“Il nascondiglio”

1957. Davenport, Iowa. Durante una tormenta di neve, l’oscura e inquietante magione soprannominata "Snakes Hall", sede di un gerotrofio gestito da una tremebonda madre superiora, è teatro di un barbaro triplice omicidio. Due le principali indiziate, due novizie con qualche segreto di troppo da custodire. La Hall, agghindata con serpenti in pietra ed altri lugubri gargoyles vagamente fallici, era stata in origine abitazione di un eccentrico impresario farmaceutico, il quale era riuscito ad estrarre una sostanza analgesica proprio dai succitati rettili. Per favorire la crescita e la riproduzione del serpentame, il farmaceutico aveva persino apportato delle sostanziali modifiche alla struttura della casa. Modifiche che si riveleranno importantissime per i successivi sviluppi della vicenda.

2002. Una donna di origini italiane (Laura Morante), appena dimessa dalla clinica psichiatrica dove era ricoverata in seguito ad un brutto esaurimento nervoso, decide di rifarsi una vita avviando dal nulla un ristorante italiano negli states. Come posto dove aprire l’attività,  la donna, probabilmente ancora obnubilata da dosi equine di neurolettici, sceglie proprio la "Snakes Hall", isolatissimo palazzotto ormai pieno di ragnatele ed in stato di abbandono. Stabilitasi nella casa la donna comincia ad avvertire strane presenze, che si manifestano in piena notte con voci querule ed infantili di cui non si individua bene la provenienza…Non si tratta di allucinazioni.

Ritorno del buon vecchio Pupi Avati alle atmosfere gotiche che hanno contraddistinto l’inizio della sua carriera, poi annacquatasi tra melensaggini assortite e quadretti calligrafici. E’ un ritorno che fa sicuramente felici i nostalgici del cinema italiano che fu, ma che personalmente non ho trovato esaltante. Il film ha i suoi (forse unici) momenti di forza nel prologo di apertura e nell’ultima sequenza, ottimamente girata e fotografata. Nel mezzo una storia abbastanza scialba e prevedibile (quando non francamente assurda), personaggi caratterizzati a colpi d’ascia, ritmo quasi del tutto assente (sul mio vicino di poltrona, che non nomino per britannico rispetto della privacy altrui, ha avuto effetti ipnagogici peggio della Valeriana). Salvano il film dalla insufficienza tre cose: l’atmosfera di fondo, dal sapore retrò (al fascino della quale chi scrive non è mai immune), gli striduli violini di Riz Ortolani (abbinati con effetto di straniante controcanto alle note dolciastre di Magic moments) e la perizia tecnica con cui la pellicola è girata. Stranissime invece le scelte di doppiaggio: la Morante per esempio parla per tutto il film come se avesse una biglia in bocca (perchè mai?), e il tecnico dei telefoni ha una simpatica inflessione da borgataro. Divertenti bizzarrie. In conclusione: deboluccio…ma comunque di gran lunga superiore a gran parte del cinema tricolore in questo momento nelle sale. Non è che poi ci voglia molto in effetti…

Voto personale: 6+