“La terza generazione”

Berlino Ovest, Febbraio 1978. Una cellula terroristica di matrice anarchica composta da giovani di estrazione borghese pianifica ed esegue strategie di destabilizzazione dell’ordine costituito senza rendersi conto di essere, essa stessa, nient’altro che una ruota dell’ingranaggio al servizio del potere capitalistico. Un influente industriale dell’informatica infatti, per mezzo di un aggancio all’interno del gruppo, ne foraggia economicamente l’attività: la presenza disturbante ma controllata di elementi insurrezionalisti nella società offre agli occhi dei potenti la perfetta giustificazione per porre in essere una dura politica di repressione e di conservazione dello status quo. E’ il gioco delle parti, ma alla rovescia: il persecutore, sicuro di vincere comunque, per gioco si traveste da perseguitato e chi si crede liberatore finisce per vedere il suo volto intrappolato dentro quello di un clown. Ridicolo e patetico.

 

Apologo acido e disperato sulla fine delle utopie rivoluzionarie, atroce schianto di disillusione ideologica, parabola livida di morte e gravida di algido pessimismo. Nella cellula sovversiva della “Terza Generazione”, come in un incrocio di superfici riflettenti, si intravedono gli stessi medesimi errori/orrori propri della società borghese-capitalistica che i rivoluzionari vorrebbero combattere: l’ambiguità ideologica (traslata in ambiguità sessuale per mezzo dell’uso metaforico di varie forme di travestitismo), l’autoritarismo, il maschilismo, la violenza, l’autoesaltazione. E tuttavia ogni tentativo di confronto generazionale si infrange sullo scoglio di differenze storiche troppo grandi tra la “prima” generazione (quella che ha conosciuto entrambe le guerre mondiali) e la “terza” generazione (quella dei trentenni del 1978 e quindi quella di Fassbinder stesso, tutta composta da individui nati dopo la fine del secondo conflitto mondiale). La prima animata da una violenta voglia di vita e di riscatto, la seconda oppressa da un oscuro sconforto e da un profondo senso di vuoto esistenziale. Tra le due, la generazione dei padri-poliziotto, repressori perversi e integerrimi custodi dell’ordine. Impossibile individuare un punto di sintesi, un approdo comune. La distanza di posizioni non può quindi non sfociare in conflitto aperto, in lotta, in guerriglia armata, sebbene del tutto inutile e manipolabile. Un conflitto quindi storicamente necessario ma altrettanto illusorio, sembra volerci dire Fassbinder. L’epoca delle chimere e dei fantasmi ideologici è finita per sempre, lasciando dietro di sé soltanto macerie. Maschere vuote che si agitano davanti ad uno schermo per non soccombere.

 

“Gioco di società in sei atti” scandito da altrettanti frammenti di “vera” lingua tedesca sottratta all’oscenità dei bagni pubblici o alla vuota retorica dei politici, “La terza generazione” è un film complesso e problematico,e come tale difficilissimo da valutare. Girato con estrema perizia e per gran parte in interni, stilisticamente si basa sulla ricerca quasi ossessiva della profondità di campo assoluta. E’ un film che sul piano visivo spazia tantissimo nella dimensione della profondità: oggetti, personaggi ed elementi architettonici sono spesso sovrapposti nella prospettiva all’interno del fotogramma, a comunicare un senso di drammatica staticità, di claustrofobico immobilismo. Si nota una grandissima cura nella scelta delle inquadrature, nei movimenti di macchina e nell’uso delle luci. Purtroppo il film viene inevitabilmente appesantito dal suo ipertrofico contenuto concettuale, a volte decisamente stucchevole e fastidioso. Credo soffra pure di una certa frammentarietà, sia nella costruzione narrativa (la divisione fittizia in 6 “atti” non aiuta) sia nella caratterizzazione dei personaggi (almeno 10 quelli principali: troppi e rappresentati in modo abbastanza superficiale). Comunica poi, come anche gli altri film del regista che ho visto finora, un fortissimo senso di disagio, di malessere. di gelo interiore.

Non per tutti i gusti e non per tutte le occasioni quindi. Consigliato a chi volesse approfondire la conoscenza di un regista grande ma tra i più ostici come Fassbinder. Si parla sempre meno di lui in giro: può essere questo un buon motivo per approcciare il suo cinema troppo rapidamente dimenticato.

 

Voto personale: 6,5/7

“Querelle de Brest”

querelleE’ l’ultimo, controverso film del più anomalo dei registi tedeschi: Rainer Werner Fassbinder, regista "contro" come pochi altri. Attore e autore di teatro, Fassbinder, nell’arco di una carriera cinematografica folgorante (di soli 17 anni) e conclusasi troppo prematuramente, ha portato a compimento circa 40 lungometraggi. Gli esiti inevitabilmente sono stati alterni, ma quello che non è mai mancato al regista è stato il coraggio di osare, di rompere barriere, di sperimentare nuove vie. "Querelle" è la sua ultima opera, presentata postuma a Venezia. Come molte altre opere postume, sarà destinata a dividere i consensi e a suscitare infinite polemiche. E’ un film di un cerebralismo e di un pessimismo quasi insostenibili. E’ ispirato da uno scritto di Genet, ma l’impronta autoriale di Fassbinder è iperbolicamente presente in ogni singola inquadratura. Interamente girato in studio a Berlino, con lo scopo di creare un set volutamente irreale e stilizzato, si giova di una scenografia onirica e piena di simboli. Come a voler ottenere, poi, un senso di sospensione interiore, tutto il film è avvolto in una luce crepuscolare dominata dai colori del giallo-arancio e dell’azzurro. Splendido quindi "Querelle" da un punto di vista formale. La trama è complessa e articolata in più livelli sovrapposti: il protagonista è il marinaio Querelle (Brad Davis), dominato da violente pulsioni di "eros" e "tanatos". Attraverso una serie di esperienze estreme, tutte caratterizzate da un senso di animalesca prevaricazione, egli anela a scoprire quella che è la sua identità più profonda, anche e soprattutto sessuale, recidendo i legami con la propria famiglia (il fratello) e allacciandone di nuovi. Bellissimi personaggi di contorno sono un capitano di vascello carismatico e dalla sessualità omoerotica repressa (un ottimo Franco Nero) e la fascinosa padrona di un bordello, unica donna del film e vittima di una società fallocratica in tutti i sensi (Jeanne Moreau, imbruttita e invecchiata ad arte).  Quello che non funziona, a mio avviso, è la costruzione del film, che risulta esageratamente complessa, molto frammentaria e quasi disorientante. Il film è commentato su 3 piani diversi: una voce fuori campo, le segrete registrazioni del capitano e dei cartelli di testo, con citazioni di Plutarco e Genet. La trama, poi, come detto è molto articolata, spezzettata, zeppa di lunghi dialoghi e monologhi un po’ troppo letterari e ampollosi. Il finale poi è l’apoteosi del pessimismo autodistruttivo tipico del regista. Film assolutamente unico, ma non per tutti i gusti.

Voto personale: 6 e 1/2