Palermo shouting

La cifra teorica del cinema di Daniele Ciprì e Franco Maresco è la deriva. Il loro è un cinema relittuale. La stessa isola di cui negli anni la loro opera ha costituito una sorta di anti-epopea cinematografica (la Sicilia) assomiglia ad una zattera annichilita dai marosi disumanizzanti di una società post-barbarie. Lo scenario in cui le loro visioni si collocano è quello di un tempo fuori dalla Storia, in cui ogni barlume di civiltà si è smarrito e dell’Uomo, cercato alla Diogene nelle carcasse di una progenie reietta di freaks ed individui sub-umani, non c’è più traccia. Percorrendo a ritroso la loro filmografia e sostando nelle zone meno illuminate di una produzione che interseca cinema, televisione e cine(cinico)visione, è possibile segnare, come su una mappa, qualcuno dei (possibili, probabili, improbabili?) punti di riferimento di questa burrascosa rotta di navigazione.

 

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 E’ del 1995 uno degli incontri più belli ed emozionanti della loro macchina da presa. Quello con Vittorio De Seta, straordinario documentarista cantore di una meridionalità rurale e di un umanesimo autentico e delicato. Elementi che già all’epoca dell’uscita dei suoi film più conosciuti (“Banditi a Orgosolo” è del 1961, anno di grazia per il nostro cinema) lo rendevano un autore ai margini. Troppo poco impegnato politicamente e già allora percepito come troppo “vecchio” per guadagnarsi la ribalta in anni in cui a dominare la scena era la vis polemica di film come “Salvatore Giuliano”. Nel 2000 è il fantasma/voce di Carmelo Bene a fare la sua apparizione incidendosi “sul” cinema di Ciprì e Maresco. Su un rullo di pellicola che si consuma in una interminabile carrellata di lapidi, la voce di Bene scandisce le movenze di un confuso racconto cimiteriale: tombe, cadaveri, fotografie di scheletri in bianco e nero. Cinema che va a(i) Rotoli. Perfetto analogo di un altro stralcio della filmografia di Ciprì e Maresco, contenuto in “Grazie Lia”, in cui a parlare sui dialoghi del Gattopardo viscontiano sono gli scheletri sepolti nelle palermitane catacombe dei Cappuccini. Sempre nel 2000 l’omaggio (strampalato, blasfemo, impensabile) a Pier Paolo Pasolini con “Arruso”. Quella indimenticata dei suoi accattoni, dei suoi porcili, dei suoi Stracci è l’umanità residuale che ha come preconizzato il degrado e la totale catastrofe dipinti nei film del duo. Catastrofe segnata dal rovinare fragoroso di ogni Sacralità, e dall’annullamento di ogni principio generatore. Soltanto di un anno dopo è la conversazione, straordinaria, con il grande Sergio Citti. Un aneddoto, un particolare delle riprese del “Decameron”, a definire contorni e senso di un’idea e di una scommessa scellerata. Catturare la vita attraverso la “morte al lavoro”, partorendo scampoli di eternità dannata.

 

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Cronache dalla Laguna/2

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"Arcana" – Giulio Questi (Rassegna speciale "Questi fantasmi")

La visione in sala, a Venezia, di questo folle ed inquietante frammento disperso del cinema italiano è stato per quanto mi riguarda sicuramente uno dei momenti più alti di tutta la kermesse lagunare. Lodi sperticate al grande Tatti Sanguineti e a Sergio Toffetti per aver pensato di inserire anche questo titolo nella preziosa rassegna "Questi fantasmi". Dopo la proiezione a completare l’idillio alcune memorabili esternazioni dello stesso Questi ("un film che io stesso non ricordavo più di aver girato") e l’incommensurabile Enrico Ghezzi che ghezzeggiava fuori-sincrono sul concetto di (s)montaggio nel cinema di Kim Arcalli. Momenti irripetibili. Non potremo non dedicare un post a questa indimenticabile e sconvolgente visione/esperienza.

Voto: 8

"The Burning Plain" – Guillermo Arriaga (Venezia 65 – In concorso)

Una delle più solenni delusioni. Film monocorde, scialbo, statico e vuoto. Probabilmente anche presuntuoso. Una sola idea di sceneggiatura (nemmeno così originale e sviluppata senza troppa convinzione), regia col doppio freno a mano tirato, interpretazioni trattenute. Senso di pesantezza angosciante. Morale della favola: che gli sceneggiatori facciano gli sceneggiatori e i registi facciano i registi. Marco Muller in un fantasioso editoriale ha parlato di "film-treno" e "film-carro-di-campagna". Restando nella metafora dei trasporti questo potrebbe definirsi "film-a-dorso-di-mulo". Si guardava l’orologio ogni 5 minuti.

Voto: 4

"35 Rhums" – Claire Denis (Fuori Concorso)

Un vero peccato che questo piccolo film, delicato e composto, elegante e profondo, non sia stato inserito tra i film in concorso. Splendido nella sua semplicità, racconta una storia di integrazione e (dis)integrazione all’interno di una famiglia di origini congolesi trapiantata a Parigi. Davvero ottima ed intensissima l’interpretazione del protagonista maschile Alex Descas. Regia misurata dal pregevole tocco femminile. Una delle cose migliori viste. Felicissima sorpresa.

