinefile dello stesso Anderson,  erede legittimo di Altman e Scorsese. Uno dal quale ci si aspetterebbe, dopo un successo del genere, la conferma di un tratto autoriale che tutti credono di aver individuato nella coralità e nell’intreccio di più tracce narrative, in stile Nashville o Short Cuts. Ma Anderson è uno a cui piace sparigliare le carte in tavola e garbatamente beffarsi della sicumera di qualche suo improvvisato esegeta. Dopo Magnolia dalla penna di Paul Thomas Anderson escono tre sceneggiature con al centro ognuna un numero ristrettissimo di protagonisti, addirittura nel caso di Punch Drunk Love e There will be blood (Il petroliere) costruite intorno alla centralità di un unico personaggio. Se il primo può essere visto come un intervallo intelligente e ricercato nella filmografia di Anderson, il secondo si riannoda prepotentemente al dittico di film iniziali. Il petrolio, immagine liquida e oscura del capitalismo americano, è il terzo grande anello della catena. The Master, presentato a Venezia e in uscita nelle sale italiane a Gennaio, prosegue questo percorso. All’insegna di una rinnovata e incandescente radicalità.

Cosa sarebbero gli stati uniti d’America senza i suoi eserciti di predicatori, imbonitori, ciarlatani che vendono a peso d’oro l’illusione della verità rivelata, nelle sconfinate praterie del vecchio west o sulle frequenze di qualche emittente via cavo? Il cinema ha regalato molti memorabili ritratti di predicatori erranti assetati di denaro e di potere, dall’ineffabile Elmer Gantry di Burt Lancaster all’autentico telepredicatore Gene Scott immortalato da Werner Herzog nel suo documentario Fede e Denaro.  Negli States la fede, colta nella dimensione estrema e puritana che più la avvicina al fanatismo, ha spesso fatto la fortuna di movimenti, sette, gruppi para-religiosi, nati sotto l’egida di qualche guru fantasioso e capaci col tempo di trasformarsi in veri e propri gruppi di potere economico e politico. Il caso di Scientology parla da solo. Scientology tuttavia non è che la punta dell’iceberg di uno sterminato sottobosco di religiosità deviata che anima la provincia americana. E’ forse per questo che Anderson nella sceneggiatura del suo ultimo film omette ogni riferimento diretto a Ron Hubbard e alla sua setta, pur ricostruendo i contorni di una vicenda che con la nascita e lo sviluppo di Scientology ha più di una somiglianza. “Volevamo raccontare una storia d’amore”, ha candidamente dichiarato Anderson a proposito del suo ultimo, attesissimo lavoro. C’è da credergli. The Master è piuttosto esplicitamente il racconto di una storia d’amore non detta e frustrata, innescata da un rovente, e tutto cerebrale, cortocircuito sadomasochista. Come nel capolavoro di Joseph Losey di cui il film di Anderson è quasi un negativo, in The Master i contorni del rapporto servo-padrone, o allievo-maestro, si confondono fino a dissolversi nel totale ribaltamento di ruoli. Il duello attoriale Hoffman-Phoenix, giustamente premiato a Venezia con una unica Coppa Volpi, che sorregge tutto il film, del film costituisce la vera ragion d’essere. Quello che però rende The Master uno dei film più sottilmente eversivi del cinema degli ultimi anni è ciò che Anderson lascia volutamente fuori dal suo oggetto filmico, tutto l’estroflettersi iperplastico dell’apparato che cresce intorno ad un nucleo centrale di cialtroneria carismatica. Nel film assistiamo al progressivo processo di definizione “teorico” di una setta para-religiosa fondata sul nulla, ma che nella realtà trae la sua unica spinta vitale dalla sublimazione di un rapporto affettivo tra due uomini, represso da una decisiva figura di castrante frigidità femminile (una algida Amy Adams). Mentre ai margini del film il gruppo accresce inarrestabile il suo potere, diventando caso mediatico e fenomeno di massa, Anderson si concede il privilegio di una osservazione entomologica e ravvicinata delle dinamiche interne, e più intime, del movimento. E si prende il gusto di sogghignare beffardo davanti  al Guru che si scopre impotente persino di teorizzare quando il suo servo lo abbandona per una prostituta. Sulle note di Jo Stafford e Helen Forrest che cantano No other love e Changing Partners. Un altro colpo ben assestato. Un altro meccanismo ad orologeria innescato dal bambino prodigio che, nel frattempo, è diventato un ragazzo terribile.

[**** 1/2]

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