Voto: 8,5

“La rabbia di Pasolini” – Pier Paolo Pasolini (Rassegna speciale “Questi fantasmi”)

Ci vorrebbe ben altro spazio (e magari ben altro luogo) per affrontare l’analisi di un film problematico, ostico e spinoso come “La rabbia”. Problematico, ostico e spinoso già nel 1963, all’epoca della sua nascita, quando un manipolo di coraggiosi produttori propose a Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi l’idea di realizzare un singolare cine-documentario d’attualità socio-politica. I due registi lavorando su materiale d’archivio e cinegiornali dell’epoca avrebbero dovuto costruire una sorta di contraddittorio per immagini e parole, Pasolini proponendo il suo sguardo “da sinistra” e Guareschi “da destra”. La porzione di film realizzata da Pasolini poi sarebbe stata ulteriormente impreziosita dai commenti della “voce in prosa” di Giorgio Bassani e dalla “voce in poesia” (nonché dai dipinti) di Renato Guttuso. Nei giorni scorsi a Venezia è stata presentata una versione arricchita da frammenti inediti e restaurata della “Rabbia di Pasolini”. Tutto bene ma ,come si intuisce dal nuovo titolo, dal film originario è stata letteralmente espunta la parte che pertineva a Guareschi. Scelta a mio avviso sbagliatissima. Avremmo preferito vederla e farcene un’idea. Peccato.

Voto: s.v.

“Edipo Re”

Visione e coscienza. Cecità e caos. Opposti che si attraggono e che reciprocamente si confondono. Impeti centripeti e dispersioni centrifughe, eros e tanatos, nascita e morte. Il segreto del “dolore della visione” che tanto amiamo è già seminalmente svelato nel mito dei miti, nella storia delle storie, madre di tutti i conflitti e archetipo di ogni tragedia: il mito di Edipo. Riscopriamolo un po’ questo splendido mito, insieme al piacere semplice della narrazione. Edipo nasce da Laio, re di Tebe, e Giocasta. Il suo pare essere un destino felice, sotto la buona stella di una dinastia forte e potente. Una divinità però rivela a Laio la più terribile delle profezie: Edipo divenuto adulto sarebbe stato causa di terribili sventure per lui e per tutta la città di Tebe. Sconvolto dalla paura Laio decide di affidare il piccolo Edipo ad un suo servo con l’ordine di abbandonarlo sul monte Cicerone. Sul monte un pastore si accorge del piccolo e lo prende con sé, decidendo di affidarlo al re di Corinto Polibo e a sua moglie Merope, convinto di garantirgli con quel gesto un futuro migliore. Il piccolo cresce alla corte di Corinto. Giunto all’età adulta Edipo decide, spinto da alcuni dubbi interiori che lo tormentano, di chiedere un consulto all’oracolo (ancora una volta un Dio) per cercare di fare chiarezza sul suo passato. L’oracolo di Delfi immancabilmente prefigurerà ad Edipo un futuro terribile e inondato dal dolore. Durante il ritorno, in viaggio sulla strada per Tebe, per futili motivi di onore e accecato da una furia inspiegabile, Edipo uccide un uomo e parte della sua scorta. Quell’uomo anziano è Laio, suo padre e re di Tebe. Si salva solo un uomo della scorta. Giunto alle porte della città di Tebe Edipo si imbatte nella Sfinge, terribile mostro che angustia la città con i suoi indovinelli e tiene in scacco la popolazione sotto terribili pestilenze. L’arcano della sfinge è questo: “Qual’è quell’animale che quando nasce ha quattro zampe, poi ne ha due e infine ne ha tre?”. E’ l’uomo, non potrebbe essere che lui, in tutte le età della sua vita. Risolto l’enigma e liberata la città, Edipo acquisisce il pieno diritto di sposare la regina di Tebe, Giocasta, e diventare a sua volta Re. A questo punto Edipo è legittimo sposo di sua madre, pronto ad unirsi carnalmente con lei nel più terribile degli incesti. Tebe è sottoposta ad una serie initerrotta di lutti, carestie, epidemie: è il tremendo castigo degli Dei per le colpe di Edipo. Creonte, fratello di Giocasta, convinto che la causa di tutte quelle sciagure possa risiedere in qualche macchia nel passato del nuovo Re, persuade Edipo ad approfondire le misteriose vicende della sua giovinezza. Una vera e propria inchiesta viene inscenata a palazzo: sono convocati dei testimoni oculari (il servo che ha abbandonato Edipo sul monte, il pastore che lo ha raccolto, il superstite della scorta di Laio) e con fatica si cerca di ricomporre tutti i pezzi della tragedia. Decisiva è la visionaria testimonianza dell’indovino Tiresia, cieco capace di scorgere la verità dove essa è nascosta. Ora tutto è chiaro: Edipo ha inconsapevolmente ucciso suo padre e stretto con sua madre un legame incestuoso. Annichilita dalla vergogna e dalla disperazione, Giocasta si impicca nella sua camera da letto. Edipo, finalmente giunto a “vedere”, si accieca. I suoi occhi grondano ora dello stesso sangue che le sue mani prima hanno versato: il sangue del padre e della madre. La rilettura pasoliniana del mito di Edipo, se possibile, aggiunge pathos al pathos, intensità alla intensità. L’antica Grecia è geograficamente cortocircuitata con le desolate lande di Sant’Angelo Lodigiano. Anche la scelta delle collocazioni temporali non è casuale. Il prologo si situa in uno straniante scenario da anni ’20, il geniale epilogo immerge Edipo e il suo angelo custode nella Bologna contemporanea, tra piazze invase dai piccioni e periferie degradate. Cast memorabile: Edipo ha le fattezze sanguigne di Franco Citti, Giocasta è la meravigliosa Silvana Mangano. E poi: Carmelo Bene (Creonte), Alida Valli (Merope), il leggendario Julian Beck (Tiresia) e Ninetto Davoli (L’angelo). Splendido lavoro sui costumi del grande Danilo Donati. Per approfondimenti sul film vi rimando qui sull’ottimo sito delle Pagine Corsare, vera miniera di preziose informazioni sull’arte e sulla vita di Pier Paolo Pasolini. Un gigante.